Riassunto del testo "In vino veritas" del filosofo danese Søren Kierkegaard.
Compendio a cura di Rossana Rolando del testo di Kierkegaard, In vino veritas (l’edizione di riferimento è quella della Laterza,
Bari 2007, a cura di Icilio Vecchiotti).
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P.C. Klaestrup, Disegno raffigurante Kierkegaard |
Genere
letterario. Lo scritto è costruito nella forma di un dialogo
sullo stile del Simposio platonico
che, in diversi punti, viene citato e ripreso.
Il tema è l’amore o, più precisamente,
la donna considerata come inesplicabile origine dell’eros.
Il
narratore. Chi narra compare, in prima persona, all’inizio e
alla fine del dialogo, ma solo nel sottotitolo si rivela come William Afham
(uno dei tanti pseudonimi di Kierkegaard).
“… colui che possiede un ricordo è più
ricco che se possedesse tutto il mondo” (p. 22)
Introduzione.
Il Pensiero preliminare,
come viene intitolato, si concentra sulla distinzione tra memoria e ricordo: la
memoria è la facoltà di rammentare, la possibilità di riportare alla mente un
evento o una nozione; il ricordo è il contenuto depositato nella memoria, è il
vissuto che si è arrotolato nella mente (come dirà Bergson pur con un uso diverso
dello stesso lessico).
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Kierkegaard, In vino veritas, editore Laterza |
La memoria accumula e facilmente cancella
quelle nozioni che sono indifferenti per la psiche, il ricordo fissa per sempre
sensazioni e stati d’animo legati ad eventi significativi – gioiosi o dolorosi
che siano - nella vita del soggetto (p. 22).
La scena del convito si spalanca quindi
sulla scorta di esperienze interiori: la condizione posta da Costantin, che
organizza l’incontro, è proprio questa: che non si parli dell’amore in
astratto, ma dell’amore elaborato a partire da storie vissute (p. 35).
Notazione. In molti punti di questa
iniziale disamina vengono anticipate tematiche freudiane (fuga dai ricordi
spiacevoli, p. 15; ogni ricordo è un segreto, p. 16).
I
partecipanti al convito sono cinque e discorrono secondo
questo ordine: il giovinetto, Costantin Costantius, Victor Eremita, il mercante
di mode, Johannes il Seduttore.
Giunti dopo il crepuscolo, gli invitati
mangiano e bevono per poi cominciare a parlare. Ciascuno porta una propria tesi
sull’amore e sulla donna.
“…l’amabile è l’inesplicabile” (p. 42)
Il
giovinetto. Egli afferma di non aver mai amato e di
esserne felice. L’amore, come raccontano i poeti, può essere la fonte del dolore più
profondo. Eppure la capacità di generare
tanta sofferenza rimane imperscrutabile. Anzitutto perché non si comprende quale
sia il suo oggetto: non è il bene, che supera l’orizzonte della passione
amorosa; non è il bello in generale, perché la bellezza erotica ha una sua
specificità che può anche non coincidere con i canoni della bellezza fisica;
non è la separazione tra i sessi – come racconta Aristofane nel Simposio – perché ciascuna donna vuole
essere amata non semplicemente in quanto donna, ma nella sua assoluta
singolarità.
L’oggetto che attrae nell’amore e che
può provocare immensa infelicità e sofferenza è quindi inesplicabile e perciò,
colui che ne è vittima, risulta alquanto ridicolo: in ogni circostanza della
vita gli uomini calcolano, infatti, con grande accuratezza le cause da cui
derivano malattia e morte, per ripararsi da esse e invece, nel caso dell’amore,
si lasciano irretire da ciò che non sanno spiegare.
E la cosa è tanto più grave se si pensa
che la scelta di una donna da parte di un uomo – per quanto oscura nelle sue
motivazioni - non è frutto di leggerezza: non è la prima donna che capita, ma è
l’unica ritenuta possibile, quella e soltanto quella in tutto il mondo (p. 42).
