"Persona e Comunità" è un blog di riflessione culturale, filosofica, religiosa, pedagogica, estetica. Tutti gli articoli sono scritti da: Gian Maria Zavattaro, Rossana Rolando, Rosario Grillo.
Scambio epistolare tra Jiulia Kristeva e Jean Vanier.
Imbarazzo è l’atteggiamento che di solito assumiamo
al cospetto di una persona portatrice di handicap. Lo spieghiamo troppo
sbrigativamente con la messa a confronto tra il normale
e l’a-normale.
Ma ...- la domanda non è retorica - cos’è il
normale, la normalità? Dobbiamo rispondere scomodando la norma ed arrivare a
concludere che essa è posta dall’uomo, nel corso delle vicende storiche.
Quindi, la normalità non è un parametro assoluto, ma relativo,
assai relativo. (1)
Inscritta in questo divenire, la norma ha risentito
del tentativo di difesa della società dalle “insidie”, promuovendo un modello
“ideale” di uomo.
Un giro di parole per descrivere l’emarginazione, la
messa al bando, la ghettizzazione e via di questo passo.
Ritento l’approccio cominciando con l’ostracismo dei
lebbrosi, ricordandone la raccapricciante fenomenologia... e includendo nel
processo di esclusione quel gruppo sociale, che, di volta in volta, era considerato
pericolo per la società (esempi tipici: le streghe, gli ebrei, gli zingari).
Quindi la maglia si allarga fino a contenere di
fatto il fenomeno della discriminazione.Ma fermiamoci, comunque, alla relazione con
la diversità.
✴️ Labirinto Luzzati è il
titolo della mostra che si è aperta il 1 giugno a Genova presso Palazzo Ducale,
nel Sottoporticato, e si protrarrà fino al 3 novembre 2019². Un omaggio della
città a questo suo artista - nato a Genova il 3 giungo del 1921 e ivi morto il
26 gennaio del 2007 - che ha considerato il capoluogo ligure la sua principale fonte
di ispirazione: “Genova, dove si entra dai tetti delle case e si esce giù per
le strade ripide, labirintica come un bosco, è la mia migliore musa. Tutte le
volte che esco dall'ascensore del quartiere di Castelletto e guardo fuori mi
stupisco, perché vedo sempre qualcosa di nuovo”³.
Mostra Labirinto Luzzati
✴️ Genova
per Luzzati non è semplicemente un luogo fisico, è piuttosto una qualità
dell’anima, un modo di essere e di sentire, una tensione dello spirito verso il
sogno e l’immaginazione: “Uno può benissimo non uscire dalla stessa stanza e
viaggiare con la fantasia. Però io ho un altro vantaggio: che sto a Genova… una
città che veramente ha delle prospettive talmente diverse: io posso passeggiare
sempre nella stessa strada e vedere sempre cose nuove… Genova è una città molto
molto ricca di prospettive, di spunti”⁴. Perciò essa è presente, nella sua
opera, anche quando risulta apparentemente assente. La verticalità di Genova,
come dice liricamente Caproni, si riflette nell’opera di Luzzati, nei
saliscendi di scale e scalette, nelle raffigurazioni prospettiche di immagini
che si rincorrono e si sovrappongono, facendosi racconto e animazione. La
tecnica artistica che meglio la identifica e la rappresenta è quella del
collage (molto utilizzato da Luzzati): composizione di ritagli, scorci, spazi, età
storiche… di cui è fatta ogni sua casa, strada, piazza. Il video di animazione
dedicato a Genova raccoglie magistralmente l’essenza della città e dell’estetica
che ad essa si lega.
Post di Gian Maria Zavattaro Immagini della vita di Mosè negli affreschi della Cappella Sistina.
Cosimo Rosselli, Mosè e le tavole della legge (1481-1482), Cappella Sistina
“In questa raccolta Mino
Martinazzoli rivendica il diritto-dovere di accettare su di sé e di porre
- in ogni tempo e al potere di ciascuno e di tutti - la domanda che dà senso
alla vita, quella pronunciata da Pilato oltre duemila anni fa, all’ora sesta,
poco prima che entrasse in scena il tripode con l’acqua per lavarsi le mani:
“Quid est veritas?”. La verità. Quel gesto di Pilato rappresenta l’atto di
estrema viltà, il rifiuto di distinguere tra il bene e il male. Mino
Martinazzoli, attraverso le storie indagate in queste riflessioni, sottolinea
al contrario il dovere di scelta, il primato della responsabilità individuale,
lo spazio di soggettività su cui si fonda la cultura dei cattolici democratici,
cui Mino rimase fedele sempre. La responsabilità soggettiva è il principio
della coscienza, che non è di per sé la fonte dei valori morali, ma è lo
strumento attraverso il quale i valori vengono percepiti e diventano
vincolanti, per una scelta quotidiana tra il bene e il male, tra la
giustizia e l’errore. La scelta quotidiana necessaria per inseguire le
utopie di libertà, giustizia, eguaglianza, aspirazioni irrinunciabili
dell’umanità. La coscienza come guida del faticoso percorso di risposta alla
domanda di verità” (Tino Bino, Prefazione, a M. Martinazzoli, La
legge e la coscienza. Mosè, Nicodemo e la Colonna infame, La Scuola,
2015, pag.10).
