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domenica 26 gennaio 2025

Lettera di Primo Levi, fino ad oggi sconosciuta

"Bianca carissima,
posso finalmente tentare di nuovo di scrivere a Torino: chissà che non succeda un nuovo miracolo e non ci riesca ancora di stabilire una comunicazione attraverso mezza Europa in armi. Ed ecco un riassunto della mia storia. Prima di tutto occorre qui correggere e completare tutte le vaghe notizie che ho mandato da Monowiz. L'anno di schiavitù, sotto i tedeschi, è stato spaventosamente duro: a causa della fame, del freddo, della fatica e soprattutto delle decimazioni che, a intervalli irregolari hanno diradato le nostre file. Fra i 600 partiti con me da Fossoli, sono stati scelti all'arrivo 95 uomini 'validi' per il campo di Monowiz. Degli altri, vecchi, donne, bambini, si è persa ogni traccia. Di noi 95, siamo vivi in 6... Gli altri, per lo più, sono morti di malattie o di stenti, o sono stati uccisi perché inabili al lavoro. Io ho potuto mantenermi in salute e (relativamente!) in forze, grazie alla generosità senza pari di Lorenzo Perrone, un muratore di Fossano che, oltre a permettermi di comunicare coi miei, mi ha portato quasi quotidianamente, per 6 mesi, il cibo che detraeva dalla sua misera razione..." 
 
(Lettera, fino ad oggi sconosciuta, di Primo Levi a Bianca Guidetti Serra, 27 aprile 1945, Katowice, Polonia, pubblicata da La lettura del Corriere della sera, il 19 gennaio 2025).

domenica 19 gennaio 2025

LA SFIDA DEL CORAGGIO: INSEGNARE OGGI

Post di Gian Maria Zavattaro

Immagini di Franco Matticchio (qui il sito facebook)

Franco Matticchio
“Il vero rischio della cultura contemporanea è il niente. Opinioni in libertà. Il caos non interpretato, mal interpretato, banalizzato.  Per opporsi al niente bisogna ricominciare da capo: sapere su cosa possiamo contare… Tornare alla scuola del mondo e delle idee” (M. Benasayag).                                                    

“Non possiamo aspettarci di raccogliere i fiori che non abbiamo mai piantato"… -  "La speranza non ha niente a che vedere con l'ottimismo: non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo, ma è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno" (V. Havel).

Coraggio: cuori pensanti che sperano, camminano insieme giovani adulti anziani, non si arrendono.

Sfida: provocazione con lo scopo di suscitare comunque reazioni….

Emergenza: situazione critica di estrema pericolosità pubblica che richiede risposte immediate.

Educazione: ex-ducere, condurre fuori (dal caos, dalla frammentazione, e insignificanza).

Insegnare: lat. insĭgnare, imprimere segni.

E evidente, almeno per me e per tanti, che la scuola è strettamente connessa al processo educativo: non è il tutto dell’educazione soprattutto nell’odierno pullulare mediatico dei social, I.A., agenzie alternative dalle forme più svariate: suadenti, seducenti, efficaci e per questo molto pericolose.  La scuola - con la famiglia - rimane  il “luogo” intenzionale e sociale più rilevante. Insegnare non è solo trasmettere nozioni: è entrare in relazione, interagire, comunicare in una dialettica di messaggi dati e ricevuti, verbali e non verbali, che compongono la comunicazione e relazione interpersonale. L’insegnamento, qualunque cosa si insegni, è sempre proposta di conferimento di senso. Non esiste scuola neutrale: non lo è la confessionale, non lo è la privata, non lo è quella laica Costituzionale. Chi non crede nel compito educativo della scuola (ogni scuola!) offende la propria ed altrui intelligenza, riduce la scuola a non-luogo, (1) che provoca ciò che Mounier, in riferimento a certe perverse prassi educative, chiamava “strage degli innocenti”.

giovedì 2 gennaio 2025

La crisi della figura educante, specialista in umanità

Post di Rossana Rolando
Immagini di Monica Barengo (qui il sito)
 
Illustrazione di Monica Barengo
Oggi viviamo una profonda crisi pedagogica - dalla famiglia alla scuola alle altre agenzie educative -, tanto più evidente nella prospettiva di un largo uso dei mezzi tecnologici, certamente utili ai fini dell’informazione, ma in nessun modo sostitutivi della dimensione educativa. A questo si aggiunga un disorientamento valoriale che fatica ad individuare finalità, obiettivi di crescita ed umanizzazione - da proporre alle nuove generazioni – e che rimane imprigionato in alienanti logiche competitive, tutte tese al successo e al primato individuale. Al malessere diffuso, a livello giovanile, si reagisce delegando ai tecnici delle scienze umane - psicologi, pedagogisti, educatori di professione - cui si chiede di supplire alla diffusa inadeguatezza della figura educante, sperimentata in età adulta.
Le domande ineludibili – che pongono questioni difficilissime, ma decisive per il nostro futuro – sono però le seguenti: chi è l’educatore/l’educatrice? Esiste un professionista dell’educazione? Educare è un mestiere? Una vocazione? Un ruolo dato dal ricoprire una certa posizione, ad esempio quella di genitore o di insegnante?
Come risulta chiaro, non intendo qui riferirmi a teorie pedagogiche, quanto piuttosto alla figura di chi educa, alle caratteristiche che deve avere, ai fini cui deve tendere, perché la sua azione lasci un segno.