Il vuoto e il desiderio.
Post di Rossana Rolando.
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Léon Spilliaert, Vertigini, 1908 |
💥 Paura del vuoto.
Nell’identità di ciascuno, infatti, la paura del vuoto si presenta in molti modi. Nell’infanzia è il timore del buio, primo rivelatore di un’assenza, non solo di luce, ma di voce e presenza: perciò il bambino chiede di non rimanere al buio o di essere accompagnato per attraversarlo.
Diventa poi la paura di un vuoto interiore che si rivela come mancanza sul piano degli affetti (della mamma del papà dell’amicizia dell’amore) e come terrore del nulla di sé, di “non essere” per gli altri importante, di sentirsi insignificante.
Lo dice splendidamente Emanuele Coccia nel suo ultimo libro La filosofia della casa. In esso la casa non rappresenta solo la dimora nella quale effettivamente abitiamo, ma diventa il modo per pensare i luoghi della mente. E così, a proposito dei corridoi, “spazi scabri, oscuri, senza identità”, si legge: “Per molti anni ho avuto paura di non essere che un lungo corridoio, uno spazio vuoto, dove non c’era nulla di veramente mio, nulla di intimo. Ho avuto paura di essere un posto buio dove c’era sempre molto vento, dove nessuno restava e tutti passavano senza lasciare ricordi e che non lasciava ricordi in chi passava” (2) (p. 91)
La consapevolezza del vuoto, sebbene dolorosa, è tuttavia necessaria, come lo sono i corridoi in una casa: spazi di passaggio che servono a “cambiare luogo” e soprattutto a “cambiare noi stessi”. (3)
💥 Il vizio del vuoto.
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Léon Spilliaert, La bagnante, 1910 |
Galimberti evidentemente non parla del vuoto nel senso in cui poteva intenderlo Leopardi: una carenza interiore non dovuta all’assenza del desiderio, ma al sovrappiù dell’aspirazione, all’eccedenza della volontà rispetto al possibile, a quanto l’uomo può raggiungere nell’ambito del finito. Nelle pagine dello Zibaldone la sproporzione è resa con un esempio: se si desidera un cavallo si pensa di desiderarlo in quanto cavallo, in se stesso, “come un tal piacere”, ma in verità lo si desidera come piacere astratto e illimitato riponendo nell’oggetto desiderato più di quello che esso può dare. Perciò – scrive – “quando si giunge a possedere il cavallo, si trova un piacere necessariamente circoscritto e si sente un vuoto nell’anima, perché quel desiderio che si aveva non resta pago”. (5)
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Léon Spilliaert, Raffica di vento, 1904 |
In questa stessa direzione mi pare si debba interpretare quanto dice ancora Coccia: “Ho avuto a lungo paura dei corridoi e ho imparato tardissimo a superarla. Non ho avuto bisogno di coraggio. Contro la paura non serve il coraggio. Serve solo il desiderio… La paura non è che la forza che ci impedisce di desiderare qualcosa” (91). (6)
Risvegliare il desiderio è la via per vincere il vuoto e, solo in seconda istanza, per approfondirne il senso.
💥 Vuoto e desiderio.
Concludo con un noto racconto di Kafka, citato da Calvino nella lezione sulla leggerezza: Il cavaliere del secchio. (7) Lo riassumo brevemente e lo inserisco come audiolibro dal sito di Valter Zanardi: il freddo e la mancanza di carbone conducono il protagonista ad uscire con il suo secchio per chiedere una palata di quel prezioso carburante che solo più tardi potrà pagare. Non riceve ascolto e anzi viene cacciato via. Ma il secchio, proprio perché è vuoto, vola come un destriero e lo porta in alto, oltre le Montagne di ghiaccio, elevandolo al di sopra delle miserie umane.
1.Sul vuoto in fisica video.
2. Emanuele Coccia, Filosofia della casa, Einaudi, Torino 2021, p. 91.
3. Ibidem, p. 90.
4. Umberto Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano 2008, p. 115.
5. Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, vol. 1, Mondadori, Milano 1989, p. 134.
6. Emanuele Coccia, Filosofia della casa, cit., p. 91.
7. Italo Calvino, Lezioni americane, Mondadori, Milano 2017, pp. 31-32.
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Fare il vuoto interiore è un allenamento legato alla meditazione. A livello esistenziale la vita può farci sperimentare questo vuoto allorché ci sembra di non avere più desideri, di non aspettarci più nulla di nuovo. Eppure è proprio questa condizione di spazio interiore che prepara l'irruzione del nuovo e il vuoto inaspettatamente si riempie di qualcosa di meraviglioso. È a partire dal vuoto che la vita può fiorire.Coltiviamo il vuoto perché se siamo sempre pieni di desideri da realizzare e di cose da fare, la vita non può sorprenderci.
RispondiEliminaGentile Maria Paola, rileggo questo testo poetico che mi pare in ideale colloquio con il suo profondo commento. Lo riporto qui sotto. Grazie!
EliminaAntico, sono ubriacato dalla voce ch'esce dalle tue bocche
quando si schiudono come verdi campane
e si ributtano indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t'era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l'aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro, mare,
ma non più degno mi credo del solenne ammonimento del tuo respiro.
