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mercoledì 17 luglio 2019

"Chiamatemi Tiresia". Andrea Camilleri.

Post di Rossana Rolando.

Henry Fuseli, 
Tiresia e Ulisse (1780 circa)
E' morto oggi, 17 luglio 2019, Andrea Camilleri.
Lo scrittore siciliano, nato a Porto Empedocle, vicino ad Agrigento, nel 1925,  è entrato nel cuore della gente - come attestano i numerosissimi interventi sui social - non solo per il suo Montalbano e la variegata produzione artistica, ma anche per la lucida e umanissima presenza di osservatore, capace di guardare dentro la contemporaneità, illuminandone i lati più oscuri, attraverso l'occhio critico e acuto dell'intellettuale.

Proprio sullo sguardo si è giocata l'ultima sua opera: il monologo Conversazione su Tiresia, scritto dallo stesso Camilleri e da lui interpretato, nel Teatro greco di Siracusa, l'11 giugno dello scorso anno: Chiamatemi Tiresia, sono qui di persona personalmente. E finalmente, dopo secoli, persona e personaggio si sono ricongiunti. 
Tiresia, come tutti sanno, è l'indovino cieco dell'Odissea - vero e proprio archetipo, ripreso nella letteratura e nel cinema - che predice il futuro e “vende cerini per strada” (Woody Allen, nel film La dea dell'amore). Proprio la sua cecità fisica, infatti, diventa la condizione per profetizzare.

lunedì 15 luglio 2019

Bicicletta e libertà.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini delle illustrazioni Riccardo Guasco.

Riccardo Guasco, 
Illustrazione per la rivista Cycling Plus Uk,
Ciclismo
“La moda della bicicletta è legata senza dubbio, almeno in parte, a un fenomeno  di opinione, ma, appena siamo in sella, cambia tutto, e ritroviamo noi stessi,  riprendiamo possesso di noi […]   come spazio di libertà intima e di iniziativa personale, come spazio poetico, nel pieno e primo senso del termine” (M. Augé, Il bello della bicicletta, Bollati Boringhieri, To, 2009, p. 64).

“La bicicletta richiede poco spazio. Se ne possono parcheggiare diciotto al posto di un’auto, se ne possono spostare trenta nello spazio divorato da un’unica vettura. Per portare quarantamila persone al di là di un ponte in un’ora, ci vogliono dodici corsie se si ricorre alle automobili e solo due se le quarantamila persone vanno pedalando in bicicletta.”(Ivan Illich, Elogio della bicicletta, Bollati Boringhieri, To, 2011, p. 58).

Riccardo Guasco, 
Illustrazione per la rivista Cycling Plus Uk,
Concentrato e pedalare
Il programma del candidato Tomatis  a sindaco di Albenga prevedeva - tra priorità, urgenze e cose da fare - anche la decisa ripresa della pista ciclabile (in particolare il tracciato Albenga-Leca-Bastia): programma che ha trovato conferma concreta nella prima seduta del Consiglio comunale con Tomatis sindaco. Le promesse diventeranno fatti. Buon segno!

giovedì 11 luglio 2019

Riflettendo su un lavoro di Mauro Ceruti.

Post di Rosario Grillo

Sputnik 1, il primo satellite artificiale
 in orbita intorno alla terra.
Immagine Nasa.
Tommaso Kuhn usò il termine “paradigma” per racchiudere il codice di lettura predominante, in grado di dare una “visione del mondo” conforme al sapere complessivo di un’epoca. Ne parlò per rappresentare la cognizione scientifica dei moderni, dove principio di inerzia, meccanicismo e rivoluzione copernicana avrebbero dominato... e fu dal mondo del pressappoco all’universo della precisione  (Koyrè).
Mi domando se non sia il tempo di parlare di un nuovo cambio di paradigma, con la consapevolezza della crisi che ha interessato i capisaldi della fisica newtoniana, della epistemologia e in generale delle scienze all’inizio del ‘900. Nell’annuncio c’è la volontà di comprendere nel fascio delle novità destabilizzanti l’area delle scienze sociali ed umane. (1)

domenica 7 luglio 2019

La persona e l’io profondo per Hannah Arendt.

Post di Rossana Rolando.

