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giovedì 19 ottobre 2017

Balducci e l'ateismo letterario.

Ricordo di Ernesto Balducci a partire dall'articolo "L'ateismo nella letteratura italiana contemporanea".
Post di Gian Maria Zavattaro.

Copertina del libro 
"Io e don Milani", ed.  San Paolo
A 25 anni dal dies natalis  di padre Ernesto Balducci (1922-1992) mi pare doveroso rendergli  un umile riconoscente omaggio. Non l’ho conosciuto personalmente, non sono certo un profondo conoscitore della sua opera e del  suo pensiero, ma  per me  molti della mia generazione negli anni postconciliari  è stato  uno dei riferimenti non marginali nel cammino di fedeltà al Vaticano II, nell’esercitare la mia professione  prima di insegnante di storia e filosofia (1) e poi di preside, nel dialogo con le culture contemporanee e con i non credenti, in particolare allora con i marxisti, nel quotidiano impegno sociale e nelle scelte,  decisive, di stare con e dalla  parte degli umiliati ed oppressi.  Fu in  prima fila nel diffondere la nuova ventata del Concilio, forte della speranza, senza nascondere amarezze per il tardivo rinnovamento religioso; fu  prete e scolopo  scomodo (non meno degli amici  don Milani padre Turoldo, G. La Pira…), osteggiato dagli ambienti curiali retrivi e dal loro seguito ultraconservatore; fu  allontanato dalla diocesi di Firenze, processato e condannato per apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza (con  denuncia al S. Uffizio); fu il fondatore della  rivista Testimonianze, l’animatore dei convegni  "Se vuoi la pace prepara la pace" .

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In continuo dialogo tra credenti e non credenti promosse riflessioni ed azioni su grandi "temi planetari" quali diritti umani, pace, ambiente, cooperazione, solidarietà, in antitesi alla visione eurocentrica del mondo (2). Di lui provo a presentare tre brevi scritti, distribuiti in 15 anni, che non ho trovato citati nelle vulgate bibliografiche (il primo in questo post, gli altri in due prossimi). Forse i suoi conoscitori li considereranno marginali nel mare delle sue pubblicazioni, ma a suo tempo mi hanno segnato e oggi nella loro inattualità mi  appaiono attualissimi ed oserei dire profetici. “L’ateismo  nella letteratura italiana contemporanea”, pubblicato nel 1967, è nel primo dei quattro volumi de “L’ateismo contemporaneo”, edito dalla SEI, diretto da G. Girardi, a cura della facoltà filosofica della Pontificia Università Salesiana di Roma (3). Siamo nel clima di una avanzata secolarizzazione, all’alba della globalizzazione e all’indomani del Vaticano II da poco concluso e già osteggiato, in un’Italia che iniziava anch’essa ad essere scenario della contestazione studentesca e di forti proteste sociali. Balducci interpreta  il mondo letterario  di fine 800 e della prima metà del 900 in modo atipico: non è un’esegesi estetica, ma una lettura-interpretazione storico-filosofica di chi ben  conosce la letteratura (4) e sceglie come filo conduttore l’ateismo (“chiuso” ed “aperto”), senza preconcetti, nella fermezza delle proprie convinzioni divergenti, in tensione dialogica anche con chi è distante dalla propria visione del mondo, riconoscendo valori condivisibili: la cultura unisce non divide.

