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martedì 19 novembre 2013

Esser soli ed essere di tutti.



In attesa che l’amico torni …


 

Tu non sai cosa sia la notte ...




Tu non sai cosa sia la notte

sulla montagna

essere soli come la luna;

né come sia dolce il colloquio

e l’attesa di qualcuno

mentre il vento appena vibra

alla porta socchiusa della cella.

Tu non sai cosa sia il silenzio

né la gioia dell’usignolo

che canta, da solo nella notte;

quanto beata è la gratuità,

il non appartenersi

ed essere solo

ed essere di tutti

e nessuno lo sa o ti crede.

Tu non sai

come spunta una gemma

a primavera, e come un fiore

parla a un altro fiore

e come un sospiro

è udito dalle stelle.

E poi ancora il silenzio

e la vertigine dei pensieri,

e poi nessun pensiero

nella lunga notte,

ma solo gioia

pienezza di gioia

d’abbracciare la terra intera;

e di pregare e cantare

ma dentro, in silenzio.

Tu non sai questa voglia

di danzare

solo nella notte

dentro la chiesa,

tua nave sul mare.

E la quiete dell’anima

e la discesa nelle profondità,

e sentirti morire

di gioia

nella notte.

DAVID MARIA TUROLDO




esser soli ...


...l'attesa di qualcuno ...

Tu non sai cosa sia il silenzio né la gioia dell'usignolo che canta ...


... esser solo ed essere di tutti ...

... solo gioia, pienezza di gioia ...


 Tu non sai questa voglia di danzare ...



... e la quiete dell'anima ...

Tutte le immagini riproducono opere di Henri Matisse.


Chi desidera intervenire può consultare il post del 22/10/13 oppure semplicemente andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail.



sabato 16 novembre 2013

Derelizione.



La solitudine dell'isolamento e della chiusura, vissuta come frattura e lacerazione  nei confronti degli altri uomini, è una tentazione ed una prova per tutti, un’eventualità che può cogliere ognuno di noi.

La tentazione dell'isolamento.

Rimando agli psicanalisti e agli specialisti la trattazione “scientifica” della sua genesi e della sua matrice. A me interessa sottolineare l’aspetto profondamente umano dell’isolamento: la paura del mondo, il ripiegamento su se stessi, l’indifferenza, l’amarezza, l’angoscia repressa, perché comunque da soli non ci si sente di  esistere. 



L'angoscia repressa...

In questo  abbandono si vive una contraddizione lacerante: non si riesce a stare soli e neppure in mezzo agli altri.  E’ l’angoscia della derelizione, del deserto, dei muri invisibili: si comprende di essere impotenti di fronte al fluire degli avvenimenti, tutti i giorni ci si accorge di non essere padroni del nostro destino. 


... dei muri invisibili.

Questa  solitudine   invade il campo della coscienza con il terrore paralizzante del vuoto, dell’esistenza inutile ed assurda; e il mondo non è più indifferente ma ostile, greve di inesorabile minaccia. 



La notte della solitudine.

Può essere solo un momento passeggero della vita, una delle tante notti dell’esistenza; e poi la vita riprende, prorompe il grido, l’invocazione,  l’implorazione che la vita torni a dare un senso, che magari un volto amico giunga, perché un margine rimane e non è la disfatta della speranza.  
   

L'implorazione che la vita riprenda...
... torni a dare un senso.

E’ il mistero terrificante della libertà dell’uomo di cui parla Mounier ne “Il Personalismo”: “Si parla oggi troppo di angoscia, davvero troppo […]; un’angoscia essenziale legata all’esistenza personale come tale, al mistero terrificante della sua libertà, alla sua lotta aperta”. 


Il mistero della persona ...
Io posso fare e farmi del male, posso tornare indietro o andare avanti, posso amare o posso tradire, costruire o demolire, dividere, odiare, distruggere: ognuno di noi può davvero optare per l’intensità della vita o per  la  gioia nera della morte,   per l’amore o per l’odio, per la fraternità o per la divisione. 