Hannah Arendt (1906-1975), 
Premio Sonning 1975
«Lasciate che vi rammenti l’origine etimologica della parola “persona”, che deriva dal latino persona e rimane pressoché immutata in tutte le lingue europee… Persona definiva originariamente la maschera che ricopriva il volto “personale” dell’attore e serviva a indicare agli spettatori quale fosse il suo ruolo nel dramma. Nella maschera, imposta dal dramma, c’era però una vasta apertura, più o meno all’altezza della bocca, attraverso cui la voce dell’attore poteva passare e risuonare, nella sua nuda individualità. Ed è proprio da questo “risuonare attraverso” che deriva il termine persona: il verbo per-sonare, “risuonare attraverso” è quello dal quale deriva infatti il sostantivo persona, “maschera” […] I romani furono i primi a usare il termine in un senso metaforico: nel diritto romano persona indicava chiunque fosse in possesso di diritti civili, a differenza del semplice homo» usato per designare chi non godeva di protezione giuridica  (Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio)¹.

Questo passo è ricavato dalla prolusione tenuta da  Hannah Arendt, nel 1975, a Copenaghen, in occasione del premio Sonning (vedi qui), conferitole per il contributo dato alla cultura europea. Il discorso, oggi pubblicato come prologo a Responsabilità e giudizio, diventa l’occasione per riflettere sul rapporto tra la persona – maschera, ruolo – e l’io profondo.

domenica 30 giugno 2019

Elogio di Nicodemo.

Post di Gian Maria Zavattaro.

Crijn Hendricksz Volmarijn (1601-1645), 
Cristo e Nicodemo
“Guardando l’eclettico andirivieni dei nostri giorni guicciardiniani, si può nutrire nostalgia  per uno che “andò a trovare Gesù di notte” nell’intimità e nel silenzio di una ricerca veritiera che, proprio perché autentica e sofferta, può sentirsi appagata solo nella calma serena di una preghiera. Lo abbiamo lasciato all’opera pietosa del sepolcro nell’ora della morte e della desolazione. E non conosciamo altro di lui. Solo Dio sa la sua sorte. A noi è consentita l’ipotesi, l’illazione, la congettura. Ed è rassicurante - per noi poveri cristiani - pensare che abbia attraversato il varco della salvezza. Nell’incontro con Gesù gli era fatalmente apparsa una speranza più alta di quella che aveva cercato. E poiché la sua ragione era umile, aveva imparato, in quell’incontro, che la ragione sa tutto ma non sa nient’altro.” (M. Martinazzoli, La legge e la coscienza. Mosè, Nicodemo e la Colonna infame, La Scuola, 2015,p.65-66)

L’ “Elogio di Nicodemo”, scritto da Martinazzoli nel 2002 (1), non vuole essere l’esegesi di una “memorabile pagina” del Vangelo (Giovanni 3,1-21), si limita a “proporre qualche ragguaglio” intorno a Nicodemo.

martedì 25 giugno 2019

Il loro sguardo buca le nostre ombre.

Post di Rosario Grillo.
Scambio epistolare 
tra Jiulia Kristeva e Jean Vanier.
Imbarazzo è l’atteggiamento che di solito assumiamo al cospetto di una persona portatrice di handicap. Lo spieghiamo troppo sbrigativamente con la messa a confronto tra il normale e l’a-normale.
Ma ...- la domanda non è retorica - cos’è il normale, la normalità? Dobbiamo rispondere scomodando la norma ed arrivare a concludere che essa è posta dall’uomo, nel corso delle vicende storiche. Quindi, la normalità non è un parametro assoluto, ma relativo, assai relativo. (1)
Inscritta in questo divenire, la norma ha risentito del tentativo di difesa della società dalle “insidie”, promuovendo un modello “ideale” di uomo.
Un giro di parole per descrivere l’emarginazione, la messa al bando, la ghettizzazione e via di questo passo.
Ritento l’approccio cominciando con l’ostracismo dei lebbrosi, ricordandone la raccapricciante fenomenologia... e includendo nel processo di esclusione quel gruppo sociale, che, di volta in volta, era considerato pericolo per la società (esempi tipici: le streghe, gli ebrei, gli zingari).
Quindi la maglia si allarga fino a contenere di fatto il fenomeno della discriminazione.  Ma fermiamoci, comunque, alla relazione con la diversità.

sabato 22 giugno 2019

Labirinto Luzzati. Creare con gioia.

Post e fotografie di Rossana Rolando.

“…dove si divertono i bambini,
 quello è sempre un bel posto”
(Lele Luzzati)¹.