***
Cosimo Rosselli, Mosè e le tavole della legge (1481-1482), particolare (Mosè spezza le tavole) Cappella Sistina
Ho
avuto la ventura di incontrare un’unica volta, a Biella sul finire degli anni
90, Mino Martinazzoli, “nella sua malinconica consapevolezza, un raro
esempio di politico pensante” (1). L’incontro con questo “intellettuale prestato
alla politica” mi segnò profondamente per quanto fossi distante dalle sue
scelte partitiche, ma non dalle motivazioni che lo animavano e dalla sua
passione estranea ad ogni obbedienza devota, ad ogni chiusura, sempre “un poco
da un’altra parte” (2). I tre saggi raccolti nel testo citato
sono come il suo “testamento spirituale”, che trova nella Bibbia “libro dei libri”
il fondamento dell’agire politico e sociale di un uomo alieno da ogni
presunzione, nutrito di letteratura, assetato di assoluto e proprio per questo
vivificato dal “rovello del dubbio” e consapevole dei limiti della politica (3). Provo a riflettere sul primo saggio
proposto dal libro sopra citato, riservandomi un'ulteriore riflessione su Nicodemo.
Post di Rosario Grillo Immagini dei dipinti di Vincent van Gogh.
Vincent van Gogh, Natura morta con bibbia
Riprendo il filo del discorso interrotto parlando
del mistero che circonda la comunicazione di
Dio: la effusione della Parola.
Lo riprendo in forza delle argomentazioni di Martin
Buber, intellettuale ebreo operante nella prima metà del ‘900 (1878-1965),
cantore della intersoggettività (1).
Buber ha una potente fiducia nella Bibbia, che
riesce a leggere risalendo al più antico senso delle parole semitiche (2). Ne
ricava una “segreta” risonanza della Parola di Dio, alfa ed omega della vicenda
cosmica.
Tre i momenti salienti di una vicenda che fa
tutt’uno con la Fede: la creazione, la rivelazione e la redenzione.
In tutta la vicenda cosmoteandrica
(3) non va disgiunto lo spirito dalla vita (che implica la materia
sensibile): ne consegue una “facies sensibile” dell’atto creativo congiunta,
indisgiungibilmente, alla “facies spirituale”. Entro questo “flusso” opera il
Rauch (spirito, vento) che si rivela a Mosè, che soffia su Adamo dandogli la
vita, che crea il mondo nei sei giorni mitici, riposandosi il settimo.
Non mi riferisco alla elaborazione
teologica medievale e moderna, tutta incentrata sul Dio di ragione, sulle
possibili dimostrazioni della sua esistenza e sulla elaborazione dei suoiattributi.
No, penso proprio alla figura cristologica,
presa in considerazione in molteplici modi da filosofi moderni e contemporanei,
anche molto lontani dall’ottica confessionale o critici nei confronti del
fenomeno religioso:da Spinoza a
Nietzsche, da Fichte ad Hegel, da Jaspers a Bloch… per citare solo alcuni nomi.
Non a caso, su questo tema, è stato scritto da Xavier Tilliette un poderoso libro dal titolo Filosofi davanti
a Cristo¹, a testimonianza del fascino che la figura di Gesù ha saputo sprigionare
nel corso del tempo.
Non vi è quindi nulla di strano nel
fattoche Massimo Recalcati, filosofo e
psicanalista a tutti noto, abbia dedicato alla figura di Gesù il suo ultimo lavoro,
La notte del Getsemani, frutto di una meditazione rivolta ai monaci di Bose (cui il libro, infatti, è
dedicato). Semmai può colpire - in chi non abbia familiarità con i suoi scritti
- la profondità della sua visione, la freschezza del suo racconto, capace di suscitare
coinvolgimento ed emozione nel cuore di chi legge, trasformando il già
conosciuto in qualcosa di totalmente nuovo.E forse può anche sorprendere la coraggiosa scelta di parlare di Gesù -
da parte di chi, come Recalcati, si dichiara laico -in un tempo indifferente e in alcuni casi
ostile nei confronti di tutto ciò che richiama, in qualche misura, la storia del
cristianesimo.