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La spiegazione dell’irreligiosità ottocentesca, “probabilmente”, è da ricercare nel carattere precipuo della tradizione letteraria italiana le cui ragioni ed aspirazioni si collocano  “al di fuori della coscienza o almeno al di fuori delle sue responsabilità di fondo”. Non c’è un Pascal,  Racine, Rousseau, Voltaire: le loro scelte, le loro pagine, per quanto diverse, hanno in comune le passioni della vita di cui trascrivono  speranze e disperazioni. Da noi per secoli il mestiere letterario ha interessato “gente spiritualmente disoccupata”: l’arte per l’arte è la formula vincente che traduce il dualismo tra letteratura e vita. Nel corso dell’800 le cose cambiano: la partecipazione crescente ai grandi problemi posti dal pensiero europeo, la mobilitazione degli uomini  di cultura nella ventura risorgimentale, i rivolgimenti sociali determinano la crisi della letteratura disimpegnata. A differenza però delle altre letterature europee  dove l’ateismo è innanzitutto prima  filosofico e poi letterario,  quella italiana non giunge agli  estremi dell’ateismo. Verga nella rappresentazione degli umili sopraffatti dalla sventura è animato da una pietas cristiana rispettosa dei valori religiosi. Carducci stesso, al dispetto delle sue bestemmie anticlericali, “conserva nei momenti di maggiore fedeltà a se stesso” una religiosità esplicita e  “fra tutti i poeti non cristiani è il più cristiano” (5). Su tutti pesa il grande equivoco della questione romana: non solo problema politico ma pretesto di un’alternativa irreligiosa che si intreccia con lo storicismo coniugato da Croce, inteso a superare il Cristianesimo nella presunzione di conservarne i valori autentici, liberati da ogni orpello.


L'articolo di Balducci 
è contenuto nel Vol. I.
Nell’età decadentista l’agnosticismo religioso si esprime nella voce solitaria del Pascoli, che trova scampo solo nella fraternità evangelica, fraternità senza Padre, sempre  esposta a lamentazioni autobiografiche e psicologiche. Ben diverso il D’Annunzio, chiassoso ed estroverso, in cui vita e letteratura sono una sola cosa “nel senso che la vita non era, per lui che un insieme di occasioni da sfruttare con estro creativo secondo la legge immanente dell’affermazione di sé la più spregiudicata”. Ateo, “non si è mai preoccupato di saperlo o dichiararlo, perché in fondo tale chiarezza sarebbe stata un superamento dell’egocentrismo che invece aveva bisogno anche di mistiche nutrizioni, smarrimenti simulati, di un Gesù o Francesco e di altri innumerevoli aspetti del costume cristiano”, trattati con formale rispetto, ma in sostanza “blasfemo” (6). Anche solo sfogliando  riviste quali Il Leonardo - La Voce - Lacerba,  a distanza d’anni appare chiaro il carattere retorico, velleitario, contradditorio di “rivoluzionari che erano in sostanza reazionari: non avevano cioè da proporre idee e non avevano nemmeno un loro vincolo vitale con la realtà che andava maturando” (7).  Per quanto non manchino uomini dalla sincera religiosità (8), in letteratura i cattolici non hanno quasi mai fatto fermento - a parte Manzoni -, anzi, con la loro inclinazione a fare della letteratura  uno strumento apologetico e a identificare le ragioni della fede con quelle della conservazione, “hanno privato la letteratura irreligiosa di una contestazione capace di costringerla a mettere in luce i suoi veri motivi”. 

Dissoluzione dell’antropologia cristiana. Il risultato più significativo  è la dissoluzione dell’idea umanistico-cristiana dell’uomo, tratteggiata da Moravia nel suo saggio del 1946 L’uomo come fine. L’intenzione umanistica dell’ateismo non è quella di sostituire all’Assoluto religioso altri assoluti: scavando all’interno della finitezza considerata irreducibile scopre che “la cifra che spieghi l’uomo non esiste. L’uomo, e con l’uomo le cose, perde la sua maschera e rivela il suo non-senso, la sua noia”. All’amara denuncia di questa doppiezza dell’uomo  dedica tutta la sua opera Pirandello il cui ateismo, di tipo soggettivistico, sbocca fatalmente nel dogma dell’incomunicabilità umana. 

La poesia esistenzialista di Saba Ungaretti Quasimodo Montale, e altri di voce più fievole, è “salmodiare sommesso dove ha quasi più importanza il silenzio che il suono, il margine ineffabile che la parola esplicita”: testimoni di una  riduzione della sostanza umana a un grumo senza qualità, indefinibile, su cui il richiamo della trascendenza non ha  più presa perché il nulla che lo circonda non è terribile come per l’ateismo romantico, ma è come un puro vuoto in cui la trama dell’esistenza si svolge senza proteste, rivelando le proprie innumerevoli analogie col non-essere (cfr. p. 575). Nemmeno Pasolini, lettore acutissimo  oltre che poeta,  è persuaso dalla poesia ungarettiana più spiegatamente religiosa (Cristo, pensoso palpito…), per la quale il Dio di Ungaretti “è un Dio collocato fuori della coscienza”: sta dopo la morte, non occupa la vita né la trasforma.