Afferma Mounier: “Il tempo spirituale è fatto di salti violenti, di crisi e di notti interrotte da rari istanti di pienezza e di pace. Assomiglia [più] al tempo del poeta, che non a quello dell’ingegnere. Si potrebbe  scrivere sul suo frontale: alla certezza attraverso l’ambiguità,  alla gioia attraverso la desolazione, alla luce attraverso la notte”. Solitudine questa come passaggio obbligato per ogni esistenza autentica.  


Alla luce attraverso la notte.

La solitudine dunque è quella legata alla  struttura della società in cui viviamo, ma è anche quella ineliminabile il cui volto è legato alla condizione umana. La soppressione delle solitudini storiche è nelle mani dell’uomo, ma vi è una solitudine  insopprimibile, che è un dato di fatto, che vive l’ambivalenza dell’uomo tra eros e thanatos. Non è né disgrazia né maledizione né realtà che fa paura o che non ha senso. I suoi rischi e possibilità sono l’isolamento e l’intimismo oppure il riconoscimento di sé e degli altri e la decifrazione del rapporto con la solidarietà.


La solidarietà
Il riconoscimento di sé e degli altri.
Tutte le immagini riproducono opere di Picasso, periodo blu.

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venerdì 15 novembre 2013

Nessuno è solo.



In questo stesso istante ... 



... c'è, da qualche parte, un uomo torturato ...



... che invoca la libertà


Lo senti? Un uomo solo....




In questo stesso istante
c’è un uomo che soffre,
un uomo torturato
solo perché ama
la libertà.
Ignoro
dove vive, che lingua
parla, di che colore
ha la pelle, come
si chiama, ma
in questo stesso istante,
quando i tuoi occhi leggono
la mia piccola poesia,
quell’uomo esiste, grida,
si può sentire il suo pianto
di animale perseguitato
mentre si morde le labbra
per non denunciare
i suoi amici. Lo senti?
Un uomo solo
grida ammanettato, esiste
in qualche posto.
Ho detto solo?
Non senti, come me,
il dolore del suo corpo
ripetuto nel tuo?
Non ti sgorga il sangue
Sotto i colpi ciechi?

(José Augustin Goytisolo,1928-1999, poeta e scrittore spagnolo del “Gruppo catalano”, traduttore di Pavese, Quasimodo, Pasolini).

Tutte le immagini riproducono incisioni di Albrecht Dürer.

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giovedì 14 novembre 2013

La solidudine oggettiva.



Siamo soli, cantava Vasco. Siamo tutti soli. 


Lungo la via di una qualsiasi città ...

Ma ci sono persone ancora più sole: gl’invisibili, gli ultimi, i penultimi, chiamiamoli come vogliamo. 


Disperazione.

Le città ne sono piene ed ormai ci abbiamo fatto il callo, tanto che non ci facciamo più caso.

Dolore.

Queste solitudini di oggi non vengono  da qualche misterioso destino, ma affondano le loro radici nella nostra società. Sono gli uomini a creare queste solitudini: i meccanismi di esclusione e di marginalizzazione non sono fatali,  portano le stigmate della storia, esprimono alle radici il travaglio della nostra società e la sofferenza di ogni singola persona.


Meccanismi di esclusione.

Ma  in quanto storiche queste solitudini ci interrogano, ci invitano a rinnovare la storia, ci spronano - come già dicevo in un precedente post - a ricercare  una solidarietà creatrice che sappia dare credibilità ad una nuova speranza. 


Ricreare le condizioni per danzare la vita.

Certo l’impegno per recidere  le radici storiche delle solitudini non giungerà ad eliminare per sempre l’esperienza della solitudine dalla vita dell’uomo, perché essa non è solo frutto di determinate condizioni storico-sociali, ma rimanda al vissuto  delle singole persone.


Malinconia.

