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mercoledì 23 agosto 2017

Post-verità e postmoderno.

Il tema delle post-verità (verità apparenti) considerato alla luce della categoria del "postmoderno".
Post di Rossana Rolando 
Immagini delle illustrazioni di Beppe Giacobbe (qui il sito).

Beppe Giacobbe
Il dibattito odierno sulle “post-verità” o verità non provate, apparenti, tali soltanto perché credute (dette anche fake news), affonda le sue radici in un contesto complesso, definibile come “postmoderno”, in quanto legato alle società occidentali informatizzate. Da una parte, infatti, tutti possono accedere alle informazioni tramite quella banca dati che è internet e possono quindi formarsi una propria opinione relativamente a ciascun problema, dall’altra parte, in assenza di precise competenze, necessarie per decodificare dati specialistici, tutti sono facilmente tratti in inganno e portati a credere come vere  quelle notizie o nozioni che tali non sono.
Il rischio dell’affabulazione si accresce nel momento in cui viene meno la verticalità di un sapere affidato ad autorità culturali socialmente riconosciute e si diffonde l’idea di un’orizzontalità delle opinioni, supportata dalla convinzione relativistica  (per la quale non c’è una verità, ma ciascuno ha la sua verità), che porta a legittimare qualsiasi posizione (tutti possono dire e giudicare tutto).
Beppe Giacobbe
La tesi di questo articolo è che le post-verità siano possibilità – di segno negativo, accanto ad altre di segno positivo – inscritte nel postmoderno: una categoria entrata nel mondo filosofico con il testo di Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna, libro ormai lontano nel tempo (risale al 1979) eppure ancora vivo ed indispensabile per diagnosticare le opportunità e le malattie delle nostre società avanzate.
Il termine “postmoderno” indica la fine delle grandi “narrazioni” o “meta-narrazioni” della modernità. Esse sono visioni d’insieme che superano le piccole narrazioni individuali per elevarsi all’universale. In particolare: l’Illuminismo e poi il Positivismo raccontano la liberazione di tutti gli uomini dalle superstizioni, dalle paure, dai bisogni… attraverso l’esercizio della ragione e l’avanzamento scientifico; l’Idealismo raccoglie tutti i saperi nello sviluppo dello Spirito e nell’avanzamento della coscienza che l’uomo ha di sé, secondo un processo dialettico di continuo arricchimento spirituale; il Marxismo concepisce il sapere – non semplicemente denotativo ma prescrittivo – come via per raggiungere l’emancipazione umana del proletariato e la realizzazione di una società giusta.
Beppe Giacobbe
In tutte le narrazioni della modernità il sapere è legittimato dall’idea di un senso – unico e progressivo – della storia e di un ideale da raggiungere (la libertà, la piena umanità, l’uguaglianza). La finalità della conoscenza (compresa quella scientifica) e la singola posizione di ciascuno nel mondo si decidono all’interno di queste visioni di senso (che diventano criteri di scelta del vero e del giusto). 
L’uomo postmoderno - secondo Lyotard -  non crede più nei grandi suddetti racconti. Essi sono venuti meno per diverse ragioni, prima tra tutte la falsificazione operata dagli stessi eventi: l’avanzamento scientifico mitizzato dai positivisti non è risultato sempre a servizio dell’uomo (si pensi alla bomba atomica o ad altri usi oppressivi della tecnologia); la razionalità e la “provvidenzialità” della storia di stampo idealistico è stata negata da terribili pagine buie come quella di Auschwitz (realtà del tutto irrazionale e ingiustificabile dialetticamente); le rivoluzioni del socialismo antisovietico (Berlino 1953, Budapest 1956, Cecoslovacchia 1968, Polonia 1980) hanno decretato il fallimento del materialismo come si è configurato storicamente (Lyotard, Il postmoderno spiegato ai bambini).
Beppe Giacobbe
Per Lyotard la caduta di queste metanarrazioni è da salutare positivamente come emancipazione dell’Occidente da visioni “metafisiche” imprigionanti. Egli mette però in guardia da una prima conseguenza, ancora oggi ben visibile: l’asservimento del sapere all’utile e al guadagno. In assenza di grandi cornici di senso, la domanda che sorregge la ricerca non è più “Che cos’è vero?” o “Che cos’è giusto”, ma “A che cosa serve?”. In questa logica sono destinati all’emarginazione tutti quegli ambiti di studio tradizionalmente “inutili”, come la filosofia, le scienze umane, le lettere…
Per Lyotard questa subordinazione del sapere al profitto deve essere corretta proprio attraverso l’accesso alla conoscenza da parte di tutti. La legittimazione del sapere non può più risiedere in verità forti (il senso della storia), né semplicemente nell’utile, ma in verità deboli (direbbe Vattimo), plurali, provvisorie e tuttavia valide, nel momento in cui sono provate ed argomentate (anche in campo scientifico nessuna dottrina pretende ormai di essere definitiva e onnicomprensiva). 
Beppe Giacobbe
Lyotard pone quindi il postmoderno - frantumazione delle ragioni e delle narrazioni contrapposta all’unica ragione e metanarrazione della modernità - sotto un segno emancipativo e quindi positivo.
E tuttavia, lo stesso “postmoderno”, può subire una deriva di segno negativo, secondo un percorso non previsto da Lyotard, ma nient’affatto in contraddizione con le sue premesse (compimento prevedibile - afferma Maurizio Ferraris - di cui citiamo un articolo al fondo). Se, infatti, nell’epoca delle grandi narrazioni il rischio è quello dell’irrigidimento ideologico senza possibilità di dissenso, nell’assenza di una visione globale qualsiasi opinione può apparire legittima, nella sua provvisorietà, priva di ancoraggi (si pensi alla battaglia contro i vaccini o all’uso di comunicazioni lesive delle persone per fini politici…). In mancanza di una direzione, di un orizzonte, di uno sfondo valoriale condiviso, qualsiasi passo (mossa come Lyotard chiama il singolo momento della comunicazione, all’interno dell’agone sociale) può avere eguale valore. Specialmente nell’epoca dei social network la circolazione di notizie false, l’uso deformante delle emozioni, la manipolazione populistica dei dati - che finiscono per condizionare scelte importanti sul piano etico e politico - costituiscono una possibilità al pari di tutte le altre.
E allora “che fare”? 


