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lunedì 25 novembre 2013

Lo sguardo paralizza o illumina?


 
... i mille risvolti di uno sguardo ...


... dallo sguardo che supplica ...
 
... allo sguardo che penetra ....

 Ognuno di noi passa la vita a ricevere e lanciare sguardi di ogni tipo, indissolubilmente legati alla mimica facciale, che rappresentano tutte le sfumature della realtà, che comunicano tutti i contenuti e le emozioni del linguaggio verbale e non verbale. Sguardi irridenti, limpidi, sornioni, luminosi, splendenti, trasparenti, misericordiosi, opachi, crudeli, acrimoniosi, impudichi, furtivi, inquietanti, indiscreti, interroganti, supplichevoli, bramosi, glaciali, grifagni, assenti, spenti, maliziosi, perplessi, taglienti, sfuggenti, provocanti, sardonici; colmi di dono o di possesso, intrisi di amore, odio, sottomissione, dominanza, ubris, seduzione, perdono, tedio, gioia, letizia, tristezza, pianto … 
 
... dallo sgurdo sottomesso ...
 
.... allo sguardo trasparente.


L’altro giorno per strada ho incrociato una persona mai vista prima (forse uno straniero); per una breve frazione di tempo ci siamo guardati, ci siamo scambiati un lieve sorriso ed ognuno ha proseguito il suo cammino. Fugace incontro, come infiniti altri, che questa volta però ha lasciato il segno e mi ha sollecitato a notturne riflessioni sullo sguardo mio e dell’altro.

 
L'enigmaticità dello sguardo.

Uno dei più strani fenomeni, forse anche il più primitivo a partire dalla nostra infanzia, è la sensibilità che manifestiamo al semplice sguardo degli altri. Sensibilità che trova interpretazioni opposte. C’è chi, come il Sartre de “L’essere e il nulla”, ritiene che lo sguardo altrui paralizzi e violenti, ci cosifichi, ci conferisca una dimensione di inevitabile esistenza alienante. Nel dramma “A porte chiuse” tre persone - chiuse in una stanza, condannate ad essere ognuno schiavo della coscienza altrui, ognuno boia degli altri due - verso la fine del dramma scoprono che la porta è sempre rimasta aperta, ma non sono più in grado di lasciare la stanza, imprigionati nella rete di rapporti che hanno creato. 


La prigione dello sguardo altrui.
Sguardo contro sguardo, scacco perenne, ipocrisia sociale, solitudine, conflitto quotidiano tra le pareti domestiche e nelle relazioni sociali: "l'inferno, sono gli altri”, se noi esistiamo solo attraverso gli sguardi degli altri, se la nostra vera condanna è quella di essere dominati dallo sguardo degli altri, cui spetterà sempre l’ultima parola, mentre il mondo continuerà con o senza di noi. Sartre esistenzialista non concede sconti nei rapporti con gli altri: il loro sguardo mi fa comprendere che “mi si vede”, per gli altri sono soltanto un "me", “uno dei tanti”, un oggetto la cui evanescenza è angoscia insopportabile. 


.. dominati dallo sgurdo altrui ...
 E tuttavia  Sartre più tardi ridimensionerà non poco queste inquietanti estreme posizioni e  nelle sue ultime opere intravedrà una via di salvezza nella comunicazione interumana e nella possibilità di dissolvere “l'Alterità” nella Fratellanza di una comune radice umana.


Lo sguardo che chiama alla vita.

C’è invece chi ritiene che fin da subito  lo sguardo – a cominciare da quello della madre  sul proprio nascituro e neonato -  sia un appello all'esistenza, ‟il più sicuro rivelatore di me stesso", come dice Mounier. Il miglior specchio per il mio sguardo è lo sguardo di un'altra persona quando si posa su di me. Vi sono sguardi che agiscono lentamente, altri che in un colpo mi rivelano a me stesso. Mediocrità, preoccupazioni, convinzioni, abitudini, pregiudizi che prendevo sul serio ecco che, visti con lo sguardo degli altri, mi appaiono per ciò che sono:  sempre relativi, spesso inessenziali, a volte “grotteschi”. Lo sguardo degli altri – sia esso rimprovero o appello o promessa - è l’inaudito che mi rischiara, mi rivela nelle mie giuste proporzioni, mi scuote dalla mia sufficienza diventata zavorra: molla salutare,“turbamento delizioso di mescolarsi a una vita sconosciuta”, che è “l’inizio della saggezza”.



Lo sguardo che interroga ....
Chi ha ragione? Propendo naturalmente per Mounier e spero che la persona sconosciuta da me incontrata l’altro giorno abbia colto la metacomunicazione dei nostri sguardi e sorrisi, così come l’ho percepita io: “forse non ci incontreremo più, fratello, ma si poteva coltivare l’amicizia, capirci, apprezzarci, abbattere difese e maschere, scoprire i volti, condividere le nostre storie, stringerci le mani e, perché no?, camminare per un tratto insieme…”.

Mi piacerebbe nei prossimi post riflettere con chi vuole sul fascino tutto speciale dello sguardo, mai neutrale. 

Tutte le immagini riproducono opere di Filippo e Filippino Lippi. 




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