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martedì 19 marzo 2024

La seduzione e l'etico.

Post di Rossana Rolando.

Félix Vallotton, Gabrielle inginocchiata, 1905
Esiste una seduzione buona?
La domanda può, forse, lasciare stupiti, ma – a ben vedere – non troppo. Conosciamo tutti le maglie in cui spesso irretisce il potere seduttivo, nella vasta gamma delle sue espressioni, dalla più frivola alla più maligna.
Cosa nasconde, infatti, la volontà di se-ducere, condurre con sé, attrarre?
Già a partire dal “cosa nasconde”, si comprende come la seduzione, di cui sto parlando, non sia semplicemente il frutto di una dote naturale – sia essa l’avvenenza fisica o il fascino che sprigiona da una qualche personale qualità - ma sia invece il risultato di un’astuta regia, di un calcolo ben ponderato.
 
Prendo in considerazione qualche esempio.
Spesso – pensiamo ai social – la seduzione cela interessi più o meno mascherati. Chi promuove la propria immagine - nei tempi, nei modi e nei contenuti dell’esposizione - lo può fare per suscitare nei seguaci (followers) ben precisi sentimenti di fiducia e ammirazione, tali da indurre a comprare i prodotti efficacemente pubblicizzati. La seduzione, in questo senso, non è mai innocente, suppone sempre un uso dell’altrui ingenuità a servizio dei propri scopi. L’attrazione artificiosamente costruita è funzionale ad un vantaggio, non è disinteressata, benché – per essere credibile – debba e voglia apparire tale.
Nella stessa logica strumentale, nel corso del Novecento, dal momento in cui sono entrati in scena i mezzi di comunicazione di massa, la politica ha largamente utilizzato mezzi seduttivi, nell’uso del linguaggio, dei simboli, delle immagini, al fine di ricavare consenso politico ed elettorale.

venerdì 12 agosto 2016

La rete ed il pensare conviviale.

Post di Gian Maria Zavattaro 
Robert Delaunay, 
La città (1910)
Dopo tre anni, da quando nel giugno del 2013 con provocatoria sprovvedutezza lanciavamo  nello spazio virtuale il nostro blog, abbiamo toccato con mano ogni giorno l’ambivalenza della rete, luogo principe di  comunicazioni, ma anche di incomunicabilità e di narcisismo solipsistico. Abbiamo imparato subito che non basta stabilire un contatto con l’altro. Se io trasmetto segni messaggi immagini senza un solo possibile istante di dialogo non comunico per nulla. 
Facebook. google, twitter sono  virtuali “piazze” e  “cortili dei gentili” aperti a tutti ed a tutto e perciò stesso ambivalenti. Ci si può illudere ed accontentare del pettegolezzo salottiero, della “leggerezza della frivolezza”, della smodata popolarità dell’effimero fotografico, della bruciante chiacchiera del momento; si può anche stravolgere un presunto dialogo in un permanente monologo dove io parlo (o credo di parlare) con tutti, ma in realtà non faccio altro che parlare di me con me stesso. 
Robert Delaunay, 
Gioia di vivere (1930)
La realtà sorprendente della rete che ci ha conquistato è proprio questa sua povertà e ricchezza, “poros” e “penia”, che sono le condizioni per ricercare ed amare la ”sofìa”, essere “filosofi”, ardire  il salto di qualità verso  il pensiero del vivere insieme, “conviviale” (dal lat. convivere, cum-vivere), nel significato umanissimo ed intenso del colloquiare senza paludamenti retorici o accademici, espressione della“leggerezza della pensosità”, ma non per questo meno efficace e significativa. Un pensare ed un far pensare che si sviluppano nel confronto e nell’ascolto, nella circolarità dialettica, in una connotazione e denotazione  tutte particolari offerte dal “cortile” virtuale dove la comunità invisibile dei viventi può incontrarsi, i più si limitano a transitare mentre  qualcuno si sofferma per vivere insieme momenti di corale riflessione,  le distanze rimangono ma progressivamente si accorciano, la ricchezza delle diversità mette in luce l’identità irripetibile di ciascuno,  le difese si allentano,  le maschere che solitamente portiamo magari si sfilacciano e rendono possibile il dialogo conviviale.