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martedì 25 giugno 2019

Il loro sguardo buca le nostre ombre.

Due grandi personalità - l'una non credente (Julia Kristeva), l'altro credente, fondatore della Comunità de "L'Arca" (Jean Vanier) - in dialogo sul tema dell'handicap e della fragilità umana.
Post di Rosario Grillo.
Scambio epistolare 
tra Jiulia Kristeva e Jean Vanier.
Imbarazzo è l’atteggiamento che di solito assumiamo al cospetto di una persona portatrice di handicap. Lo spieghiamo troppo sbrigativamente con la messa a confronto tra il normale e l’a-normale.
Ma ...- la domanda non è retorica - cos’è il normale, la normalità? Dobbiamo rispondere scomodando la norma ed arrivare a concludere che essa è posta dall’uomo, nel corso delle vicende storiche. Quindi, la normalità non è un parametro assoluto, ma relativo, assai relativo. (1)
Inscritta in questo divenire, la norma ha risentito del tentativo di difesa della società dalle “insidie”, promuovendo un modello “ideale” di uomo.
Un giro di parole per descrivere l’emarginazione, la messa al bando, la ghettizzazione e via di questo passo.
Ritento l’approccio cominciando con l’ostracismo dei lebbrosi, ricordandone la raccapricciante fenomenologia... e includendo nel processo di esclusione quel gruppo sociale, che, di volta in volta, era considerato pericolo per la società (esempi tipici: le streghe, gli ebrei, gli zingari).
Quindi la maglia si allarga fino a contenere di fatto il fenomeno della discriminazione.  Ma fermiamoci, comunque, alla relazione con la diversità.
La diversità colpita, negata, usata come capro espiatorio, momento di coagulo delle pulsioni aggressive. Al suo cospetto appare la miseria della normalità, anzi “la tirannia della normalità” (2).
Julia Kristeva, 
Stranieri a noi stessi
Nella sfera degli studi sociali è ampiamente dibattuto il concentrarsi delle paure sollevate da persone e categorie, divenute una sorta di capro espiatorio. La psicoanalisi, in coerenza con lo studio analitico dei recessi oscuri della psiche, si è mossa con il suo padre (Freud) per riconoscere e scandagliare questo abisso.
Freud ha studiato Il perturbante ed ha scoperto che al movente esterno si associa un movente interno. Il nemico è in casa, è familiare. (3)
La sua traccia non è stata lasciata in sospeso; l’analisi ha continuato a svilupparsi fino a giungere alle ipotesi avanzate da Julia Kristeva. “Il loro sguardo buca le nostre ombre”: un’opera che raccoglie lo scambio epistolare tra la psicologa francese e Jean Varnier, studioso e uomo di carità celebre, direttore della comunità dell’Arca.
In essa la studiosa francese ha sottoposto a verifica il frutto dei suoi studi, percorrendo la strada di una corrispondenza intonata all’amicizia. Jean Varnier, il corrispondente, non è il tecnico professionista, è l’uomo accogliente di una struttura ricca di calore umano e di disponibilità. (4)
Dalla Kristeva, forte dell’esperienza personale e professionale, parte l’aggancio a guardare il dono che i “soggetti deboli” ci fanno: l’incontro con la mortalità. Essa racchiude tutta la vulnerabilità dell’essere umano: malattia – deficienza - bisogno. Con espressione più angosciata è:  l’estraneità ... ed ecco apparire: lo  straniero, il diverso, la differenza.