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L’ateismo marxista. Se la guerra mondiale spazza via la letteratura disimpegnata, l’ideologia marxista appare assai accattivante  nel fornire l’analisi delle cause sociologiche del fascismo e capitalismo.  L’adesione di molti letterati al marxismo è favorita dal fatto che tutte le correnti tradizionali sostengono un partito di maggioranza a denominazione religiosa. La stessa  Resistenza, che pure fu ventura di tutto un popolo, appare appannaggio comunista. Alle ragioni dello spirito anticattolico e antireligioso della cultura italiana vanno aggiunte anche la resistenza della chiesa cattolica all’unità nazionale e alle istituzioni liberali, la protesta del proletariato e del mondo degli esclusi nei riguardi dei cattolici giunti al  potere dello Stato ancora sostanzialmente borghese, nell’Italia “impigliata nelle forme dell’ateismo rivoluzionario e della religiosità conservatrice”.

L’ateismo aperto. Si comprende allora il disincanto degli scrittori che intorno al 1947 scelsero il comunismo scambiandolo, come scrive Vittorini, “per una nuova forma storica capace  di passare sopra a qualsiasi preconcetto ideologico e di farsi continuatrice della rivoluzione liberale, secondo le nuove esigenze storiche di quasi tutti i popoli” (9). Vittorini, Pavese, Pasolini, per citare i nomi di maggior risonanza,  hanno “il merito di aver ricondotto la letteratura ad un vero strumento di vita, ad una confessione il cui senso va oltre i suoi pregi formali. La loro irreligiosità non è del tutto irreligiosa”, sanno prendere sul serio l’esistenza, non sono mai riusciti dal tutto a farla finita con l’idea di Dio, nemmeno quando lo negano in modo blasfemo o quando prescindono con indifferenza (10).

L’ateismo chiuso. Molti prosatori e poeti del dopoguerra in Italia hanno invece con la religione  un rapporto di indifferenza. Esponente  di questa tendenza è Moravia: non solo non ha problemi religiosi, ma sembra organicamente negato ad avvertirli (11). L’ateismo di Moravia è  un  ateismo chiuso, che contiene già  tutte le risposte per il solo fatto che nega tutte le domande (12).
In autori invece come Soldati, Piovene, Berto, atei o agnostici, resistono invece i riflessi cristiani della loro formazione. Potremmo dire che essi testimoniano l’inadeguatezza dell’impostazione devozionistica cristiana tipica dell’Italia, specie del Veneto, vedi Piovene e Parise (13). Lasciare la chiesa per loro ha significato trovare una possibile esistenza autentica, lontana dai traumi cattolici. Più libero è Tomasi di Lampedusa: con sorriso ironico descrive un cattolicesimo complice della meschinità dell’ambiente aristocratico siciliano, però “chi lo respinge non sente di precipitare, ma piuttosto di elevarsi al disopra della commedia umana”.
 
Conclusione. Negli anni 60 sono molti i segni di un cambiamento della letteratura italiana a riguardo del problema religioso. Il marxismo è ormai destinato a ricomporsi in una visione della vita che dia più spazio alla fecondità delle categorie soggettive. Si diffonde la tendenza a percorrere nuove esperienze in opposizione al passato prossimo, anche se l’impegno letterario risolto nella pura ricerca di nuove espressioni linguistiche lo sperimentalismo rischia di eludere il problema vero che non è della lingua (logico) ma delle cose (ontologico), ricadendo nel vizio tradizionale del contrasto tra il mondo mentale dei letterati e il mondo reale, ormai a dimensione planetaria. Due sono le componenti del  cambiamento in atto negli anni 60. La prima è  la violenza dei rivolgimenti  che mettono in crisi le impostazioni provinciali della cultura letteraria e richiedono una diversa trasfigurazione poetica. La seconda appartiene al mondo religioso, comincia ad operare con Giovanni XXIII ma solo con il Concilio turba quel mondo culturale che riteneva del tutto superato il problema religioso. Si sta prendendo atto che la nozione di Chiesa e il  problema di Dio erano ritagliati su una condizione storica contingente: liquidata la pregiudiziale illuministica, l’atteggiamento tende a modificarsi. “Non si vuole con questo prevedere il ritorno della letteratura a nuove sorgenti di ispirazione. E’ ragionevole invece prevedere la fine dell’equivoco che percorre tutta la nostra storia letteraria di questi ultimi secoli e la nascita di un rapporto più dialettico e perciò più fecondo tra Chiesa e cultura, tra l’appello di Dio e l’inquieta ricerca dell’uomo” (14).
A me pare che Balducci negli anni 60 abbia profeticamente intuito più che l’avvento di una letteratura di ispirazione cristiana (15)  il “rapporto dialettico e perciò fecondo” che caratterizza questi nostri anni del pontificato di papa Francesco.

