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Visualizzazione post con etichetta racconto. Mostra tutti i post
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giovedì 21 gennaio 2021

L'angoscia del professore.

Post di Rossana Rolando.
Immagini di Philip Mckay (qui il sito), con gentile autorizzazione.
 
Philip Mckay, Imparando a volare
Il racconto di Giovannino Guareschi, Sciopero dei professori (in audio al fondo del post), contenuto nel prezioso libro Racconti spirituali,¹ appena uscito per Einaudi, curato da Armando Buonaiuto, con un saggio introduttivo di Gabriella Caramore, presenta un primo livello di lettura cui introduce lo stesso curatore. 
E’ la storia di un professore liceale, rappresentato in una forma caricaturale, pur nei risvolti realistici: una figura triste, di segno opposto rispetto alle macchiette parodistiche di don Camillo e Peppone. Eppure è anche personaggio capace di riscattare se stesso in un attimo finale di lucida consapevolezza.

martedì 6 agosto 2019

L'arte della narrazione. Walter Benjamin.

Post di Rosario Grillo.


Walter Benjamin, Il Narratore, 
Einaudi, 2011.
La maestria - intendo l’arte di incantare - non è di tutti.
Fa specie riconoscerla in  W. Benjamin, autore il più delle volte ostico ed oscuro.
C’è necessità, prima di tutto, che sia intesa non come ricercata tecnica, ma come una dote naturale. Volendo ancora soffermarci sopra: è un tratto comune alla intellighenzia ebrea.
Benjamin, volle il caso, si muoveva tra la necessità di “scrivere per vivere” e l’intuizione di improvvisi bagliori: immagini e concetti gravidi di profonda verità.
Improntata nel 1936, un’operetta, Il narratore, nel pieno di una riflessione da cui scaturiranno le Tesi sulla filosofia della storia e i Passages.
L’opera è addirittura commissionata, e deve essere un saggio sul romanziere russo Leskov.

domenica 23 settembre 2018

La parola proibita, Dino Buzzati.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle illustrazioni di Gianni De Conno (qui il sito)
Audiolibro di Valter Zanardi (qui il canale youtube).

Gianni De Conno, 
Il mostro
Nel formidabile racconto di Dino Buzzati, La parola proibita (in Sessanta racconti, Mondadori) letto in modo magistrale da Valter Zanardi in uno degli audiolibri offerti gratuitamente ai fruitori nel suo bel sito, si trova la parabola più completa del conformismo sociale, nell’epoca della società di massa. Il protagonista del brano si accorge da alcuni segni - sussurri, accenni, circonlocuzioni - che, nella città in cui da poco si è trasferito, vi è una parola proibita. Decide di chiedere segretamente all’amico Gironimo, ma questi si rifiuta di rivelarla per non rinnegare il paese in cui vive da vent’anni:  se non gli fosse piaciuto rimanere, lavorare, vivere in tale posto, sarebbe certo potuto fuggire, ma non lo ha fatto perché lì ha trovato sicurezza e quindi si considera vincolato da un legame che non può tradire. 
Che cosa fa sì che nessuno dica la parola interdetta e si attenga al divieto? Non il timore della punizione – cosa ormai appartenente a società del passato – non la coscienza – “ferro vecchio” che ha fatto il suo tempo – ma il desiderio di conformarsi e sentirsi quindi parte della totalità.

martedì 27 dicembre 2016

Regalo di Natale. Primo Levi.

🖊 Post di Rossana Rolando.
🎨 Le immagini riproducono il dipinto di Claude Monet, La gazza (al termine del racconto di Primo Levi si capirà il collegamento con l'uccello che generalmente viene associato al ladrocinio: la gazza ladra).


Claude Monet, 
La gazza, particolare
L’ultimo Natale di guerra, il racconto autobiografico scritto da Primo Levi nel 1984, ricorda il 25 dicembre del 1944.
Le voci sull’andamento bellico hanno raggiunto anche il Lager: si sa ormai che si avvicina la fine della guerra. La convinzione che sia “l’ultimo Natale di guerra e di prigionia” - come effettivamente sarà - conferisce al vissuto la forza delle esperienze che si imprimono nella memoria all’atto del congedo: non un Natale tra gli altri, ma l’ultimo.
In questo brano (1), che è solo una parte dell’intera narrazione, sono riconoscibili i temi sviluppati da Primo Levi anche in altre opere (penso soprattutto a I sommersi e i salvati): l’istinto della sopravvivenza e il progressivo sfinimento, la condizione di Muselmänner, i sommersi, sottouomini deprivati di tutto, ormai incapaci di pensieri ed emozioni, la zona grigia di ambiguità che - in cambio di qualche misero vantaggio - porta i prigionieri a farsi complici dei nazisti e rende indistinto il confine tra le vittime e i carnefici.
Claude Monet, 
La gazza, particolare
Ma insieme vi ritroviamo i contrassegni del Natale. Senza alcuna ombra di retorica solidaristica, anzi nell’assoluto dominio di quella logica disumanizzante che, all’interno del Lager, divide dagli altri e spinge a salvare esclusivamente se stessi, i due protagonisti si trovano, loro malgrado, a dover “condividere” tra loro (per convenienza) e con altri (contro la propria volontà) un dono. Sembra che Primo Levi, con il suo stile asciutto, velatamente ironico, capace di levità nonostante la memoria del dolore,  abbia voluto introdurre una sorta di eterogenesi dei fini, facendo balenare nel luogo più lontano da Dio – nel buio della negazione e dell’assenza di Dio – il germe di una logica altra (del dono e della condivisione) che si realizza a dispetto di ogni azione intenzionale.


