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martedì 8 maggio 2018

Il '68 in chiave geopolitica.

Il '68 visto nella sua complessità geopolitica, con riferimento conclusivo ai cambiamenti nella scuola.
Post di Rosario Grillo
Fotografie di autori vari (nel pubblico dominio).

Uliano Lucas, 
Manifestazione con eskimo
Entrare nel ‘68 da una porta insolita? È un modo per tenere la distanza critica e forbire le antenne ricettive sull’ampio arco delle sollecitazioni insite nel movimento.
Scelgo appunto questa definizione per tenere presente l’asistematicità ad esso connessa. In essa la sua forza e il suo limite.
La forza: legata alla molteplicità delle istanze nella latitudine dell’estensione spaziale.
I limiti: contraddizioni interne che ne inficiano l’evoluzione e che, per certa parte, spiegano le vie d’uscita inappropriate confluite nel terrorismo.
La chiave di lettura allora, da me scelta, è quella geopolitica.
Il ‘68 è stato letto principalmente come culmine. Vertice di un progresso che parte dalla fine della seconda guerra mondiale e contiene sia guerra fredda sia sprazzi di speranze di rinnovamento (Kennedy, Kruscev, Giovanni XXIII e il Concilio, il Welfare State e il programma di Bad Godesberg).
Immagine pubblicitaria della Fiat: 
la seicento, simbolo del boom economico
Giro di boa in uno scenario di strategia geopolitica che vede il riflusso verso una rimonta neocapitalistica, che c’interessa tuttora “Felici sorti e progressiveerano state quelle delle società che avevano conosciuto miracoli economici (Italia), consumi di massa, aumenti salariali, politiche keynesiane che avevano riconosciuto allo Stato il ruolo di motore dell’economia.
Se si procede per questa via, si constata che il ‘68 fu in molti contesti superamento del gap tra lo sviluppo sociale e livello del costume.
A tal proposito si può stare dietro ad una dinamica settoriale, che per alcuni paesi, Italia ad esempio, amplia il peso delle trasformazioni, laddove notevole era il ritardo (dalla morale del villaggio alla morale di un paese moderno: vedi caso Viola).
Resta fermo, però, il criterio della universalità del movimento, che andò dal Messico all’America, alla Francia con l’Europa, al mondo sovietico.
U.S. Information Agency, 
Soldati nel Vietnam del Sud
Per leggere opportunamente questa latitudine, bisogna allora considerare il clima dei rapporti internazionali. Vien fuori così l’enorme portata della guerra del Vietnam.
Essa  sì coagulò in una miriade di problematiche.
Nel Vietnam cozzò il decrepito modello di colonizzazione, si consumò negativamente il principio del contenimento introdotto dagli USA, si sfasciò il “castello” del modello americano.
Attorno al Vietnam si temprò il movimento del rifiuto: no war, black power, beat generation.
La presidenza di Johnson si distinse per la qualità delle riforme (diritti alla popolazione di colore, riforma sanitaria ed altro), ma mise a nudo la complessità (la divisione?) del paese statunitense.
Il successivo presidente Richard Nixon si attiverà per regolare i conti in sospeso e la sua presidenza fu simbolo di restaurazione.
Il lato positivo dell’appeasement, il dialogo con la Cina, ha offuscato l’insieme dei contrordini di Reagan, alfiere del neoliberismo, di cui sarà maestra la Thatcher.
Szilas, Dimostrazione ad Helsinki 
contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia 
nell'agosto del 1968
Il ‘56 prima, con l’invasione dell’Ungheria, il ‘68 dopo, con la primavera di Praga, furono il tic tac del cominciare dell’implosione sovietica. Ma questa verrà più tardi e porterà il crollo del muro di Berlino, 1989.
Non c’è dubbio, però, che quei fatti sono i segni di una presa che cominciava a sfuggire, di una frattura insanabile tra la politica di potenza condotta dall’URSS e le forze effettive alla portata dei sovietici.
Per questo motivo il ‘68 praghese rientra nel coacervo dei sussulti del movimento. Pesca sì nella tradizione culturale ceca, ma mette in luce la vivacità del mondo studentesco, e lascia sul campo la vittima sacrificale, Jan Palach.
Visto il tema, ne approfitto per dare un risalto speciale al l’educazione. La si può considerare come il fiore all’occhiello  del ‘68.
Se si recupera il processo che si avviò con Georges Lapassade ed Ivan Illich (autogestione e descolarizzazione), che vide in don Milani e la scuola di Barbiana il modello pratico in Italia, si avrà un’idea ben chiara della pregnanza di questa questione¹.
Autore ignoto, 
Primi cortei degli studenti
Così l’accorta smobilitazione in Italia della scuola d’avviamento, 1962, fu annuncio di un movimento studentesco che nel ‘68 interessò principalmente le università.
Bisogna aver chiaro, cioè, che la resistenza era enorme. In Italia la riforma Gui, 1967, non fu all’altezza delle richieste, in Francia il maggio francese fu contestazione di una riforma universitaria fatta per venire incontro a selezioni chieste dall’organizzazione industriale.
In ogni caso, fu investita la cornice classista della scuola esistente mentre le spinte più radicali inalberavano il mito dello spontaneismo.
Ma, in mezzo, c’era il fondamentale scossone dato al principio d’autorità e l’impostazione di un modello scolastico più collegiale e più aggiornato.
Lamenta giustamente qualcuno, con riferimento al caso italiano, l’assenza di un cambio del modello pedagogico, che restò così quello dato da Giovanni Gentile nel 1924 (Davide Bidussa).
Assumendo questo angolo di osservazione, si ha la spiegazione immediata delle ragioni che spingono i detrattori del ‘68. In loro prevale uno spirito di restaurazione, di ristabilimento dello status quo ante, considerate la natura e la portata dei cambiamenti.
Autore ignoto, 
Manifestazione di operai e studenti
Tra i cambiamenti, una menzione merita lo Statuto dei lavoratori, epigono delle rivendicazioni operaie che nel ‘69 si diffusero in Italia.
Vengono allora messi in luce: il valore del lavoro, la dignità dei lavoratori, la incipiente richiesta della cogestione, e viene sfatata la facile critica al sessantotto nullafacente. Figli dei fiori, freaks, e vari, furono solo la coreografia del ‘68!
Il terreno, infine, è pronto per prendere atto della intensità della reazione, intonata ai principi dell’ordine e del merito.
Con Bretton Wood, dove si sganciò il dollaro dalla parità con l’oro, con i provvedimenti seguiti alla crisi petrolifera, 1973-74 intonati all’austerità “interessata”, con il neoliberismo applicato a cura della crisi del 1978, con il motto thatcheriano (“la società non esiste: esistono individui uomini,donne e famiglie”), si contraddistinguono i decenni a partire dal 1974.
Dentro si può trovare la filosofia di una competizione sfrenata, di una Globalizzazione galoppante, di un libero movimento dei capitali, che porta alle “sfumature dell’attuale capitale finanziario: “grande vecchio” motore della più iniqua distribuzione della ricchezza.