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Note
(1) Padre Balducci,  scolopo,  nel  1964 è autorizzato a tornare dall’esilio romano a Firenze il cui vescovo era  il card. Florit, a lui avverso. Risiede presso la Badia fiorentina, soggetta non alla diocesi fiorentina, ma alla diocesi di Fiesole ed  insegna filosofia nel liceo delle Scuole Pie Fiorentine. Come uomo di scuola non  posso non citare la sua  Storia del pensiero umano, 3 volumi, Manuale di storia della filosofia, Firenze, Cremonese, 1986, forse il primo manuale di storia della filosofia, rivolto ai giovani del triennio liceale,  dichiaratamente non eurocentrico, ma “planetario”, che ha fatto scuola.
(2) Significativo un suo intervento nel 1983  su  Testimonianze, dove denuncia la visione eurocentrica del mondo e rende omaggio all'islam, "nesso vitale" dell'Europa medievale con la civiltà greca. 
(3)  cfr.  L’ATEISMO CONTEMPORANEO (4 volumi), a cura di Giulio Girardi, ed. SEI.  Il primo volume, pubblicato nel 1967, L’ateismo nella vita e  nella cultura contemporanea, riporta  nella parte quinta, al capitolo terzo “L’ateismo  nella letteratura italiana contemporanea”(pp. 565-584)  di E. Balducci, che viene  semplicemente e prudentemente presentato a p. VIII quale:  “fondatore della rivista “Testimonianze”. 
(4) Nel 1950 si laurea con una tesi su A. Fogazzaro, pubblicata due anni dopo dalla ed.  Queriniana. Per Balducci Fogazzaro  ha “curiose anticipazioni delle tesi del Vaticano II “ (cfr. art. cit., nota di p. 572).
(5) “Pare che il Carducci sia morto con i Sacramenti: non ci sarebbe nulla di strano [..] Anche in questo egli ben rappresentava il suo tempo, irreligioso ma ancora virile, anticattolico ma ancora moralmente radicato nell’humus profondo della tradizioni cristiana. Da questa ambigua dialettica nasce la specifica irreligiosità italiana” (o.c., p.567).
(6)  Balducci precisa  che negli anni 60 l’influenza di D’Annunzio è quasi nulla, ma rimane impossibile comprendere la sua epoca senza rileggere le sue opere e comprendere certi fenomeni di ambigua religiosità patriottarda estetizzante “che fa di Dio un pretesto per una includente volontà di potenza”.
(7) cfr. p. 571  Papini (da Balducci ben conosciuto)  prima fa violente proposizioni di ateismo prive di sincerità sofferta, poi nel 1921 si converte  “senza drammi e fuoco pascaliano che non gli impedisce un fiacco accomodamento con il fascismo”. Ugualmente Marinetti, da presunto rivoluzionario, diviene “ben presto placido membro dell’Accademia d’Italia sostenitore delle tradizioni meno autentiche”.
(8) come Giovanni Boine,  Antonio Fogazzaro, Federico Tozzi,  Domenico  Giuliotti  (“il Lèon Bloy italiano che non avrà il suo Maritain se non altro per il suo ostinato disprezzo per il mondo moderno”).
(9) cfr. p. 579.
(10) “Da una parte hanno nel sangue tutta  la stanchezza del mondo borghese che hanno respinto, dall’altra non riescono a entrare senza riserve nel moto storico promosso dal comunismo perché non riescono e recidere la coscienza come un residuo individualistico, ne sentono  il valore incomparabile e prima o poi si decidono alla rottura eretica” (cfr. p. 579). E’ l’ateismo aperto!
(11) Precisa Balducci: “Moravia in questi ultimi anni, a parte il successo di pubblico, che potrebbe attribuirsi alla sua tematica invariabilmente sessuale, il suo prestigio di letterato sembra fortemente scosso” (nota1 di pag. 581).
(12)  Il tempo senza storia dei   personaggi di Moravia è semplicemente la successione quasi meccanica di un complicato e fatale intrigo di attrazioni e repulsioni istintive, accompagnate  al sentimento della noia, vuote di qualsiasi senso che non sia carnale. Moravia risolverebbe il suo problema religioso in modo paradossale, almeno nelle espressioni di un suo saggio molto impegnativo: ”Il cristianesimo ha reso  tutti gli uomini senza eccezioni cristiani e perciò, non potendo renderli più che cristiani, non ha più nessuna funzione  pratica….Hitler era un cristiano non più e non meno del Papa o di Roosvelt… In altri termini psicologicamente noi siamo dei cristiani, ma sul piano etico, ossia operante, non lo siamo più, appunto perché lo siamo psicologicamente. Ogni etica è creata per piegare  e ordinare ed informare di sé una psicologia ribelle ed ostile… Ci sono  voluti venti secoli perché l’uomo diventasse psicologicamente cristiano, esautorando così la funzione etica del cristianesimo”  cfr. pp. 581-2.
(13) Non hanno avuto della religione altra esperienza  che quella infantile (prime comunioni floreali, mortificazioni casistiche dei confessionali, devozioni pervase da ambiguo moralismo gretto ed ipocrita) o adolescenziale, segnata da profonde inibizioni ed evasioni erotiche semicoscienti.
(14) o.c., p.584.
(15) Peraltro ben presente oggi. Cito a caso, a mo’ d’esempio, Luisito Bianchi, Enzo Bianchi. Chiusano, Corti, D’Avenia, Desiato, Dolci, Doni, Fabbri, Luzi, Pomilio, Rebora, Santucci, Silone, Sgorlon, Tamaro, Testori, Turoldo, Ulivi…