Beppe Giacobbe

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7 commenti:

  1. Grazie Rossana! Hai saputo cogliere il senso di smarrimento di molti e suggerire il METODO della via d'uscita.
    Credo che in Italia, provinciale tutto sommato, siamo interessati in ritardo da fenomeni che altri paesi hanno già sperimentato , ed è grande il disorientamento attuale davanti al dilagare dei social network, all'uso spericolato, interessato e speculativo, che se ne fa ( non posso non citare la "compagnia di Grillo" ).
    Con la ragione, con la misura è ponderatezza possiamo uscirne.

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    1. Questo discorso di Lyotard mi interessa molto e mi sembra ancora molto attuale. Per le implicazioni relative ai social network (che, come te, non mi sento di condannare in se stessi, potendo anche diventare - se usati saggiamente - via di conoscenza, di confronto e di arricchimento), ma anche per tutta la parte in cui si occupa del tramonto di quelle grandi narrazioni che hanno informato di sé l’Occidente (è ancora possibile una visione d’insieme? Una lettura di senso globale della storia, degli eventi?). Anche l’esilio delle discipline umanistico filosofiche e l’estromissione della ricerca relativa al vero e al giusto (sapere disinteressato sostituito dalle leggi del mercato) anticipano la situazione della cultura oggi… Il mio “che fare?” è davvero una domanda aperta… Un abbraccio.

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  2. Il termine post-moderno, post-freudiano, post-marxista, ecc., l'ho inteso sempre come un de profundis di qualcosa che si voleva liquidare anche se originale e genuino. Lo stesso pare stia avvenendo col termine " verità "; ma non da poco, forse da sempre l'Uomo chiede cosa sia la verità. In tempi non sospetti per anticipare però tutti, circa 2000 anni fa, un certo MAESTRO rispondeva alla fatidica domanda sostituendo " divinamente " il verbo essere col verbo fare : " Fate la verità nella Carità " dopo avere assicurato che " La verità vi renderà LIBERI ".A parte ogni facile retorica, vuoi vedere che aveva anticipato i tempi e capovolto anche il prefisso post in quello pre ?

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  3. Alla luce della categoria del postmoderno (in cui credo), appare vera la nozione di Chesterton:
    There may have been a time when people found it easy to believe in anything. But we are finding it vastly easier to disbelieve anything. The nineteenth century decided to have no religious authority. The twentieth century seems disposed to have any religious authority. A man who refuses to have his own philosophy will only have the used-up scraps of somebody else’s philosophy.

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    1. Grazie dei commenti (mi rivolgo al signore/a Anonimo e al signor Procyon Lotor).
      Penso che il concetto di “post-moderno” abbia soprattutto un valore diagnostico (nel significato greco del termine: conoscere attraverso, capire) in grado di individuare alcuni tratti della contemporaneità occidentale in cui siamo immersi, anche quando ne prendiamo criticamente distanza: per esempio il venir meno di un senso unitario della storia(le grandi narrazioni) sostituito da molteplici narrazioni (parola molto alla moda nel linguaggio comune) – che trovano oggi espressione nel mondo dei social network - o l’asservimento del sapere al potere finanziario e tecnologico…
      In questo senso mi pare molto efficace e illuminante l'analisi di Lyotard.

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  4. Attualissime e profetiche le riflessioni di Lyotard. Ho letto poi con molto interesse l'articolo di Ferraris. Grazie di questi spunti preziosi. Buona serata.

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    1. Il pensiero di Lyotard è davvero una chiave per riuscire a decodificare - almeno in parte - la contemporaneità.
      L'articolo di Ferraris è molto "brioso", nel suo stile.
      Grazie. Buona giornata.

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