Il comico sta proprio nella sproporzione
tra la decisività della scelta (la donna dell’intera esistenza) e
l’impossibilità di spiegare il perché della scelta. E’ come condurre la ricerca
della cosa più importante della propria vita con una benda sugli occhi (p. 43).
Questo è il fulcro ridicolo dell’amore ed è, nello stesso tempo, ciò che incute
paura e induce a fuggire dal suo influsso.
Infine, c’è un ulteriore motivo per
evitare l’amore: esso affida, infatti, la più alta spiritualità (l’amore
eterno) alla più indomabile e cieca sensualità (l’attrazione psico-fisica). Un
fantoccio compie movimenti diretti da altri ed essendo questa la sua natura non
risulta per nulla comico. Quando invece è l’uomo a muoversi come un burattino, sotto
la spinta di forze incomprensibili come quelle dell’amore, egli appare ridicolo perché il suo automatismo è in
contrasto con la natura libera e consapevole che dovrebbe caratterizzarlo.
In conclusione, l’inesplicabile, l’in-significante
finiscono per significare tutto: in questa contraddizione dunque si situa il
comico dell’amore.
La donna “è compresa bene unicamente
sotto la categoria dello scherzo” (p. 57).
Costantin. Pur
criticando la posizione del giovinetto per la sua inesperienza, Costantin
prosegue l’argomento della sproporzione e lo individua nella distanza che
intercorre tra la grandezza
soprannaturale e l’idealità immaginaria di cui viene rivestita la figura della
donna (tanto più quanto più è intelligente e quindi capace di soggiogare l’uomo)
e la sua effettiva realtà (p. 58). Nei discorsi posti in bocca a Costantin
Kierkegaard fa trapelare la sua personale vicenda - romanzata e rivisitata - con
Regina Olsen: ella, dopo aver dichiarato che sarebbe morta disperata qualora
l’amato fosse partito da lei per un lungo viaggio, non solo non muore, dopo la
partenza di lui, ma si unisce per sempre ad un altro.
“… è in un rapporto negativo che la
donna rende l’uomo produttivo nell’idealità” (p. 72).
Victor
Eremita. Il terzo interlocutore continua, a sua volta, il
discorso sulla contraddittorietà della natura femminile ed approfondisce il
tema dell’idealità che la donna porta nella vita di un uomo e che lo spinge a
fare grandi cose - a divenire eroe, poeta, genio, santo - soltanto se ella si nega nella sua
effettività. Nel momento in cui la donna diventa moglie e l’uomo marito, viene meno
quell’intimo “motore” di grandezza e si finisce nella ordinarietà di una vita
familiare di marito, padre, impiegato. L’ispirazione della donna è tale solo
nella negazione della sua presenza: perciò non vi è moglie che abbia suscitato
un eroe o un poeta o un genio… Nella donna si ama l’ideale e non il reale che -
dell’ideale - è solo spunto e occasione.
In questo intervento si raccolgono le
notazioni più profonde relative all’amore romantico, cantato nei versi dei
poeti. L’ideale che la donna risveglia nell’uomo, l’assoluto che raffigura, il
valore immortale che suscita non possono mai trovare alimento nella donna in
quanto donna: perciò la protagonista della poesia romantica deve morire, perché
il suo potere è tutto nell’immaginazione di lei senza di lei, la sua presenza
si nutre della sua assenza, la sua idealità è resa possibile soltanto dal suo
svanire.
“… la moda è donna, perché la moda è
l’incostanza del non senso” (p. 80)
Il
mercante di mode. In questo quarto intervento si presenta
il volto frivolo della donna, completamente assoggettata alla volubilità della moda.
Il contrasto su cui si giocano gli interventi precedenti raggiunge qui il suo
culmine: la donna angelo, veicolo di rivelazioni sublimi, via di elevazione… è
tutta e solo racchiudibile nella fatuità di un ornamento. La boutique è il suo
vero altare, il sacro che lei dovrebbe suscitare è per lei, a ben vedere, un
semplice “cappellino” da mostrare ed esibire. Il mercante di mode possiede le
chiavi della mente e del cuore di una donna e può portarla dove vuole fino a
renderla – senza che lei lo sappia – ridicola.