Illuminanti allora possono risultare,
per porsi nella giusta prospettiva, le parole che Bonhoeffer scrive nel suo Resistenza e resa e che lo stesso Recalcati cita: «l’ateo – colui
che fa esperienza dell’assenza di Dio, del suo silenzio – è assai più vicino a
Dio dell’uomo di fede, perché il “Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona”... “essere cristiano non significa essere religioso, ma significa essere uomo”»².
Chi è dunque il Gesù di Massimo Recalcati?
Lo direi, sinteticamente, in tre punti.
Post di Gian Maria Zavattaro. Scorci di Albenga nelle fotografie di Rossana Rolando.
Albenga, Centro storico, le torri.
Ballottaggio: dal francese ballotage, dall'italiano ballotta (piccola palla o castagna),
dall’inglese ballot (palla ma anche
pallottola…). Dunque un fronteggiarsi dei contendenti, sfida da cui uscirà
inesorabilmente un unico vincitore. Motivo per cui, con grande
rispetto per il suo avversario e chi lo sostiene, al ballottaggio di Albenga
rivoterò il dott. TOMATIS.
Albenga, Centro storico, i caruggi
Perché? - perché mi fido di lui - perché è persona proba che intende
continuare afare comunità e nella sua professione sa
centrarsi sull’altro, non su di sé, e sa agire con efficacia, ben consapevole
che sono i fatti che contano e che l'onestà da sola non è garanzia di
competenza; - perché innanzitutto sa ascoltare e
parla chiaro e soprattutto si rivolge al cuore ed alla ragione della gente,
non ai visceri con gargarismi linguistici e chiacchiere incantatorie - perché non si cura né di referenze
né di deferenze né di intrighi di consorteria e non è servo di nessuno
Stefano Ussi, Niccolò Machiavelli nello studio,1894
Si apprendono molte cose dalla lettura dell’ultima
fatica di Carlo Ginzburg: Nondimanco. (1) In mezzo all’intricato percorso per addivenire alla
messa a punto di un testo in edizione critica, affiora una sterminata
conoscenza della cultura del Rinascimento e, per essa, una serie di rinvii, da
Machiavelli a Pascal, dal primo a Galilei e nell’insieme all’Illuminismo. Ginzburg compie dei viaggi di andata e ritorno, con
acute letture intertestuali, guidato da una parola-simbolo:
nondimanco. Una congiunzione, caduta in disuso, che squaderna il contrappunto. (2) Filosoficamente (logicamente) parlando, esso mette
capo alla disposizione alternativa. Della congiunzione fece abbondante uso Niccolò
Machiavelli, differenziandolo da un quasi simile nondimeno. Meglio far parlare il fiorentino, per averne un
esempio lampante. Dal cap. XVIII de Il Principe “Quanto sia laudabile in uno
principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascun lo
intende; nondimanco si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi
avere fatto grandi cose che della fede hanno tenuto poco conto e che hanno
saputo con la astuzia aggirare e’ cervelli degli omini, e alla fine hanno
superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà”.
Post di Rossana Rolando. Immagini delle illustrazioni di Angelo Ruta (qui il sito) per gentile autorizzazione.
Angelo Ruta, Il suono del pensiero
La vicenda dell’insegnante Rosa Maria
Dell’Aria (rientrata a scuola ieri 27 maggio, dopo la sospensione di 15 giorni) ha suscitato molte
discussioni, adesioni, distanze. Basta aprire su youtube il video “incriminato”
(qui sotto riportato) – quello preparato dagli alunni dellaII
E dell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, in cui si
costruisce un parallelo tra le leggi razziali del 1938 e l’odierno Decreto
sicurezza - per capire la varietà delle reazioni, espresse in commenti di
diverso segno, in alcuni casi con un linguaggio violento, come purtroppo accade
troppo spesso in rete.
Non entro nel merito del lavoro svolto, degli
accostamenti operati dai ragazzi, della loro libera ricerca condotta senza
preventive censure.
Mi soffermo invece su un’affermazione
che ritorna spesso nei commenti al video e che si può sintetizzare negli slogan:
“fuori la politica dalla scuola”, “[I professori] devono insegnare e basta”, “la
scuola non deve essere di parte”, “La scuola deve fare la scuola e la politica
deve essere fatta nelle sedi giuste”…
Video a cura di Giovanni Grandi, professore di Filosofia Morale presso Università di Padova (qui il sito).
Rileggendo Emmanuel Mounier
Su segnalazione di mia moglie, giorni
fa ho visto-rivisto e soprattutto ascoltato il video (pubblicato su youtube)
del prof. Giovanni Grandi “pseudo valori
spirituali fascisti. Leggendo Emmanuel Mounier 1933”.