Mostra Labirinto Luzzati
✴️ Labirinto Luzzati è il titolo della mostra che si è aperta il 1 giugno a Genova presso Palazzo Ducale, nel Sottoporticato, e si protrarrà fino al 3 novembre 2019². Un omaggio della città a questo suo artista - nato a Genova il 3 giungo del 1921 e ivi morto il 26 gennaio del 2007 - che ha considerato il capoluogo ligure la sua principale fonte di ispirazione: “Genova, dove si entra dai tetti delle case e si esce giù per le strade ripide, labirintica come un bosco, è la mia migliore musa. Tutte le volte che esco dall'ascensore del quartiere di Castelletto e guardo fuori mi stupisco, perché vedo sempre qualcosa di nuovo”³.

Mostra Labirinto Luzzati
✴️ Genova per Luzzati non è semplicemente un luogo fisico, è piuttosto una qualità dell’anima, un modo di essere e di sentire, una tensione dello spirito verso il sogno e l’immaginazione: “Uno può benissimo non uscire dalla stessa stanza e viaggiare con la fantasia. Però io ho un altro vantaggio: che sto a Genova… una città che veramente ha delle prospettive talmente diverse: io posso passeggiare sempre nella stessa strada e vedere sempre cose nuove… Genova è una città molto molto ricca di prospettive, di spunti”. Perciò essa è presente, nella sua opera, anche quando risulta apparentemente assente. La verticalità di Genova, come dice liricamente Caproni, si riflette nell’opera di Luzzati, nei saliscendi di scale e scalette, nelle raffigurazioni prospettiche di immagini che si rincorrono e si sovrappongono, facendosi racconto e animazione. La tecnica artistica che meglio la identifica e la rappresenta è quella del collage (molto utilizzato da Luzzati): composizione di ritagli, scorci, spazi, età storiche… di cui è fatta ogni sua casa, strada, piazza. Il video di animazione dedicato a Genova raccoglie magistralmente l’essenza della città e dell’estetica che ad essa si lega.

martedì 18 giugno 2019

Mosè: la libertà e la legge (Mino Martinazzoli).

Post di Gian Maria Zavattaro 
Immagini della vita di Mosè negli affreschi della Cappella Sistina.

Cosimo Rosselli, 
Mosè e le tavole della legge (1481-1482), 
Cappella Sistina
“In questa raccolta Mino Martinazzoli rivendica il diritto-dovere di accettare su di sé e di porre - in ogni tempo e al potere di ciascuno e di tutti - la domanda che dà senso alla vita, quella pronunciata da Pilato oltre duemila anni fa, all’ora sesta, poco prima che entrasse in scena il tripode con l’acqua per lavarsi le mani: “Quid est veritas?”. La verità. Quel gesto di Pilato rappresenta l’atto di estrema viltà, il rifiuto di distinguere tra il bene e il male. Mino Martinazzoli, attraverso le storie indagate in queste riflessioni, sottolinea al contrario il dovere di scelta, il primato della responsabilità individuale, lo spazio di soggettività su cui si fonda la cultura dei cattolici democratici, cui Mino rimase fedele sempre. La responsabilità soggettiva è il principio della coscienza, che non è di per sé la fonte dei valori morali, ma è lo strumento attraverso il quale i valori vengono percepiti e diventano vincolanti, per una scelta quotidiana tra il bene e il male, tra la giustizia e l’errore. La  scelta quotidiana necessaria per inseguire le utopie di libertà, giustizia, eguaglianza, aspirazioni irrinunciabili dell’umanità. La coscienza come guida del faticoso percorso di risposta alla domanda di verità” (Tino Bino, Prefazione, a M. Martinazzoli, La legge e la coscienza. Mosè, Nicodemo e la Colonna infame, La Scuola, 2015, pag.10).

***
Cosimo Rosselli, 
Mosè e le tavole della legge (1481-1482),  
particolare (Mosè spezza le tavole)
Cappella Sistina
Ho avuto la ventura di incontrare un’unica volta, a Biella sul finire degli anni 90, Mino Martinazzoli, “nella sua malinconica consapevolezza, un raro esempio di politico pensante” (1). L’incontro con questo “intellettuale prestato alla politica” mi segnò profondamente per quanto fossi distante dalle sue scelte partitiche, ma non dalle motivazioni che lo animavano e dalla sua passione estranea ad ogni obbedienza devota, ad ogni chiusura, sempre “un poco da un’altra parte” (2).
I tre saggi raccolti nel testo citato sono come il suo “testamento spirituale”, che trova nella Bibbia “libro dei  libri” il fondamento dell’agire politico e sociale  di un uomo alieno da ogni presunzione, nutrito di letteratura, assetato di assoluto e proprio per questo vivificato dal “rovello del dubbio” e consapevole dei limiti della politica (3).
Provo a riflettere sul primo saggio proposto dal libro sopra citato, riservandomi un'ulteriore riflessione su Nicodemo.

giovedì 13 giugno 2019

Martin Buber, Il "presente" della rivelazione.