“L’idea della donna, invece, è una
generalità che non è esaurita in nessuna donna” (p. 93).
Johannes
il Seduttore. Quest’ultimo demolisce i discorsi
precedenti: il giovinetto è inesperto e
rimane fuori dall’esperienza dell’amore; Costantin ha sofferto troppo nel cercare
di comprendere la sua relazione tradita; Victor rimane un sognatore; il
mercante di mode è un arrabbiato… tutti denigrano la donna perché sono amanti
infelici. Il seduttore, invece, vuole parlare in onore della donna, celebrandola
come una divinità. Perciò racconta un
mito.
Un tempo vi era un solo sesso: quello
maschile. Gli uomini erano così perfetti da suscitare l’invidia degli dei che,
per dominarli, gli misero accanto un essere meraviglioso, più potente di lui, anche
se fisicamente più debole. Nella universalità del femminile venne posta ogni
illusione di leggerezza, freschezza, amabilità, compiutezza, pienezza… meta in
cui trovare felicità, quiete, ristoro. La
bellezza della donna venne associata ad una misteriosa forza attrattiva, ad una
capacità di seduzione e di incitamento del desiderio, che rimase a lei stessa
celata, avvolta nell’ignoranza dell’innocenza e del pudore. Così agirono gli
dei per sottomettere gli uomini.
Solo i seduttori sanno godere
dell’inganno senza lasciarsi ingannare (p. 96). Essi amano la donna attraverso
molte donne, godono della bellezza e dell’incanto femminile al di qua del
singolo legame, fermandosi prima di ogni stabile rapporto di coppia: con il
matrimonio, infatti, essi sarebbero sottoposti all’abitudine del quotidiano, al
logorio del tempo, alla limitatezza di ogni esperienza finita, dando così piena
vittoria alla volontà degli dei nei confronti degli uomini.
Con questa argomentazione conclusiva
viene ripresa la figura kierkegaardiana dell’esteta, descritta in Aut aut.
Ultima
scena.
Il dialogo si chiude con un intreccio di
immagini che descrivono la tenerezza e la delicatezza di un amore coniugale (il
giudice Vilhelm con la moglie). La forza
evocatrice della conclusione, senza nulla togliere all’acutezza delle analisi
fornite nel corso del dialogo, suggerisce la possibilità di un diverso
orizzonte affettivo, realizzato dall’intensità di una convivenza concreta, intima,
vera, capace di accettare il limite della finitezza, priva di rimpianti estetici (aut aut,
appunto).
“Egli si alzò, le dette un bacio in
fronte, la prese a braccetto e sparirono in un sentiero di spesse fronde, che
partiva dalla pergola” (p. 104).
Assieme agli articoli di vario taglio culturale (comparsi finora sul blog), con questo post pubblicato ieri, abbiamo aperto una nuova rubrica dedicata ad opere filosofiche o letterarie delle quali presenteremo un compendio. Le sceglieremo (tra le tante possibilità) in base ad alcuni criteri: la significatività che noi attribuiamo ad un determinato testo filosofico o poetico, l’opportunità di divulgare contenuti generalmente poco conosciuti, il riferimento alle domande poste dalla contemporaneità.
RispondiEliminaSu facebook sono stati numerosi i segnali di consenso all’iniziativa. Ringraziamo tutti, uno per uno, per il sostegno espresso in vari modi.
Kierkegaard è un pilastro della riflessione esistenzial/filosofica. Compendio assai gradito di un'opera che non conoscevo. Saluti cordiali.
RispondiElimina@Mari D'Asaro. Grazie per il suo gentile apprezzamento.Ricambio i saluti.
RispondiEliminaMolto bello
RispondiEliminagrazie
bellissimo
RispondiEliminagrazie
Grazie!¥
RispondiEliminaUna sintesi perfetta dell'opera filosofica "In vino veritas"di Soren Kierkegaard
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