Post di Rosario Grillo
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Ritratto di Ippocrate, studiolo di Federico da Montefeltro |
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Riprendo nozioni molto conosciute per replicare allo stato di noncuranza che, dopo il momento di paura, sta avendo il sopravvento nei cittadini, in varie località della terra. La “corazza dell’ottimismo” ha prima resistito alla dichiarazione dello stato pandemico; poi, dopo la dura quarantena forzata, è passata al contrattacco, accampando il primato delle ragioni economiche insopprimibili, sostenuta dall’indifferenza di certi governanti superficiali (3), ed, infine, con la spavalderia dei giovani, forti della esuberanza tipica della loro età. Oggi, in diverse occasioni si registra una frattura generazionale, che spinge la gioventù a negare il coronavirus, come causa della grande parte dei decessi registrati al tempo della prima ondata. Il furore è tale, da indurre a negare l’evidenza: ad esempio, che oggi, con l’apertura delle frontiere e la riduzione del distanziamento, con l’inevitabile (talvolta ricercato assembramento), i dati epidemiologici registrano una sensibile impennata.
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Bisogna vagliare con meticolosa analisi questo scenario, evitando di considerarlo come parto occasionale degli eventi. Il virus, già opportunamente scandagliato nella genesi zoonotica (Quammen e altri) (4) è collettore di una vistosa smagliatura sociale. Di quest’ultima sono stati letti: la curvatura individualista, la liquefazione delle relazioni, la mania del consumismo, la miccia esplosiva della conflittualità polemica. Sono elementi predisponenti e com-ponenti della pandemia. In questa configurazione, la minaccia pandemica è diventata ancora più grave di quella della “spagnola”. Allora, la denutrizione era l’elemento propiziatore del morbo; lo è oggi - ed è paradossale- l’eccessivo benessere. Sembrerà strano, infatti, ma proprio lo stato di bengodi, indotto da un Mercato onnipotente, ha fornito sia il veicolo (consumo eccessivo di carne - allevamenti intensivi - agricoltura intensiva), sia il propagatore (con la globalizzazione movimentatrice di merci e persone, incontenibile) sia fattore ostativo nel decorso risanatore della malattia (organismi meno temprati, eccessi farmaceutici).
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Riprendendo dalla tradizione ippocratica, seguo il filo del “carattere bilioso”. Nella comunità ippocratica era condivisa la dottrina empedoclea delle quattro radici (fuoco aria acqua terra) e con essa combaciava la dottrina dei quattro umori. L’equilibrio degli umori era indice di salute dell’individuo, la preponderanza di uno di essi dava luogo ai temperamenti (flemmatico sanguigno collerico malinconico). Tra essi il carattere bilioso (sanguigno) era connotato da eccessiva reattività, per effetto della bile nera. Anche Galeno - e la medicina galenica ebbe lunga fortuna nell’epoca romana e medievale - condivise tale teoria. Fu Paracelso a lottare per discostare la medicina da questa tradizione, ancorandola invece ad astrologia e - molto importante- all’uso dei primi farmaci a composto chimico. Più avanti, Steiner, figura complessa che cercò un punto di congiunzione tra diverse discipline partendo dalla antroposofia (5), rispolverò la dottrina degli umori, distinguendo i temperamenti. Mi sono soffermato su tutto ciò, pensando di aver ricavato qualche sostegno a favore del nesso che lega le vicissitudini della medicina alle componenti sociali, fermo restando che l’uomo è la cellula della società. Non so se sono riuscito nell’intento, ma lo scopo è insito nella rilevazione del background culturale (quindi ricco di sfaccettature psicologiche, filosofiche, antropologiche e sociologiche) del “livore” che inquina l’armonico rapporto tra le disposizioni delle autorità sanitarie, capitali in stato di pandemia, e la ribellione dei negazionisti (6).
Concludo ripescando il momento - simbolo, quando il Pontefice, solo nell’immensa scenografia della piazza San Pietro, si spinse ad invocare lo “sguardo di Dio” sulla fragilità umana. Le sue parole restano scolpite nella storia. (7)
Note.
1.Con Corpus Hyppocraticum si classifica una scuola che muove dal pensatore di Cos per includere una moltitudine che abbandona la medicina asclepica, scegliendo il metodo della osservazione empirica, trascinata dalla opzione naturalistica degli Ionici. Celebre lo “stacco “ al momento di spiegare il “morbo sacro” (epilessia).
2.http://www.ordinedeimedicims.org/Giuramento.php
3.Celebri i casi dei presidenti Trump ( USA) Bolsonaro ( Brasile) e del premier inglese poi convertito.
4.David Quammen, Spillover, anticipò il pericolo della zoonosi.
5.L’austriaco Steiner, partendo dalla antroposofia, mise in sesto un vasto intervento di rigenerazione umana . Ha un discreto successo il suo modello pedagogico.
6.Assistiamo sempre più frequentemente alle manifestazioni dei negazionisti. Ma la mia penna è rivolta a sanzionare soprattutto la vis polemica, perché la polemica nasce nella divisione e si fregia del divisionismo. Nel negazionismo dei giovani si esprime l’arroganza e l’incoscienza (assenza di responsabilità verso genitori e nonni).
7.Omelia del Santo Padre. «Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme. È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v.40). Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati. La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli”.
L'apertura delle scuole presuppone il rispetto di regole, la limitazione della libertà in favore della solidarietà, il superamento dell'individualismo.
RispondiEliminaGrazie Rossana! La scuola è il cardine della società; come tale, merita maggior attenzione della stessa economia, con la quale tuttavia mangiamo, in quanto implica il corpo e lo spirito ( lo spirito in tutta la sua estensione...vitalità animazione durata futuro).
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