Post di Rosario Grillo
Immagini dei dipinti di Vincent van Gogh.

Vincent van Gogh, 
Natura morta con bibbia
Riprendo il filo del discorso interrotto parlando del mistero che circonda la comunicazione di Dio: la effusione della Parola.
Lo riprendo in forza delle argomentazioni di Martin Buber, intellettuale ebreo operante nella prima metà del ‘900 (1878-1965), cantore della intersoggettività (1).
Buber ha una potente fiducia nella Bibbia, che riesce a leggere risalendo al più antico senso delle parole semitiche (2). Ne ricava una “segreta” risonanza della Parola di Dio, alfa ed omega della vicenda cosmica.
Tre i momenti salienti di una vicenda che fa tutt’uno con la Fede: la creazione, la rivelazione e la redenzione.
In tutta la vicenda cosmoteandrica (3) non va disgiunto lo spirito dalla vita (che implica la materia sensibile): ne consegue una “facies sensibile” dell’atto creativo congiunta, indisgiungibilmente, alla “facies spirituale”. Entro questo “flusso” opera il Rauch (spirito, vento) che si rivela a Mosè, che soffia su Adamo dandogli la vita, che crea il mondo nei sei giorni mitici, riposandosi il settimo.

domenica 9 giugno 2019

Il Gesù di Massimo Recalcati.

Post di Rossana Rolando.

Massimo Recalcati, 
La notte del Getsemani
Di Gesù si è molto occupata la filosofia.
Non mi riferisco alla elaborazione teologica medievale e moderna, tutta incentrata sul Dio di ragione, sulle possibili dimostrazioni della sua esistenza e sulla elaborazione dei suoi attributi.
No, penso proprio alla figura cristologica, presa in considerazione in molteplici modi da filosofi moderni e contemporanei, anche molto lontani dall’ottica confessionale o critici nei confronti del fenomeno religioso:  da Spinoza a Nietzsche, da Fichte ad Hegel, da Jaspers a Bloch… per citare solo alcuni nomi. Non a caso, su questo tema, è stato scritto da Xavier Tilliette  un poderoso libro dal titolo Filosofi davanti a Cristo¹, a testimonianza del fascino che la figura di Gesù ha saputo sprigionare nel corso del tempo. 
Non vi è quindi nulla di strano nel fatto  che Massimo Recalcati, filosofo e psicanalista a tutti noto, abbia dedicato alla figura di Gesù il suo ultimo lavoro, La notte del Getsemani, frutto di una meditazione rivolta ai monaci di Bose (cui il libro, infatti, è dedicato). Semmai può colpire - in chi non abbia familiarità con i suoi scritti - la profondità della sua visione, la freschezza del suo racconto, capace di suscitare coinvolgimento ed emozione nel cuore di chi legge, trasformando il già conosciuto in qualcosa di totalmente nuovo.  E forse può anche sorprendere la coraggiosa scelta di parlare di Gesù - da parte di chi, come Recalcati, si dichiara laico -  in un tempo indifferente e in alcuni casi ostile nei confronti di tutto ciò che richiama, in qualche misura, la storia del cristianesimo.
Illuminanti allora possono risultare, per porsi nella giusta prospettiva, le parole che  Bonhoeffer scrive nel suo Resistenza e resa e che lo stesso Recalcati cita: «l’ateo – colui che fa esperienza dell’assenza di Dio, del suo silenzio – è assai più vicino a Dio dell’uomo di fede, perché il “Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona”... essere cristiano non significa essere religioso, ma significa essere uomo»².

Chi è dunque il Gesù di Massimo Recalcati? Lo direi, sinteticamente, in tre punti.

martedì 4 giugno 2019

Perché ho votato e voterò Riccardo Tomatis.

Post di Gian Maria Zavattaro.
Scorci di Albenga nelle fotografie di Rossana Rolando.

Albenga, 
Centro storico, le torri.
Ballottaggio: dal francese ballotage, dall'italiano ballotta (piccola palla  o castagna), dall’inglese ballot (palla ma anche pallottola…). Dunque un fronteggiarsi dei contendenti, sfida da cui uscirà inesorabilmente un unico vincitore.
Motivo per cui, con grande rispetto per il suo avversario e chi lo sostiene, al ballottaggio di Albenga rivoterò il dott. TOMATIS.