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Attrazione e repulsione: conflitto che si risolve con la conoscenza, l’affetto, l’accoglienza, la cura.
La Kristeva dilata l’esperienza e coglie l’occasione del suo viaggio ad Oslo per riferire attraverso il caso di Harvor Hanisch (5) l’emblematico personaggio della piece di Ibsen, Eyolf, entrato in “simbiosi affettiva” con il padre: punto d’inizio di una nuova relazione.
“Ibsen fa dire a Rita: ‘ormai sono occhi. Almeno lo sono per me. Guardano fino in fondo all’ombra... e il loro sguardo buca le nostre ombre’. Quelle parole mi riportano alla nostra ambizione, tua e mia, di “cambiare lo sguardo” che i non handicappati rivolgono ai portatori di handicap. Ibsen ci aiuta a farlo rovesciando la prospettiva: è Eyolf a guardarci, è lo sguardo del ragazzino handicappato che conta, perché è lui a bucare le nostre ombre”.  (6)
Jean Varnier non lascia cadere l’occasione, anzi la conferma ricordando il momento dell’incontro di San Francesco con i lebbrosi, inizio della svolta del rapporto che intratterrà con loro. In modo simile Jean viene coinvolto davanti alla solitudine - ed è un isolamento - di Eric, un bambino cieco e sordo.
La “risposta” è  nell’incontro degli sguardi, segno di scambio di affetto, che ad una parte dà il segno di riconoscimento come soggetto portatore di desiderio e, all’altra, dà la serenità dell’incontro con la mortalità. (7)

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Non va nascosta la dialettica, insita nella corrispondenza, e così allo scatto della Kristeva, che reagisce ad alcune note di Varnier indulgenti sulle feste frequenti nella comunità dell’Arca, dichiarando con crudezza la necessità di far emergere il dolore e lo smacco onde gioire fondatamente della nascita di ciò che partorisce dal “recupero” della “persona offesa”: è la sua vita... la sua autonomia... il suo desiderio spontaneo, risponde la precisazione di Varnier.
Una messa a punto che calca la mano sulla umiliazione da lui subita ad opera della Chiesa ufficiale, che invoca il senso genuino della gioia aleggiante nel rapporto tra gli uni e gli altri nella comunità: festa dentro un incontro che conosce il dolore e le difficoltà, che si muove “sub specie humilitatis”.  (8)

Note.
1.L’incongruenza del termine handicap deve spingere a riflettere sulla gamma delle “deficienze” che va dalla sfera fisico-motoria a quella psico-motoria a quella intellettiva.
2.L’espressione è di Jean Varnier nel libro “Il loro sguardo buca le nostre ombre”, Donzelli 2011.
3.Mi permetto di rinviare ad un mio precedente post su questo blog.
4.La Kristeva è anche coinvolta personalmente a causa di problemi neurologici occorsi a suo figlio.
5.Giovane dottorando in linguistica , a sua volta sofferente di una seria infermità motorio- cerebrale.
6.Il loro sguardo...cit, p.59.
7.Voglio sottolineare che nel termine non si nasconde nessuna morbosità. Piuttosto, per il credente,, è la tangibile esperienza con Gesù della Resurrezione.
8.La ragione che spiega la beatificazione di Pio XII, retroscena ed anfratti dell'annosa crisi israele-palestinese sono temi che allargano il ventaglio della corrispondenza e che confermano la scelta condivisa sulla povertà, sulla debolezza, come soglia di futuro.

2 commenti:

  1. Grazie per avermi fatto conoscere Kristeva. La vita e l’opera di Jean Vanier (come tutti i profeti tardivamente capito) mi paiono una radicale e rivoluzionaria critica alla nostra società dominata dalla disfatta della relazione con l’altro in quanto altro cioè diverso, dalla scomparsa dello sguardo e dell’ascolto, dalla miseria e tirannia della normalità. Vanier offre a tutti gli uomini e le donne libere un modello concreto di relazioni quotidiane capace di una radicale riconversione di costumi ed atteggiamenti: “l’incontro degli sguardi” trasforma la diversità in risorsa per tutti e soprattutto propone nuovi concreti indicatori di qualità, volti a e sollecitare ogni individuo a divenire persona ed a favorire la progressiva trasformazione della società in vera comunità. Grazie, caro Rosario.

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  2. Ho voluto mettere in risalto la ricchezza di umanità delle persone “ offese” in un momento di “ distrazione di massa” provocata da tanta superficialità, gretto conformismo ed esigenze di risparmio pubblico. Da Vanier alla Kristeva è una spinta alla sollecitazione, a scendere in profondità, a far leva sulle energie del “ dono amorevole “. Ricambio il ringraziamento 🙏

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