Tu m'hai detto primo
che il piccino fermento del mio cuore
non era che un momento del tuo;
che mi era in fondo la tua legge rischiosa:
esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così d'ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.
Montale, Ossi di seppia
Arduo, cara Rossana, riflettere sul vuoto in estate, quando calura mare desiderio di evasione ( specie dal COVID) riempiono le nostre teste.
RispondiEliminaNello stesso tempo, URGENTE. Perché propio il tempo dello svago può diventare terreno di indifferenza morale. Ci dev’essere una ragione, poi, perché la Chiesa passa domani un determinato brano evangelico ( quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci)… L’esegesi di padre Gaetano Piccolo ( vedi www.caietanus.com), molto bella, conduce anch’essa al “ nodo” del desiderio. Il desiderio dell’Altissimo, il desiderio che si muta in dono. Intercambiabilità tra chiedere e donare!!
Leggo, inoltre, sulla pagina del Manifesto, che la novella di Kafka è ristampata in un’edizione per ragazzi/e : evidentemente si acconcia all’età, per antonomasia, del desiderio.
E che desiderio sia, teso inesauribile oblativo, in tutte le età! Anche per voi, per noi, per tutti.
Si respinga invece il vuoto della noia - caduta delle illusioni, cessazione della speranza - visto che lo stato del letargo permette l’allignamento dei vizi e del tremendo ozio.
Superata la dottrina aristotelica della negazione del vuoto, esso va pensato come Apeiron e/o , come nel frangente culturale della scomposizione e ricomposizione ( primi ‘900) : come momento chiaroscurale per far risaltare il pieno e la luce. Grazie
Grazie Rosario, credo che oggi il vuoto più preoccupante sia soprattutto quello analizzato da Galimberti (e non solo), inteso quindi come assenza di desideri grandi, non effimeri, capaci di muovere verso obiettivi per cui valga la pena vivere. Un vuoto che attanaglia molti giovani e che il mondo adulto non sa intercettare. Scrive ancora Galimberti: "Buon terreno di cultura sono di solito le famiglie per bene, dove i problemi, quando si affrontano, si affrontano sempre in modo razionale, dove non si alza mai la voce, dove non si piange e non si ride, e dove soprattutto non si comunica, perché quando i figli hanno dato le loro informazioni sull'andamento scolastico e sull'ora del rientro quando si fa notte il sabato sera, sono lasciati nel rispetto della loro autonomia, dietro cui si nasconde il terrore (anche questo mascherato) dei genitori ad aprire quell'enigma che i figli sono diventati per loro".
EliminaTematica così densa di riflessione di approfondimenti inclusi stupore e mistero.
RispondiEliminaDice Gialal al-Din Rumi, poeta e mistico persiano:
“La vita
è un eterno lasciar andare.
Soltanto con le mani vuote
potrai afferrare
qualcosa di nuovo.“
Molto belli questi versi che evocano il vuoto "buono", quello che va cercato come spazio di apertura al nuovo.
EliminaLeggevo questa mattina alcune righe stupende del "Diario" di Pavese: "E' notte, al solito. Provi la gioia che adesso andrai a letto, sparirai e in un attimo sarà domani, sarà mattino e ricomincerà l'inaudita scoperta, l'apertura alle cose".
La notte - vuoto, assenza - in cui si sparisce potrebbe/dovrebbe sempre essere il tempo che prepara al risveglio, all'inaudita scoperta.
Grazie della interessante riflessione e delle letture suggerite.
RispondiEliminaUn caro saluto e buona estate. Sempre molto gradito il suo gentile apprezzamento.
EliminaCerto, il vuoto è tutto quanto è stato detto e scritto. Molto toccante e vero il timore di Emanuele Caccia di essere solo un corridoio di passaggio senza identità...
RispondiEliminaMa per me il vuoto può essere anche nostalgia, insoddisfazione, percezione della propria incompletezza e conseguente desiderio di compimento. Il vuoto di chi non si sente arrivato, ma si mette a cercare.
Grazie di cuore Rossana, e un abbraccio!!!
Sì, un vuoto teso al raggiungimento di qualcosa, che è poi il senso del desiderio come consapevolezza della propria mancanza. Tu sottolinei soprattutto l'aspirazione ad una pienezza possibile (rispetto all'impossibile/infinito leopardiano), da perseguire nel corso del vivere, per aggiungere "vita ai giorni" e non semplicemente "giorni alla vita" (come dice Enzo Bianchi).
RispondiEliminaUn abbraccio a te!
Riflessioni suggestive, a partire dal testo di Emanuele Caccia che vorrò approfondire. I teorici della Psicologia della Gestalt evocano una sorta di 'vuoto fertile', in linea con i pensieri evocati dal tuo ottimo post e anche dagli interessanti commenti. Un saluto affettuoso.
RispondiEliminaGrazie Maria, "fertile" rende bene l'idea di un vuoto - assenza di rumori, silenzio, spazio di introspezione - che può permettere di generare, creare.
EliminaRicambio il saluto affettuoso!