🔴🔴 Primo Levi, L'ultimo Natale di guerra 🔴🔴
  

Claude Monet, 
La gazza, particolare
...Fu un Natale memorabile per il mondo in guerra; memorabile anche per me, perché fu segnato da un miracolo. Ad Auschwitz, le varie categorie di prigionieri (politici, criminali comuni, asociali, omosessuali ecc…) potevano ricevere pacchi dono da casa, ma gli ebrei no […].
Eppure un pacco arrivò fino a me, mandato da mia sorella e da mia madre nascoste in Italia, attraverso una catena di amici […]. Il pacco conteneva cioccolato autarchico, biscotti e latte in polvere…

giovedì 22 dicembre 2016

La città sommersa. Racconto di Natale.


🖊 Racconto di Gian Maria Zavattaro
🎨 Le immagini riproducono opere del pittore di arte naif Marino Di Fazio (qui il sito) 
Anche le città credono d'essere opera della mente o del caso, 
ma né l'uno né l'altro bastano a tener su le loro mura. 
D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, 
ma la risposta che dà a una tua domanda
(Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino 1972, p. 50).

Marino Di Fazio, 
Angolo di città ligure
C’era una volta una città, Erebos,  in riva al mare, ad un tiro di schioppo dalle montagne - città triste, tenebrosa, ingannevole (nomen omen!) -, dove tutti, (uomini, donne, vecchi, bambini, gatti, cani e canarini) non facevano altro che lavorare e calcolare i loro guadagni alla faccia degli altri: stipendi, conti in banca, spese, interessi, affitti e profitti, probabilità pro e  contro, vantaggi e svantaggi. Non solo. Animati da una furia contagiosa, in parossismo collettivo passavano il tempo a calcolare tutto: larghezza, lunghezza, peso, distanze, cibi, bevande, cielo e terra, conoscenti, amici, stranieri, figli, scuola, lavoro, ferie e festività, serre, fiori, carciofi, asparagi, pomodori, trombette… Tutto.
Forse che la vita non è altro che un calcolo continuo? Così la gente trascorreva i suoi  oscuri giorni ad Erebos e per svagarsi, in file interminabili, rivisitava - perché c’è sempre da imparare! - la mostra permanente “calcolare è sognare, calcolare è vincere” e, ovunque ci si incontrava, gli sguardi non miravano le persone ma scarpe-vestiti-gioielli-cellulare e con fulmineo calcolo ognuno capiva quanto valeva chi aveva di fronte e.... beh, un'idea ve la siete  fatta, no?  
Marino Di Fazio, 
Temporale
Così si susseguivano i giorni, i mesi, gli anni:  i bimbi crescevano, gli adulti invecchiavano, i vecchi morivano. E tutti sfoggiavano un’ipocrita allegria, cioè erano infelici, ma era la prassi (dicesi procedura abituale, consuetudine, in greco “praxis”).
Poi un giorno - era l’antivigilia di Natale e tutti erano a calcolare regali come pesi e controregali come contrappesi - il sindaco della città (boh, è trascorso  troppo tempo e non ricordo il nome!) passando per via dei Mille, all’improvviso capì che c’era qualcosa che non andava: non erano mille nella spedizione di Garibaldi,  lo sapevano tutti, eppure si era continuato imperterriti a calcolarne mille e  i conti non tornavano. Possibile che nessuno ci avesse  fatto caso? Bisognava assolutamente provvedere. Convocò con procedura d’urgenza una seduta straordinaria del consiglio comunale e fu la fine.

venerdì 22 agosto 2014

Sodoma e Gomorra: una lettura laica.