In effetti la solitudine “oggettiva” - pur con intensità, implicanze e  costi assai diversi -  riguarda tutti: uomini e donne, integrati e disadattati, ricchi e  poveri, lavoratori e disoccupati, sfruttati e sfruttatori, giovani ed  anziani, immigrati ed autoctoni, malati e sani, disabili ed atleti, carcerati e carcerieri, vittime di perdita di ruolo o di rilevanza  sociale, discriminati,  stigmatizzati, separati, emarginati dal proprio ambiente, tutti coloro che soffrono la  perdita di contatto sociale, abbandonati a causa dell’età, della malattia, della morte dei familiari. 


Angoscia.


Siamo un’umanità  che si trova a vivere in un sistema ad una dimensione dove ciò che conta è solo il denaro, il successo, il potere; dove tutti soggiacciono ad un medesimo modello di relazione (produzione, competizione, efficienza e consumo) e ad un unico processo di competizione – o tu o io, meglio io - che ha nella legge del profitto il cardine fondamentale ed insostituibile. Tutti soffrono la solitudine, pur con diversità consistenti ed anche tragiche. 


La solitudine riguarda tutti.

Soffrono una loro solitudine anche “i padroni del vapore”, coloro che nella corsa risultano vincitori ed impongono le loro regole, i loro   parametri  di valore, il  loro modo di vita ed i loro prodotti. Ma è soprattutto dalla parte di coloro che sono vinti che la solitudine – con le sue  condizioni di sfruttamento, di povertà, di miseria,  ed anche di intima disperazione ed abiezione – è una ferita lacerante,  un  silenzioso grido insopportabile. 


Un silenzioso grido ...

Tutte le immagini riproducono opere di Edvard Munch.

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martedì 12 novembre 2013

I volti della solitudine oggi.


L'incomunicabilità tra gli uomini.


Lo sconfinato mare dell’alienazione, la non comunicabilità tra gli uomini, la solitudine e l’angoscia sono realtà consistenti nella società odierna e temi ricorrenti e preminenti in larghi settori filosofici e culturali (teatro, cinema, letteratura). Ma  ”solitudine” può significare diverse e divergenti realtà.

Che cos'è la solitudine?



1. Ci sono solitudini “oggettive” legate a questo nostro tempo e spazio:  l’essere soli, isolati, abbandonati, separati,  stigmatizzati, emarginati per malattia o vecchiaia o miseria.




Abbandonati, separati, stigmatizzati.

2. Ci sono solitudini che rimandano alla storia personale ed alle sofferenze psichiche di ciascuno: angoscia, disperazione, melanconia che possono sconfinare in una realtà patologica ed in morbosi egocentrismi.



Chiusi nella propria angoscia.



3. C’è infine la solitudine data dall’identità inesprimibile di ognuno, segno di interiorità, condizione di ogni autentica relazione interpersonale e di fraternità. 
 
Alla ricerca di se stessi...
Il pendolo oscilla tra la solitudine contraria al nostro bisogno di rapporti umani e l’esigenza di solitudine come  mezzo  per trovare se stessi e andare oltre se stessi. 

La solitudine quindi è bipolare: nell’accezione negativa è dimensione asociale come abbandono e isolamento, oppure dimensione antisociale come derelizione, dannazione; in quella positiva  è grazia,  necessità del ritrovamento esistenziale del senso, polarità costruttiva della dimensione sociale.




... per ritrovare gli altri.
 Di questo vorrei prossimamente riflettere con chi è interessato.

Tutte le immagini riproducono opere di Ismael Nery.

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lunedì 11 novembre 2013

Solitudine.




Il difficile rapporto con se stessi ...


Le solitudini di oggi sono una realtà angosciante, ma non provengono   da qualche misterioso destino: nessuna ineluttabilità, nessun fato che ci imprigioni nella nostra singolarità priva di senso. I meccanismi di esclusione e di marginalizzazione  escono da mani umane. Ma in quanto storiche queste solitudini ci invitano, ci supplicano di rinnovare la storia, di aprirci ad una solidarietà creatrice che sappia sedersi alla loro porta ed entrare “pian piano, così, semplicemente”.