Albenga, 
Centro storico, i caruggi
Perché?
- perché mi fido di lui
- perché è persona proba che intende continuare a fare comunità e nella sua professione sa centrarsi sull’altro, non su di sé, e sa agire con efficacia, ben consapevole che sono i fatti che contano e che l'onestà da sola non è garanzia di competenza;
- perché innanzitutto sa ascoltare e parla chiaro e soprattutto si  rivolge al cuore ed alla ragione della gente, non ai visceri con gargarismi linguistici e chiacchiere incantatorie
- perché non si cura né di referenze né di deferenze né di intrighi di consorteria e non è servo di nessuno

sabato 1 giugno 2019

Nondimanco, Carlo Ginzburg.

Post di Rosario Grillo.

Stefano Ussi, 
Niccolò Machiavelli nello studio,1894
Si apprendono molte cose dalla lettura dell’ultima fatica di Carlo Ginzburg: Nondimanco. (1)
In mezzo all’intricato percorso per addivenire alla messa a punto di un testo in edizione critica, affiora una sterminata conoscenza della cultura del Rinascimento e, per essa, una serie di rinvii, da Machiavelli a Pascal, dal primo a Galilei e nell’insieme all’Illuminismo.
Ginzburg compie dei viaggi di andata e ritorno, con acute letture intertestuali, guidato da una parola-simbolo: nondimanco. Una congiunzione, caduta in disuso, che squaderna il contrappunto. (2) 
Filosoficamente (logicamente) parlando, esso mette capo alla disposizione alternativa.
Della congiunzione fece abbondante uso Niccolò Machiavelli, differenziandolo da un quasi simile  nondimeno.
Meglio far parlare il fiorentino, per averne un esempio lampante. Dal cap. XVIII de Il Principe “Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascun lo intende; nondimanco si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto grandi cose che della fede hanno tenuto poco conto e che hanno saputo con la astuzia aggirare e’ cervelli degli omini, e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà”.

martedì 28 maggio 2019

Insegnare è un atto politico.

Post di Rossana Rolando. 
Immagini delle illustrazioni di Angelo Ruta (qui il sito) per gentile autorizzazione.

Angelo Ruta, 
Il suono del pensiero
La vicenda dell’insegnante Rosa Maria Dell’Aria (rientrata a scuola ieri 27 maggio, dopo la sospensione di 15 giorni)  ha suscitato molte discussioni, adesioni, distanze. Basta aprire su youtube il video “incriminato” (qui sotto riportato) – quello preparato dagli alunni della II E dell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, in cui si costruisce un parallelo tra le leggi razziali del 1938 e l’odierno Decreto sicurezza - per capire la varietà delle reazioni, espresse in commenti di diverso segno, in alcuni casi con un linguaggio violento, come purtroppo accade troppo spesso in rete.
Non entro nel merito del lavoro svolto, degli accostamenti operati dai ragazzi, della loro libera ricerca condotta senza preventive censure.
Mi soffermo invece su un’affermazione che ritorna spesso nei commenti al video e che si può sintetizzare negli slogan: “fuori la politica dalla scuola”, “[I professori] devono insegnare e basta”, “la scuola non deve essere di parte”, “La scuola deve fare la scuola e la politica deve essere fatta nelle sedi giuste”…

mercoledì 22 maggio 2019

Emmanuel Mounier e il fascismo, ieri o oggi.

Post di Gian Maria Zavattaro
Video a cura di Giovanni Grandi, professore di Filosofia Morale presso Università di Padova (qui il sito).
Rileggendo 
Emmanuel Mounier
Su segnalazione di mia moglie, giorni fa ho visto-rivisto e soprattutto ascoltato il video (pubblicato su youtube) del prof. Giovanni  Grandi “pseudo valori spirituali fascisti. Leggendo Emmanuel Mounier 1933”.
Per noi, che sei anni fa, iniziando la nostra avventura digitale, abbiamo voluto denominare il nostro blog “Persona e Comunità” come  costante richiamo al “personalismo” di Emmanuel Mounier (1), è stata spontanea l'istanza d’invitare chi ci legge alla visione del filmato.
Non aggiungiamo considerazioni alla grazia efficace delle parole del prof. Grandi.
Solo ci permettiamo, a mo’ di cornice, due citazioni tratte entrambe da Cos’è il personalismo?”. 
La prima richiama la debolezza storica e morale di una posizione attendista che ha lasciato crescere la potenza della bestia hitleriana (e con questo ci ricorda di non rimanere inerti di fronte al riemergere dei fascismi).
La seconda mette in guardia dal pericolo di essere trattati come uomini oggetti, manipolati da un potere che sfrutta, ai fini della propria affermazione, la nostra distratta inerzia (tanto più oggi, attraverso i social, vere macchine per creare consenso).