🌟Nota.
1.  www.euronomade.info - la scuola di classe rileggendo don Milani e P. Freire 
Sul Sessantotto la bibliografia è immensa e non la dispenso. Dico soltanto che le mie letture si sono focalizzate su G. De Luna, M. Revelli, D. Bidussa, L.Caracciolo.

6 commenti:

  1. Molto interessante. Grazie.

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  2. Gran bella e meditata sintesi:quadro essenziale per capire e valutare. Il carattere internazionale e la simultaneità delle proteste sessantottine, che qualche improvvido ha sbrigativamente liquidato con il fattore mimetico, sono legate ai vari contesti determinanti strutturali sociali economici e psicologici, come ben spieghi. Solo un’impostazione multidisciplinare rende giustizia e garantisce una comprensione effettiva della protesta, sia globale sia locale. L’esperienza esistenziale della protesta (antiautoritarismo, egualitarismo, umanesimo…) di fronte ai problemi irrisolti della società non poteva non aprirsi alla consapevolezza politica, pur tra confusioni e contraddizioni. Il suo significato lo ritrovo nella mia vicenda professionale di uomo di scuola nei tuoi riferimenti a Milani, Freire, Illich. Ciao.

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    1. Mi confermi la scelta che insieme abbiamo fatto di commemorare il ‘68.
      La memoria ha bisogno di conferme e noi oggi, con l’esperienza fatta, possiamo dire : ne valeva la pena! Non ci troviamo certo tra coloro che hanno fatto marcia indietro! Con umiltà e con la consapevolezza delle difficoltà che si sono incontrate ed ancora si incontreranno ci muoviamo nel rispetto di una società civile che predilige la civiltà, che la difende e la promuove, mai contenti di trovarla ridotta solo ad un “sistema di bisogni”. Grazie Gian Maria

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  3. Analizzare i limiti è importante per non commettere gli stessi errori.
    Grazie, ho letto con grande interesse.
    Abbraccio e buon Martedì.

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    1. La storia deve essere sempre sguardo critico ! Grazie dell’apprezzamento !👋👋

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