Post di Rosario Grillo
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| Ritratto di Ippocrate, studiolo di Federico da Montefeltro |
La medicina
ippocratica.
La cura del
corpo, affetto da qualche morbo, è ascrivibile solo all’idoneità/efficacia
della medicina prescritta? O vi rientrano anche componenti sociali? La domanda
non è oziosa nemmeno meramente tecnica. Sollecita
alla messa in luce delle implicazioni sociali delle malattie. Si può
dimostrare, cioè, che la malattia non è un affare privato, legato solo allo
stato di salute di un individuo, alla vulnerabilità del suo organismo e/o
all’usura degli organi vitali. La biologia è strettamente connessa
all’ambiente, intendendo questo sia come ambiente naturale sia come complesso
sociale. Già nel corpus hyppocraticum (1) il “Trattato sulle arie,
acque e luoghi” dava chiara descrizione dell’influenza che “città, azione del sole e dei venti ...”
esercitano sul mantenimento della salute e, in conseguenza, sul legame tra le
malattie e le stagioni, tra le stesse e le diverse regioni della terra. Del resto, la
dottrina sulla influenza del clima sul carattere e i costumi delle genti è
diventata oggi patrimonio comune. Dal corpus partirono inoltre i primi impulsi a
riconoscere l’importanza: della combinazione medico-paziente, del peso chiave
della risposta del paziente nel procedere della cura. Fedele conferma ne dà il
giuramento ippocratico, propedeutico
alla professione medica, dove si riassumono espressioni come: “giuro...di
attenermi ai principi di umanità e
solidarietà nonché a quelli civili di
rispetto dell'autonomia della persona; di mettere le mie conoscenze a
disposizione dei progresso della medicina, fondata sul rigore etico e
scientifico della ricerca, i cui fini sono la tutela della salute e della vita;
[…] di prestare soccorso nei casi d’urgenza e di mettermi a disposizione
dell’autorità competente in caso di
pubblica calamità...” (2)
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