✴️ 1. “Noi abbiamo cura che le nostre adesioni si conservino vigili e  non trapassino nel sonno conformista: ma la vigilanza ha per scopo l‘assiduità dell’impegno, non lo scoraggiamento. A ogni svolta sta in agguato la tentazione dei né-né: né fascismo né comunismo, né dittatura né anarchia, né questo né quello, né capra  né cavoli. Il non-intervento, sotto questo aspetto pacifico, è un’arma camuffata. Noi sosteniamo che ci sono quelli che hanno tradito col nazismo e quelli, come Chamberlain o Daladier, che hanno tradito di fronte al nazismo; ed è una debolezza della coscienza europea non averli citati al medesimo tribunale (2).

✴️ 2. “Uomo, svegliati! Il vecchio appello socratico, sempre attuale, è il nostro grido di allarme a un mondo che si assopisce nelle sue strutture, nei suoi comodi, nelle sue miserie, nel suo lavoro e nel suo ozio, nelle sue guerre, nella sua pace, nel suo orgoglio e nel suo accasciamento.  […]  Bisogna pur giungere a distinguere oggi gli uomini-oggetti, padroni e schiavi, dagli uomini d’umanità. Il secolo tende sempre più, attraverso le più diverse dottrine, a instaurare un universo di uomini-oggetti. Noi prepariamo, traversando tutte le audacie politiche, sociali o economiche che si vorrà, un mondo di uomini di umanità. Ma proprio qui sta forse la massima audacia, quella che accumula contro di sé il massimo di odio. Poiché essa vuole un mondo di uomini liberi, e quando l’uomo non ama la propria libertà più di ogni cosa al mondo, nulla egli detesta di più.”  (3)

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Note.
1 . “Questo nome risponde al dilagare dell’ondata totalitaria:  da essa è nato e contro di essa, e accentua la difesa della persona contro l’oppressione delle strutture. Sotto  quest’angolo visuale corre il rischio di trascinare con sé vecchie reazioni individualistiche, felici di adornarsi di un nuovo blasone: di deliberato proposito l’abbiamo fin da principio associato a “comunitario”; ma un’insegna non è una qualificazione completa; e, quando noi ricorderemo le vie maestre della nostra filosofia dell’uomo, vedremo che la persona non è una cellula, nemmeno in senso sociale, ma un vertice, dal quale partono tutte le vie del mondo” (E. Mounier, Che cos’è il personalismo?, Einaudi, 1948, pp.13-14). E’ illuminante la premessa di Mounier all’ edizione del 1948 , in cui precisa che  il personalismo “non sarà mai un sistema né una macchina politica“,  ma una  prospettiva per la soluzione dei problemi umani.  “Respingo pregiudizialmente ogni tentativo di utilizzare “il personalismo”  in favore dell’ignavia storica, in difesa delle forme di civiltà che la storia condanna. Respingo la tentazione, molto forte in alcuni, di chiamare “personalismo” la loro incapacità a sopportare una lunga disciplina di azione.   Mi auguro che queste pagine aiutino a pensare e a creare, e non a difendersi contro i richiami del mondo. La miglior sorte che possa toccare al personalismo è questa: che dopo aver risvegliato in un sufficiente numero di uomini  il senso totale dell’uomo, si confonda talmente con l’andamento quotidiano dei giorni da scomparire senza lasciar traccia”. cfr.o.c., pp. 9-10.
2.o.c., pp.99-100.
3. o.c. pp. 79 e 81-82.

domenica 19 maggio 2019

Primo Levi, Agli amici.

Post di Rossana Rolando.