Da ogni parte del mondo (Gaza, Iraq, Ucraina, Siria, Sudan, Nigeria, Egitto, …) si radicalizzano gli scontri, le violenze, le aggressioni, gli assassinii, gli atti di genocidio e gli orrori terroristici.
E' a tutti nota l'affermazione di papa Francesco: "Oggi noi siamo in un mondo in guerra, dappertutto! Qualcuno mi diceva: lei sa, padre, che siamo nella terza guerra mondiale, ma fatta a pezzi. A capitoli".
In questa società globale ed interdipendente tutti siamo coinvolti - compresa l'Italia - e nessuno può ritenersi estraneo a questi drammatici scenari, che sembrano prodromi di una inconsapevole autodistruzione.

Il famoso passo della Genesi ... 
(John Martin, La distruzione 
di Sodoma e Gomorra)
Forse non è inutile riprendere ancora una volta la riflessione postata lo scorso anno, all’inizio dell’avventura di questo blog. P. Levy, il teorico del cyber-spazio, nel 3° capitolo del suo libro “Intelligenza collettiva”, pubblicato circa vent’anni fa, commenta ed offre la sua interpretazione laica della distruzione di Sodoma e Gomorra (Genesi, 18-19).

... un'interpretazione laica 
del racconto biblico ... 
(Elluin, Sodoma e l'ira di Dio)
Dio, prima di distruggere le città dove si commettono violenze di ogni sorta, decide di  parlare ad Abramo, il quale si impegna in uno straordinario tentativo di contrattazione. Dio concede ad Abramo la salvezza della città se in essa si troveranno cinquanta giusti. Ma il patriarca si intestardisce e continua a negoziare: quarantacinque, poi trenta, venti  ed infine solo dieci “giusti”, capaci di garantire la sopravvivenza della città.
Dio ode il clamore, le grida, i pianti che si levano contro la città; è informato delle ingiustizie e dei mali del mondo. Guerre civili, assassinii, dittature, sofferenze di ogni genere sono tremendamente visibili, così come i loro “effetti collaterali”.

... la metafora dei nostri mali ... 
(Sebastina Munster, Sodoma)
Quando invece Abramo inizia a negoziare il numero dei giusti, pare che anche Dio non sappia quanti ce ne siano e che la Sua sapienza non si spinga così innanzi. Mentre i mali  sono dichiarati e gridati, l’identità dei giusti e il loro numero sono nascosti; il male è arciconosciuto, i giusti sconosciuti, anonimi.
Abramo non riesce a trovare dieci “giusti”; ne trova solo uno, il nipote Lot con la sua famiglia.

... dove sono i giusti? ... 
(Gustave Doré, La fuga 
di Lot da Sodoma)
Da che cosa è possibile riconoscere i “giusti” e qual è la colpa di Sodoma? La negazione dell’accoglienza e dell’ospitalità: la città, invece di accogliere gli stranieri, vuole abusarne.

... coloro che non abusano degli altri ... 
(Heinrich Aldegrever, Lot impedisce 
la violenza contro gli angeli)
L’ospitalità rappresenta in modo eminente la garanzia del legame sociale concepito nella forma della reciprocità: l’ospite è indifferentemente colui che è ricevuto o colui che riceve ed ognuno può diventare a sua volta straniero.

... coloro che sanno ospitare ... 
(Lucas van Leiden, Lot e le figlie)
Grazie all’ospitalità colui che è separato, diverso, straniero viene accolto, integrato, compreso in una comunità. Il giusto include ed in una società di giusti ciascuno si impegna ad includere gli altri, tutti consapevoli che unità non è né uniformità né unanimità.

... coloro che sanno sopportare la solitudine ... 
(Rubens, Lot fugge da Sodoma 
con la sua famiglia)
Perché  Abramo  non protrae oltre la trattativa? Perché  si ferma a dieci  e non cinquanta o cinque? Perché Lot da solo non basta a salvare Sodoma? Perché per sostenere una città è necessaria una com-unione. Dieci è simbolicamente l’inizio dell’uscita dall’anonimato: ci vogliono almeno dieci persone per sperimentare una società dove si possa vivere insieme, sopportarsi,  aiutarsi, valorizzare tutti ed ognuno.

... poiché ci vogliono almeno dieci giusti ... 
(La distruzione di Sodoma, 
mosaico del XII secolo, Palermo)
Levy conclude affermando che i “giusti” sono efficaci e riescono a garantire la sopravvivenza di una società solo se costituiscono una “intelligenza collettiva”. Pensava - lui profeta del cyber/spazio - soprattutto ad una comunità virtuale. Oggi internet è troppo spesso luogo dell’inciviltà, dell’insulto gratuito, dell’effimera banalità. Ma, nella sua ambivalenza, è anche ben altro e può rappresentare una promessa per  il futuro. Tutto è nelle nostre mani: basterebbe uno sparuto gruppo di “giusti” capaci  di “intelligenza collettiva”…

... per inventare nuove possibilità 
e lasciarsi alle spalle Sodoma e Gomorra ... 
(Cartolina turistica datata 1899 con la scritta: 
"Saluti da Sodoma e Gomorra")

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