... se sapeste quanto mai accora ...


.. non avere un focolare ...








INVITO

“Se sapeste quanto mai accora

non avere un focolare,

innanzi alla mia dimora,

talvolta, verreste a passare.

Se sapeste quanto mai è duro,

per un’anima sola e maldestra,

non accogliere uno sguardo puro,

guardereste alla mia finestra.

Se sapeste che  balsamo apporta

la presenza di un’anima bella,

vi sedereste  sulla mia porta

come una dolce sorella.

E se sapeste che v’amo,

che v’amo perdutamente,

entrereste certo pian piano,

così, semplicemente.”

( R. F. Sully-Prudhomme, 1839-1907, poeta e saggista francese, premio Nobel per la Letteratura nel 1901).


...vi sedereste sulla mia porta ...

... entrereste certo pian piano ...

... così semplicemente ...
Tutte le immagini riproducono opere di Amedeo Modigliani.

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domenica 10 novembre 2013

La forza della verità. Favola.




GIACOMO DI CRISTALLO



In un paese lontano, lontano ...

Una volta, in una città lontana, venne al mondo un bambino trasparente. Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l’aria e l’acqua. 


... vi era un bambino trasparente come il vetro.

Era di carne e d’ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi,  ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente. Si vedeva il suo cuore battere, si vedevano i suoi  pensieri guizzare come pesci colorati nella loro vasca.


I suoi pensieri erano a tutti manifesti, come pesci colorati 
in una vasca.

Una volta, per isbaglio, il bambino disse una bugia, e subito la gente poté vedere come una palla di fuoco dietro la sua fronte: ridisse la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita non disse più bugie.



Una volta disse una bugia e comparve una palla di fuoco dietro la sua fronte ... visibile a tutti.

Un’altra volta un amico gli confidò un segreto, e subito tutti videro come una palla nera che rotolava senza pace nel suo petto, e il segreto non fu più tale.  

Un'altra volta gli fu rivelato un segreto e tutti videro una palla nera che disturbava la sua mente.

Il bambino crebbe, diventò un giovanotto, poi un uomo, e ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e indovinare le sue risposte, quando gli faceva una domanda, prima che aprisse bocca.  Egli si chiamava Giacomo, ma la gente lo chiamava “Giacomo di cristallo”, e gli voleva bene per la sua lealtà, e vicino a lui tutti diventavano gentili. 



Era amato da tutti per la  sua trasparenza.


Purtroppo, in quel paese, salì al governo un feroce dittatore, e cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciare traccia. Chi si ribellava era fucilato. I poveri erano perseguitati, umiliati e offesi in cento modi. La gente taceva e subiva, per timore delle conseguenze. 


Purtroppo, un brutto giorno, ci fu chi si impadronì di quel paese. E iniziò una lunga notte ...

Ma Giacomo non poteva tacere. Anche se non apriva bocca, i suoi pensieri  parlavano per lui: egli era trasparente e tutti leggevano dietro la sua fronte pensieri di sdegno e di condanna per le ingiustizie e le violenze del tiranno. Di nascosto, poi, la gente si ripeteva i pensieri di Giacomo e prendeva speranza.  


Tutti tacevano per paura, solo il bambino trasparente non poteva nascondere il groviglio dei suoi pensieri.

Il tiranno fece arrestare Giacomo di cristallo e ordinò di gettarlo nella più buia prigione. Ma allora successe una cosa straordinaria.  I muri della cella in cui Giacomo era stato rinchiuso diventarono trasparenti, e dopo di loro anche i muri del carcere, e infine anche le mura esterne. La gente passava accanto alla prigione, vedeva Giacomo seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo,  e continuava a leggere i suoi pensieri. 


Fu imprigionato nel buio di una cella, ma anche i muri divennero  trasparenti, rendendo visibile la luce dei suoi pensieri.

Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire. 

Era un'esplosione incontenibile.

Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.

GIANNI RODARI, da Favole al telefono.

Tutte le immagini riproducono opere di V.V. Kandinskij.

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