Per noi, che sei anni fa, iniziando
la nostra avventura digitale, abbiamo voluto denominare il nostro blog “Persona
e Comunità” come costante richiamo al “personalismo” di Emmanuel Mounier
(1), è stata spontanea l'istanza d’invitare chi ci legge alla visione del
filmato.
Non aggiungiamo considerazioni alla
grazia efficace delle parole del prof. Grandi.
Solo ci permettiamo, a mo’ di
cornice, due citazioni tratte entrambe da “Cos’è il personalismo?”.
La prima richiama la debolezza
storica e morale di una posizione attendista che ha lasciato crescere la
potenza della bestia hitleriana (e con questo ci ricorda di non rimanere inerti
di fronte al riemergere dei fascismi).
La seconda mette in guardia dal
pericolo di essere trattati come uomini oggetti, manipolati da un potere che
sfrutta, ai fini della propria affermazione, la nostra distratta inerzia (tanto
più oggi, attraverso i social, vere macchine per creare consenso).
✴️ 1. “Noi abbiamo cura che le nostre
adesioni si conservino vigili e non trapassino nel sonno conformista: ma
la vigilanza ha per scopo l‘assiduità dell’impegno, non lo scoraggiamento. A
ogni svolta sta in agguato la tentazione dei né-né: né fascismo né comunismo,
né dittatura né anarchia, né questo né quello, né capra né cavoli. Il
non-intervento, sotto questo aspetto pacifico, è un’arma camuffata. Noi
sosteniamo che ci sono quelli che hanno tradito col nazismo e
quelli, come Chamberlain o Daladier, che hanno tradito di fronte al
nazismo; ed è una debolezza della coscienza europea non averli citati al
medesimo tribunale (2).
✴️ 2. “Uomo, svegliati! Il vecchio
appello socratico, sempre attuale, è il nostro grido di allarme a un mondo che
si assopisce nelle sue strutture, nei suoi comodi, nelle sue miserie, nel suo
lavoro e nel suo ozio, nelle sue guerre, nella sua pace, nel suo orgoglio e nel
suo accasciamento. […] Bisogna pur giungere a distinguere oggi gli
uomini-oggetti, padroni e schiavi, dagli uomini d’umanità. Il secolo tende
sempre più, attraverso le più diverse dottrine, a instaurare un universo di
uomini-oggetti. Noi prepariamo, traversando tutte le audacie politiche, sociali
o economiche che si vorrà, un mondo di uomini di umanità. Ma proprio qui sta
forse la massima audacia, quella che accumula contro di sé il massimo di odio.
Poiché essa vuole un mondo di uomini liberi, e quando l’uomo non ama la propria
libertà più di ogni cosa al mondo, nulla egli detesta di più.” (3)
❋❋❋❋❋❋❋❋❋❋❋❋❋
❋❋❋❋❋❋❋❋❋❋❋❋❋
Note.
1 . “Questo nome
risponde al dilagare dell’ondata totalitaria: da essa è nato e contro di
essa, e accentua la difesa della persona contro l’oppressione delle strutture.
Sotto quest’angolo visuale corre il rischio di trascinare con sé vecchie
reazioni individualistiche, felici di adornarsi di un nuovo blasone: di
deliberato proposito l’abbiamo fin da principio associato a “comunitario”; ma
un’insegna non è una qualificazione completa; e, quando noi ricorderemo le vie
maestre della nostra filosofia dell’uomo, vedremo che la persona non è una
cellula, nemmeno in senso sociale, ma un vertice, dal quale partono tutte le
vie del mondo” (E. Mounier, Che cos’è il
personalismo?, Einaudi, 1948, pp.13-14). E’ illuminante la premessa di
Mounier all’ edizione del 1948 , in cui precisa che il personalismo “non
sarà mai un sistema né una macchina politica“, ma una prospettiva
per la soluzione dei problemi umani. “Respingo pregiudizialmente ogni
tentativo di utilizzare “il personalismo” in favore dell’ignavia storica,
in difesa delle forme di civiltà che la storia condanna. Respingo la
tentazione, molto forte in alcuni, di chiamare “personalismo” la loro
incapacità a sopportare una lunga disciplina di azione. Mi auguro
che queste pagine aiutino a pensare e a creare, e non a difendersi contro i
richiami del mondo. La miglior sorte che possa toccare al personalismo è
questa: che dopo aver risvegliato in un sufficiente numero di uomini il
senso totale dell’uomo, si confonda talmente con l’andamento quotidiano dei
giorni da scomparire senza lasciar traccia”. cfr.o.c., pp. 9-10.