Iscriviti ai Feed Aggiungimi su Facebook Seguimi su Twitter Aggiungimi su Google+ Seguici tramite mail

Iscriviti alla nostra newsletter!

Visualizzazione post con etichetta Umberto Galimberti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Umberto Galimberti. Mostra tutti i post

sabato 24 luglio 2021

Senso di vuoto.

Post di Rossana Rolando.
 
Léon Spilliaert, Vertigini, 1908
La percezione del vuoto è una profonda esperienza umana che si distingue dall’elaborazione del concetto stesso di vuoto in campo filosofico e fisico (1).
 
💥 Paura del vuoto.
Nell’identità di ciascuno, infatti, la paura del vuoto si presenta in molti modi. Nell’infanzia è il timore del buio, primo rivelatore di un’assenza, non solo di luce, ma di voce e presenza: perciò il bambino chiede di non rimanere al buio o di essere accompagnato per attraversarlo.
Diventa poi la paura di un vuoto interiore che si rivela come mancanza sul piano degli affetti (della mamma del papà dell’amicizia dell’amore) e come terrore del nulla di sé, di “non essere” per gli altri importante, di sentirsi insignificante.
Lo dice splendidamente Emanuele Coccia nel suo ultimo libro La filosofia della casa. In esso la casa non rappresenta solo la dimora nella quale effettivamente abitiamo, ma diventa il modo per pensare i luoghi della mente. E così, a proposito dei corridoi, “spazi scabri, oscuri, senza identità”, si legge: “Per molti anni ho avuto paura di non essere che un lungo corridoio, uno spazio vuoto, dove non c’era nulla di veramente mio, nulla di intimo. Ho avuto paura di essere un posto buio dove c’era sempre molto vento, dove nessuno restava e tutti passavano senza lasciare ricordi e che non lasciava ricordi in chi passava” (2) (p. 91)
La consapevolezza del vuoto, sebbene dolorosa, è tuttavia necessaria, come lo sono i corridoi in una casa: spazi di passaggio che servono a “cambiare luogo” e soprattutto a “cambiare noi stessi”. (3)

sabato 22 maggio 2021

Figure del non senso.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle opere di Walter Gramatté, pittore espressionista tedesco vissuto tra il 1897 e il 1929.

Walter Gramatté, Ragazzo che sogna
Spiego il nichilismo in una mia classe. Faccio riferimento a Nietzsche, alla sua definizione del termine in Frammenti postumi: «Nichilismo: manca il fine, manca la risposta al “perché?” Che cosa significa nichilismo? Che i valori supremi perdono ogni valore».¹

Mi ricollego, ancor più, alla pagina dell’uomo folle, tratta da La gaia scienza e già proposta in una mia precedente lezione, con l’efficacissima descrizione del vuoto nullificante che si viene a creare dopo la “morte di Dio”. Con essa, infatti, nella coscienza dell’uomo contemporaneo – di cui Nietzsche vuole anticipare profeticamente il sentire – viene meno ogni fondamento teologico, ogni certezza metafisica che illusoriamente conferisca un senso all’esistenza individuale e alla storia collettiva e, ancora, ogni prospettiva escatologica.

Si legge dunque: “Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che ci si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?”²

martedì 16 gennaio 2018

Amore oggi, due sentieri.

Relazione sul tema dell'Amore, tenuta da Gian Maria Zavattaro, il giorno 12 gennaio, presso il Liceo Scientifico "G. Bruno" di Albenga.

Jan Vermeer, Donna che legge una lettera 
davanti alla finestra, particolare (1658)
🌟Vorrei iniziare con una riflessione di A. Fabris tratta da I paradossi dell’amore (ed. 2002 Morcelliana): Fin dal mondo antico ben si sa che l’amore è ferita e guarigione al tempo stesso. E dunque che esso condivide con altri fenomeni la natura ambigua del pharmacon, di ciò  che è veleno e medicina insieme. Può emergere così il vero e proprio carattere paradossale dell’amore. E allora subito dico con U. Galimberti che la filosofia deve essere il luogo dell’inquietudine, cosa ben diversa, naturalmente, dal luogo delle risposte rassicuranti¹. Amore è parola talmente evocatrice, potente, terribilmente equivoca da dover essere trattata con molta umiltà e coraggio. Quest’unica parola in italiano esprime in modo onnicomprensivo una vasta gamma di oggetti d’amore per lo più discordanti o contradditori, mentre invece altre lingue come il greco ed il latino hanno avvertito il bisogno di termini distinti per indicarne i vari tipi². Dedicare 15 minuti a discorrere sulle cose dell’amore nella nostra società globalizzata, nell’Italia  che il rapporto Censis 2017 dice carica di rancore, nell’Europa frantumata, in un mondo diviso 
dalle guerre e dalla minaccia nucleare potrebbe sembrare una follia. E poi se ne dovrebbe parlare sicuri che si condivida lo stesso significato, pena l’incomunicabilità. Eppure parlarne qui nel nostro Liceo, in questa notte bianca festosa va proprio bene, è tra le cose più belle ed insieme più provocatorie: lo si può fare per balordaggine oppure come segno di speranza che è il cuore della paideia, speranza che l’amore di ognuno di noi non finisca nel container delle passioni tristi.

venerdì 15 luglio 2016

La moglie e la figura del testimone.

Post di Rossana Rolando.
 
Vilhelm Hammershøi
Doppio ritratto dell'artista con la moglie
I rapporti intrafamiliari possono essere l’inferno. Le cronache sono piene di rancori covati tra le quattro mura domestiche che si risolvono in tragedia. Gli affetti, infatti, hanno a che fare con i mondi oscuri della psiche e con le malattie del nostro spirito, diventando talora “luoghi” di sofferenza, di smarrimento, di dolore, di stanca ritualità, di prigionia….
Ci sono però, per una qualche felice formula del destino, legami che sono divenuti nel tempo così intensi, speciali, duraturi, profondi da destare gioia e ammirazione. Penso a grandi coppie di intellettuali: Raissa e Jacques Maritain, Paulette ed Emmanuel  Mounier, Giulia e Giuseppe Capograssi…, figure che hanno irradiato nel loro stare insieme amicizia, cultura, bellezza. Ma penso anche ad altre grandi coppie, ancorché meno note.
Vilhelm Hammershøi,
Riposo
Ultimamente mi hanno molto colpito alcune pagine tratte da Il viandante della filosofia, un libro in cui si riporta un’intervista a Umberto Galimberti. Tra gli altri argomenti, verso la fine del testo, il filosofo parla della moglie, biologa molecolare, appassionata scienziata, morta nel 2008, dopo 12 anni di malattia, causata da un tumore. Nel descrivere il suo rapporto con questa donna Galimberti usa parole commoventi che - in un pensatore come lui, per nulla incline ad esternare i propri sentimenti (ricordo le pagine sulla “spudoratezza” come nuovo vizio) - hanno il sapore di una verità capace di andare oltre i confini della storia privata per consegnarsi universalmente a ciascun lettore. Quel che emerge, infatti, al di là della personale esperienza, è il paradigma della moglie, ciò che la moglie dovrebbe essere (o più in generale ciò che l’altro dovrebbe essere all’interno della relazione a due).