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giovedì 14 febbraio 2019

Élite e masse.

Crisi delle élite dal recente passato ad oggi. Interrogativi.
Post di Rosario Grillo.
Illustrazioni di Angelo Ruta (qui il sito), per gentile autorizzazione.

Angelo Ruta, Ambizione
Nella baraonda di una situazione politico-sociale caratterizzata da divisioni insanabili, alimentate anche ad arte per prendere “il vento in poppa” della protesta arrabbiata, del rancore, della paura e, al limite, della perdita di speranza, si sta discutendo di crisi delle élite.
Per certi aspetti, può essere considerato un diversivo...
Per meglio focalizzare il “punctum quaestionis” occorre allora andare alla crisi della democrazia, che ne rappresenta il processo “ab origine”.
Per non tediare nell’insistenza sui concetti fondanti della democrazia, dico che è un artificio umano: perfettibile ed anche deperibile. Si, proprio così! La democrazia richiede manutenzione.
La manutenzione, che i più intendono però, è quella tecnica: degli ingranaggi, dei poteri e dei contro poteri che la costituiscono. Ma c’è una manutenzione necessaria, il più delle volte trascurata: quella spirituale. (1)
Angelo Ruta, Senza titolo
L’attacco attuale alla democrazia - a me sembra - riguarda soprattutto questo sostrato. Da questo, infatti, ci si muove, scambiando i fattori e risalendo ad una supposta crisi delle élite.
È meglio dire, nel frattempo, che élite non va considerata come oligarchia: come, cioè, uno strato di “notabili” o “distinti”  - per censo, per status culturale, per merito acquisito - avulso e separato dallo strato della gente normale.
L’obiezione radicale si fonda sul connotato, indisgiungibile dalla democrazia: parità delle opportunità.
Puntuale, al riguardo, la replica di G. Zagrebelsky (Repubblica del 30/01) che ha sottolineato la intercambiabilità tra “gente” ed “élite”. L’élite, quindi, è meglio che rimanga sul terreno di quel ristretto numero, che per competenza e per delega, ha il mandato di legiferare e di governare il Paese. Per concretezza, va aggiunto che l’esistenza, come dei singoli così delle istituzioni, è naturalmente esposta alle “intemperie”. Quindi, nei tempi procellosi, è normale la modifica, con dialettica più o meno marcata, di assetti e protagonisti (questo è stato ricordato da Nadia Urbinati sempre sulle pagine di Repubblica).
Angelo Ruta, Senza titolo
Una specificità della democrazia italiana (2) è stata la dilatazione dei partiti fino alla partitocrazia. In questa misura si è consumata la prima Repubblica e da questa si è passati ad una patologia tipica del corso di sviluppo della crisi della democrazia: la leadership personale.
La crisi dei partiti, curata con questo surrogato e con la fuga verso la democrazia diretta, ha complicato, e di molto alterato, il problema che stiamo indagando.
Ecco perché ritorno sullo “spirito”. Lo spirito della democrazia è nella partecipazione comune per allargare le maglie della rete democratica, cioè delle opportunità, della condivisione, della inclusione.
Per questa ragione, la democrazia ha acquisito le garanzie del liberalismo, proponendosi di arricchirlo, di riempirlo di anima: l’anima della solidarietà, che si è declinata in sussidiarietà, in Welfare e protezione sociale e in accoglienza.
Non è un semplice infortunio, quindi, la vicenda che ci coinvolge (3): la diffusione dell’egoismo pilotato da un certo nazionalismo di ritorno e da furori, colorati di xenofobia.
Con dolore, Raniero La Valle ne parla, descrivendolo come un “tirante che non tiene” (4) e si rammarica della diffusione di uno spirito di parte, che altro non è che tornaconto, dietro il quale si nasconde la politica dell’immigrazione della Comunità europea.
Angelo Ruta, Egocentrismo
In verità, la definizione di comunità (5) non è un pleonasmo. Richiede una rigorosa osservanza: così ci ha ammonito il presidente Mattarella nel discorso di fine anno, spronando gli italiani a “riconoscersi come una comunità di vita...[con] un comune destino”.
Questo comune destino è, in verità, il tessuto con il quale si confeziona una nazione. Lo ha riconosciuto con chiarezza Papa Francesco, all’inizio del suo pontificato:  “La nazione non è un museo, ma un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche e religiose” (6).
Conclusione.
Arrivati alla conclusione, allora, è necessario sì recriminare sulla qualità delle élite odierne, ma se è corretta la intercambiabilità, occorre anche spronare la qualità della gente. Questo avviene, incrementando l’educazione e la promozione culturale.
È necessario ancora richiamare l’appello di una nota figura storica, don Sturzo:  “ai liberi e forti”. Liberato dal fine specifico della fondazione del Partito Popolare Italiano (7), l’appello punta verso uno Stato ricco di nuovo dinamismo, in cui si armonizzavano l’iniziativa privata e i diritti dei lavoratori, competenze professionali ed opportunità di avanzamento sociale, sollecitazione di autonomie regionali e comunali.
Angelo Ruta, Superiorità
Appendice.
Do piccolo resoconto di una questione immensa, a latere.
Dalla rivista Il Mulino, nota come laboratorio politico, emerge una riflessione che si sofferma sulla nota tematica gramsciana di blocco storico e di egemonia. Tema che è servito, in certo modo, come stella polare del PCI negli anni della ricostruzione. Partito di opposizione e vittima di una sorta di “conventio ad excludendum”, il PCI condusse una politica che si può, genericamente, definire di appeasement, senza mai proporsi lo scardinamento del sistema democratico.
In corrispondenza, è nota la tattica di Aldo Moro: includere nel l’alternanza di governo i comunisti. Ma vennero gli anni del brigatismo, l’uccisione di Aldo Moro e l’evoluzione abortì.
Io penso che il colpo ebbe grande effetto... dopo son venute pagine peggiorative nella dialettica politica italiana, ed oggi i movimenti e i sentimenti antipolitici stanno agitando le acque, condannando in blocco quella “presunta egemonia” con inevitabili cascami anti intellettuali, sfruttando al massimo le tendenze caotiche e non disciplinate alla digitalizzazione di massa.
Ne discende una alterazione della dialettica virtuosa tra masse (o gente) ed élite, e dello spirito di comunità che ho auspicato. (8)

