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giovedì 4 dicembre 2014

Gabriella Caramore, Pazienza. Recensione.

Post di Rossana Rolando.

Il dono della parola.
“Le parole vanno create. Ma anche custodite. Offerte. Ma non sprecate. Sono il tessuto stesso della persona umana. E, in quanto tali, delle relazioni tra esseri umani. Perciò, in definitiva, un difetto nel linguaggio è un difetto d’amore” (Gabriella Caramore, Pazienza, pp. 56-57).
Quel che colpisce anzitutto, nel libro di Gabriella Caramore, Pazienza, edito dal Mulino nel 2014, è la finezza della parola. Un uso del linguaggio che risveglia nuovi significati, che ripulisce termini incrostati e polverosi per restituirli ad una freschezza sorgiva, creativa. Un uso certo ricercato, sapiente, senza essere però affettato, retorico, vanesio. Quel che si coglie è proprio la tensione a dire “la cosa”, null’altro.

Il genere letterario.
Ecco alcuni tra gli incipit narrativi contenuti nel libro:  “Un fratello chiese ad abba Sisoes: Che devo fare, abba? ….” E poi: “Viveva in una città – non sappiamo in quale – un falegname …” E ancora: “Cura, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso …” (pp. 34; 39; 129).
A. Rodin, Pensatore
Difficile dire a quale genere il libro appartenga. Uno scritto filosofico? Sì, c’è una tesi e un’argomentazione che la sostiene. Ma molti sono gli apporti poetici, letterari, figurativi, che entrano in scena e, facendo appello ad altri mondi espressivi, rendono lo scritto – direi – un saggio leggibile e fruibile su più piani. Il libro si apre con Kafka e poi via via si accresce nella ricchezza di voci che spaziano da Buber a Lévinas, da Simmel ad Heidegger, da Simone Weil a Bonhoeffer, da Omero a Rilke, dai testi biblici del Deuteronomio e del libro di Giobbe alla rivelazione del Buddha…  Insomma, tanti fili che si intrecciano. L’impressione che se ne ricava è quella di una grande libertà che riconosce a tradizioni anche molto diverse e lontane tra loro la possibilità di accedere e di attingere alla verità più segreta dell’esperienza umana.

A. Rodin, 
Disperazione
La tesi di fondo.
Già nel primo capitolo (p. 18) si legge: “Forse sarà possibile scoprire che la pazienza, sparita dall’orizzonte contemporaneo come qualità del tempo, la si potrà trovare, trasformata, in una qualità della relazione tra gli esseri umani, a cui si potrà dare il nome di «cura»”.
Intanto si può notare come immediatamente ci si collochi in un orizzonte semantico inaspettato: la pazienza, infatti, non si risolve nell'impassibile sopportazione degli eventi, che è rimasta nel nostro linguaggio - secondo un'antica eredità di matrice stoica - come significato pressoché univoco. Della pazienza vengono fornite, lungo il corso del testo, altre definizioni, ben più suggestive, che lascio alla curiosità dei lettori. Invece cerco di ricostruire l’ossatura dell’argomentazione che mi pare di aver colto a sostegno della tesi.
A. Rodin, La Danaide, 
la figura liberata 
dall'inerzia della materia
La pazienza è dapprima intesa come qualità del tempo – oggi pericolosamente sommersa dalla liquidità e dalla velocità in cui viviamo –  o ancor più come modalità dell’essere, come travaglio che attraversa tutta la realtà: dal bambino che cresce al vecchio che muore, dall’amante che cerca l'amato al poeta che aspetta e coltiva l'intuizione dell'opera d'arte…
Ed è, la pazienza, un attendere, un essere sospesi, un tentare e un riprovare che comprende e contiene l’impazienza, la spinta coraggiosa e improvvisa, l’accelerazione, ma anche la fatica, la resistenza e la ribellione. Quindi una pazienza oggettiva che è dentro le cose, attiva, dinamica, testarda, comunque ben lontana dalla passività che al termine si è soliti congiungere.

A. Rodin, 
Aurora
E poi c’è una pazienza soggettiva che coincide con la “cura” ovvero con la capacità di stare accanto alla realtà che si svolge e matura sotto il nostro sguardo, soprattutto la realtà del volto dell’Altro. E’ la pazienza che sa attendere il bambino che cresce, sorreggendo, guidando, vegliando … è la pazienza che accompagna il cammino faticoso della vecchiaia, da ciascuno sperimentata nell’anticipazione della debolezza e della malattia … è la pazienza dell’amante che, giorno dopo giorno, costruisce l’intimità con l’amato.
Insomma altro che virtù ancillare, qui la pazienza assurge addirittura al rango di una vera e propria forza cosmica – oggettivamente – e diventa – soggettivamente l’adesione intima e profonda alla vita nel suo movimento, nel suo sviluppo, nei suoi contrari.

7 commenti:

  1. Paola Graffigna16 marzo 2019 16:23

    Grazie della recensione e delle belle immagini che l'accompagnano. Condivido: la pazienza è una forza che agisce e permette l'agire e non va confusa con la passiva sopportazione.

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    1. Aver cura del vivente richiede tempo, attenzione, attesa: in una parola, pazienza (quarta di copertina del libro di Gabriella Caramore, Pazienza). Un caro saluto, da parte mia e di mio marito.

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  2. Sì, la pazienza emerge, diventa quasi leit motiv nei periodi di transizione ( ellenismo, come tu dici ), ma ontologicamente ha la pregnanza del lievito che “lentamente da vita”, quella Vita vera che è trasformazione continual.
    La associo al silenzio, perché insieme sono guide del cammino verso il Regno, sono già nel Regno di Dio. L’idea mi viene suggerita anche da Kierkegaard, laddove compare il silenzio “ naturale” del giglio che si trasforma, dallo sboccio alla fioritura alla morte o quello degli uccelli alla fatica umana di acquistarlo. LaNatura profonda ci è madrelingua! Bellissimo, Rossana!

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  3. Scusa, non controllo mai la prescrittura che ne combina sempre qualcuna 🤗

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    1. Molto suggestivo questo riferimento alla vita della natura e alla sua crescita silenziosa, quasi che (paolinamente) la pazienza (impaziente) costituisse la tensione di tutto il creato verso il proprio compimento.

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  4. grazie Rossana! è bellissima la tua recensione e associare Rodin rafforza l'efficacia dello scritto -e commuove

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  5. Rodin, più che mai, rende visibile la tensione della vita (pazienza) verso una forma. Un caro saluto.

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