Link della puntata di Uomini e Profeti sulla figura di Balducci: vedi qui

24 commenti:

  1. Bentornato Gian Maria! Il taglio del tuo post è quello del saggio e lo dico per farti un complimento e riconoscere la tua veste intellettuale.
    Balducci è un Fermento, lievito che matura sempre più nel tempo...molto della sua attività è profetico, grande e vasta la sua conoscenza.
    Sul problema in oggetto, direi che tutto discende dall’Italia controriformista. Fu allora che la presenza in solido (sede e dominio temporale) impedì la diffusione nel corpo sociale e nella coscienza civile della spiritualità riformata. ( Eppure in Italia erano stati importanti Riformatori, successivamente sparsi per le contrade europee). Ecco che non abbiamo avuto un Pascal!
    De Sanctis mise a fuoco il problema.
    Da lì discende un prevalente interesse per la forma linguistica , dentro la nostra letteratura.
    Si salvano alcuni : Leopardi, Manzoni, Verga, Pirandello.
    Mi riservo, come te, di continuare nel prosieguo.

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    1. Caro Rosario, più che un saggio – forse dovuto alla lunghezza che non sono riuscito a contenere – mi pare una lettura interpretazione di pagine e di concetti che non avrei saputo esprimere pur volendolo. Di Balducci mi colpisce non solo la lucidità, la franchezza, coerente alla sua testimonianza, ma anche la sua lungimiranza che giustamente definisci profetica.

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  2. Una prospettiva insolita sulla letteratura, ma doverosa per un credente come padre Balducci. I suoi interventi riportati convincenti trascinanti ineludibili. Che forza!

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    1. Grazie del commento Gianni. In effetti i discorsi e le pagine di Balducci sono come tu descrivi (convincenti trascinanti ineludibili). Riprendere in mano il testo cui è dedicato il post è stato per me come riscoprirlo.