🌟 Note.
1. Impiego questo aggettivo senza remore, intendendo appunto richiamare l’anelito che ha fatto nascere la democrazia.
2. Sono costretto a sorvolare sul tempo storico della maturazione dello Stato italiano, in assenza di un processo propedeutico di abitudine ed attitudine allo Stato moderno, forte di unità territoriale ed amministrativa.
3. Lo spazio del coinvolgimento è prima nazionale, poi europeo, infine sovra nazionale, in conformità ai fenomeni che caratterizzano la globalizzazione.
4. Www.chiesadituttichiesadeipoveri”.it 30/01/2019.
5. Sopra si ricordava che essa è intrinseca alla democrazia autentica.
6. V Congresso Chiesa italiana a Firenze (2015).
7. Ricordo, nel contempo, che il popolarismo, in chiave interclassista, si distingueva dal populismo. Indicava la meta di uno Stato, oltre il limite della oligarchia liberale.

7 commenti:

  1. grazie. mi risuona -spronare la qualità della gente-. è giusto, è un atto di amore e giustizia sociale. educazione e cultura. grazie per l'articolo, per la riflessione che ne deriva

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    1. In effetti, in Democrazia dal basso deve partire la spinta. Che sia ricca di pathos etico! Grazie infinite ��

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  2. Basilio Buffoni14 febbraio 2019 10:50

    Interessante soprattutto l'inizio di analisi tra crisi delle elite e utilizzo del concetto di egemonia da parte del PCI; ma un po' deludente, anche perché il dibattito di questi tempi sui giornali relativamente alla crisi delle elite, e prima ancora a come debbano essere definite (articolo di Baricco, e reazioni all'articolo di Baricco), non è affatto affrontato e lasciato, senza neppure darne conto, sullo sfondo.

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    1. @Basilio Buffoni. Tutte le critiche sono legittime. Debbo replicare però che l’intento che mi ero proposto non era quello di scendere nella disamina politologica e sociologica. Mi è bastato tenere il punto della corrispondenza tra élite e masse ( tra società civile e classe di comando) per svolgere la mia tesi legata al “ fattore spirituale “. Nemmeno la caratteristica del blog, con annesso spazio, me lo consentivano.
      Comunque, tra le righe, si può leggere una sottile ironia su una disputa che può essere strumentalizzata. Ad élite va tolto il marchio di oligarchia. Le masse o “ la gente” , per non cadere nel “ vortice” del populismo vanno articolate. Da qui ci si muove per entrare nel dettaglio di una scomposizione, pilotata ad arte, per inficiare la resistenza e la mobilitazione anti establishment. In poche parole, se non ha più ragion d’essere l’unità della classe lavoratrice, va comunque ricomposta un’unità di resistenza e mobilitazione, nel nome della democrazia minacciata, dei diritti universali e di una nuova “ politica sociale”.

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  3. Basilio Buffoni14 febbraio 2019 11:40

    @Rosario Grillo. Grazie della cortese risposta, è un tema che vale la pena di approfondire.

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  4. Vorrei insistere sul pericolo che tu espliciti, pur con accorta discrezione: discutere della crisi della élite potrebbe essere “un diversivo”. Ho l’impressione che è quello che sta appunto succedendo, come per altri versi pone in evidenza oggi anche un articolo de La Repubblica. E’ una duplice confusione. Da una parte confondere la chiacchiera salottiera (che lascia il tempo che trova, oggi tanto di moda nei salotti e bar virtuali, che non cambia nulla, che non scalfisce le coscienze anzi le rende appagate e quietate dalla chiacchiera) e la parola che rende inquieti quando parla di dovere della “manutenzione” della democrazia, del rischio concreto rappresentato dalla leadership personale, di “anima”, di “comunità”: parola che reclama a gran voce impegno e testimonianza. Dall’altra il confondere tipico di questo tempo il leader con il guru di turno, in qualsiasi settore sociale e culturale, nonché letterario.

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  5. Caro Gian Maria, siamo impegnati sullo stesso fronte. In questo spirito ti ho inviato la sollecitazione di Raniero LaValle, che molto lucidamente porta il baricentro sul pericolo che alcune mosse, sottaciute, rappresentano.
    Si la democrazia richiede manutenzione e tanta vigilanza!
    Ringrazia Rossana per il significativo e bel corredo iconografico. Un abbraccio ad entrambi

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