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita
(Primo Levi, Agli amici).¹

Pier Vincenzo Mengaldo,  
Per Primo Levi
Tra gli scritti raccolti in occasione del centenario della nascita di Primo Levi (31 luglio 1919) nel libro di Pier Vincenzo Mengaldo, appena uscito per Einaudi, vi è un piccolo saggio del 2018 dedicato a Il canto di Ulisse² , contenuto in Se questo è un uomo³.
La vicenda è a tutti nota ed è appena il caso di richiamarla sommariamente: Primo Levi e Jean Samuel, giovane studente alsaziano, denominato Pikolo, dallo stesso Levi, si recano a ritirare il rancio e lungo il cammino si scambiano confidenze sulle loro case, le loro letture, gli studi, le rispettive madri tanto somiglianti, come tutte le madri. Dapprima parlano in francese, poi Pikolo, che è stato un mese in Liguria e vorrebbe imparare l’italiano, sollecita Primo Levi che, chissà come e perché, ricorda alcuni versi dell’Ulisse dantesco e comincia a ricostruire  l’intero canto XXVI, cercando di rammendare le parti mancanti in uno sforzo della memoria che deve procurargli – come nota Mengaldo, citando situazioni estreme e analoghe - intima soddisfazione. Il parallelismo Inferno – Lager, da una parte e Poesia – Liberazione, dall’altra parte,  è subito evidente.

giovedì 16 maggio 2019

Sull'inferno. Da Scoto Eriùgena a Borges.

Post di Rosario Grillo.
Immagini dei disegni per la Divina Commedia di Sandro Botticelli.

Sandro Botticelli, 
La voragine infernale
Io che sono l’E’, il Fu e il Sarà/ accondiscendo ancora al linguaggio/ che è tempo successivo e simbolo./ Chi giuoca con un bimbo giuoca con ciò che è/ prossimo e misterioso;/
io volli giocare con i Miei figli./ Stetti fra loro con stupore e tenerezza./ Per opera di un incantesimo/ nacqui stranamente da un ventre./ Vissi stregato, prigioniero di un corpo/e di un’umile anima./Conobbi la memoria,/ moneta che non è mai la medesima./ Il timore conobbi e la speranza,/ questi due volti del dubbio futuro./ Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,/ l’ignoranza, la carne,/ i tardi labirinti della mente,/ l’amicizia degli uomini,/ la misteriosa devozione dei cani./ Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce./ (J.L.Borges, Giovanni I,14)

J.L.Borges ha girato molto attorno ai temi teologici tanto da meritarsi la definizione di “teologo ateo da parte di Leonardo Sciascia. Il cardinale Ravasi è andato anche più in là, riconoscendogli una “fede implicita. (1)

sabato 11 maggio 2019

Il 26 maggio riscoprire e ricostruire l'Europa.

Post di Gian Maria Zavattaro.
Immagini dell'illustratore Francesco Bongiorni (qui il sito instagram).

Francesco Bongiorni, 
Crisi europea
Parlare dell’Europa è parlare di noi, del nostro passato presente e futuro: di come intendere e vivere la nostra presenza nel mondo globalizzato, di come preoccuparci sia di chi condivide con noi questo tempo-spazio 2019 sia delle generazioni che si seguiranno, consapevoli e grati per quanto ha fatto la generazione che ci ha preceduto.
Tra breve voteremo. C’è l’urgenza pressante di dare ai tanti interrogativi sull’Europa una risposta di ferma speranza, nutrita da un cuore ed un pensiero veramente liberi da ogni meschino calcolo e/o subdola seduzione.

sabato 4 maggio 2019

Critica al postmoderno e ritorno del soggetto.

Post di Rossana Rolando.
Immagini delle opere del pittore spagnolo Juan Gris (1887-1927).

Molteplicità di Italo Calvino. 
Juan Gris, 
Pierrot con libro
Tra i termini che Calvino consegna al nuovo millennio vi è la parola “molteplicità”, riferita alla narrazione del romanzo (visto come rete di connessioni, intreccio di linguaggi e moltiplicazione dei possibili), ma presupposta anche nella concezione di una soggettività plurale da cui il racconto prende forma: “chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”¹.
Lontano dalla concezione di un self unico, con un’identità già data e compiuta, con una verità da rivelare, Calvino intende l’opera letteraria come specchio di una soggettività molteplice, frutto di una pluralità di esperienze, o addirittura vorrebbe - se mai fosse possibile – “un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata di un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…”².

domenica 28 aprile 2019

Fede e mistero.

Post di Rosario Grillo.
Immagini di alcune opere del pittore svizzero Arnold Böcklin (1827-1901),  esponente di grande rilievo del Simbolismo di area tedesca.