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    2. Grazie a te Gian Maria! Grazie di costituire con il tuo bolg e la pluralità delle sue voci, un punto di riferimento a me caro e una miniera di suggerimenti che mi arricchiscono. Un caro saluto.

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  3. Rosa Migliozzi20 ottobre 2017 14:41

    Un grande profeta!
    Peccato che ci abbia lasciato troppo presto.

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    1. E' vero, però restano le sue parole, i suoi scritti, i suoi gesti e soprattutto la sua testimonianza.

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    2. Rosa Migliozzi20 ottobre 2017 20:08

      Avevo ventitré anni quando ho comprato L' uomo planetario e Le tribù della terra...
      Grazie a lei per gli articoli che pubblica!

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  4. Giovanna Capuzzi20 ottobre 2017 16:25

    Articolo molto interessante, anche se detto da una cattolica convinta.

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  5. Padre Ernesto Balducci Grande uomo.
    Insieme avevamo costituito una associazione in difesa dei diritti delle minoranze ADM.
    La sua amicizia mi ha arricchito molto.

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  6. Gli scrittii di Balducci sono stati e sono sempre letture interessanti. Solo il titolo "la cultura unisce, non divide" mi pone qualche perplessità. Va bene che oggi giorno tali frasi sono di moda, stile ius culturae, che molti confondono con il possesso di nozioni. Non c'è bisogno di essere uno storico per accorgersi come le varie culture hanno contribuito a guerre, genocidi, sopraffazioni, anche se nei simposi si afferma che tutti si è buoni e bravi.

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    1. La frase "la cultura unisce, non divide" è estratta dall'articolo ed è riferita a Balducci, vero uomo di cultura (al singolare e non al plurale). Credo che tutto dipenda dal significato che si attribuisce alla parola cultura. Buona giornata.

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  7. Io non sono una praticante della chiesa, ma andavo la domenica alla messa della Badia Fiesolana per ascoltare Balducci, quando commentava il Vangelo era ispirato, mi è mancato tanto. Ma i suoi sermoni restano anche se leggerli non è come ascoltarli dalla sua voce.

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    1. Sono pienamente d’accordo: una cosa è leggere il suo testo scritto, altra cosa era ascoltare la sua voce ed il suo conversare, vedere i suoi gesti nell’immediatezza dell’oralità, la via principe per cogliere i significati e respirare la profezia.

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  8. Giovanni Bianchi21 ottobre 2017 20:43

    Un gigante è stato in mio riferimento.

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  9. D'accordo con Rosario Grillo: questo è un prezioso mini-saggio! Ancora più prezioso per me perchè - pur avendo assai apprezzato le posizioni di p.Balducci -non conoscevo quest'opera. Saluti cordiali.

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    1. Grazie di cuore per il gentile commento. In effetti è uno scritto molto particolare che riesce a trattare il tema senza scadere in una battaglia apologetica di retroguardia: segno di una grande statura intellettuale. Un caro saluto.

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  10. Gent.mo Preside, segnalo un piccolo refuso: nel suo saggio cita due volte la nota 13 e non indica il riferimento alla nota 15 che, logicamente, è l'ultima.

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    1. Grazie di cuore per avermelo segnalato e per aver letto le note (!). Ho provveduto alla correzione. Buona domenica.

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  11. Teresa Massaccesi22 ottobre 2017 19:55

    Interessante argomento.....ma la voce di Balducci....le sue parole sono incisive..... merita di essere ascoltato e riascoltato.....grazie quindi per i video che avete inserito con la vostra presentazione.....mi auguro che molti ministri di Dio vi seguano ......e condividano Balducci quando dice....." Il cristianesimo deve essere quel seme che muore e dona vita...." Una vita con altre religioni monoteistiche..... perché diano frutti migliori ....Assisi è stato e sia un esempio....

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    1. La scelta dei video è tutta merito di Rossana. Per quel che posso capire e vedere, sono tanti i “ministri di Dio” che nascostamente in silenzio nel diuturno quotidiano lavoro testimoniano la loro fede, sull’esempio luminoso del Vicario di Cristo.

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