Arnold Böcklin, 
Il bosco sacro
Tu, l'al di là di tutto: come è possibile lodarTi?
Come potrà inneggiarti la parola? Nessuna parola, infatti, può esprimerti. Come ti contemplerà l'intelletto? Nessun intelletto, infatti, può percepirti. Tu solo sei ineffabile, poiché le parole a Te devono l'origine. Tu solo sei inconoscibile, poiché i pensieri a Te devono l'origine. Tutto canta Te, sia ciò che ha voce sia ciò che non l'ha. Tutto rende a Te onore, sia ciò che ha intelletto sia ciò che non l'ha.
Comuni sono i desideri di tutti gli esseri, comuni i gemiti che completamente circondano Te. Te supplica, con pietosa preghiera, il tutto. A Te si dirige un inno silente: lo pronunciano tutti gli esseri che intellettualmente contemplano ciò che Tu hai creato.
È solo per Te che tutto permane. È solo per Te che tutto cammina nell'universale moto. Di ogni cosa Tu sei compimento: Uno, Tutto, Nessuno, anche se non sei né unico né tutti. A Te è ogni nome: come chiamare Te, il solo che non si può nominare? Qual intelletto, figlio del cielo, penetrerà i veli che si stendono sopra le nubi?
Sii benigno, Tu, l'al di là di tutto: come è possibile lodarTi? (Gregorio Nazianzeno).

Arnold Böcklin, 
L'isola dei morti 
(prima versione)
Sto scrivendo mentre il Vangelo di Giovanni, nel giorno di Pasqua, ribadiva la novella del sepolcro vuoto per ammonire prima che sulla Resurrezione, sul vuoto che dobbiamo fare per ri-nascere, per ri-sorgere.
La morte è sconfitta, la Vita trionfa. Capitolo primo e fondamento della fede cristiana.
Riandando alla fede, mi interrogo sull’intreccio che in essa si aggruma tra rivelazione e mistero.

martedì 23 aprile 2019

Marco Balzano, "Resto qui". Restare in quanto resistere.

Post di Rossana Rolando.

Marco Balzano, 
Resto qui, Einaudi
❄️Ho appena finito di leggere il libro “Resto qui” di Marco Balzano¹, scrittore che ho avuto il piacere e l’onore di ascoltare il 12 aprile 2019, in occasione del Premio letterario tenuto nel Liceo in cui insegno.
Se associo questo suo libro alla ricorrenza del 25 aprile non è certo per il contenuto storico di liberazione dal nazifascismo - e dall’orrore del potere rappresentato da esso - che la giornata tradizionalmente richiama.
La storia raccontata non rileva alcuna vera discontinuità tra il prima e il dopo (rispetto al 25/4/1945). Narra di un paese della Val Venosta, nel sud Tirolo, vicino alla Svizzera, che conosce l’occupazione fascista prima (fino al 1943) e quella nazista poi (fino al 1945). La politica di italianizzazione condotta dal regime nei confronti della popolazione, di lingua tedesca, innesca una guerra tra italiani e sud tirolesi, tale da condurre questi ultimi, o almeno molti di loro, a vedere nel führer una possibilità di scampo rispetto all’oppressione fascista.
E, soprattutto, racconta di una diga - progettata prima degli anni ’20, iniziata nel 1940 e portata a termine nel 1950, a guerra conclusa - che seppellisce sotto una tomba d’acqua il paese di Curon (di cui fanno parte i protagonisti del romanzo), lasciando al suo posto un grande lago, da cui emerge soltanto il campanile di una chiesa, unica vestigia di un passato dimenticato.
Tra il fascismo e il dopoguerra, per il destino del luogo – “i masi, la chiesa, le botteghe, i campi dove pascolavano le bestie”² - non cambia nulla: nessun 25 aprile interrompe quella logica per cui “il progresso vale più di un mucchietto di case”³.

❄️Dunque il motivo per il quale credo di poter associare “Resto qui” al 25 aprile va ben al di là della semplice ricorrenza storica: è lo spirito che attraversa il libro e che trova la sua sintesi nella postfazione dello stesso Marco Balzano:
“Se la storia di quella terra e della diga non mi fossero parse da subito capaci di ospitare una storia più intima e personale, attraverso cui filtrare la Storia con la s maiuscola, se non mi fossero immediatamente sembrate di valore più generale per parlare di incuria, di confini, di violenza del potere, dell’importanza e dell’impotenza della parola, non avrei, nonostante il fascino che questa realtà esercita su di me, trovato interesse sufficiente per studiare quelle vicende e scrivere un romanzo”⁴.