Alessandro Leogrande.
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| Immagine di Alessandro Leogrande, dal sito di Feltrinelli |
Il padre così lo
tratteggia: “in difesa dei ferocemente sfruttati nei più diversi contesti:
nell'ambito del caporalato, degli immigrati, dei desaparecidos in Argentina, e
ovunque ci sia stato un sopruso”.
Rimando, in particolare, al suo La frontiera, Feltrinelli, Milano 2015: libro che
non dà adito all’ipocrisia e attraverso la voce dei migranti e le loro
inenarrabili vicende presenta la realtà impietosa e contraddittoria della
“frontiera”, la speranza-disperazione di chi tenta di cavalcare il mare e
scavalcare i muri per fuggire dall’inferno. Non provo neppure a riassumere le
storie, i vissuti individuali e collettivi descritti da Leogrande, riferiti
agli anni 1998-2015. Non c’è alternativa alla lettura diretta delle sue
pagine, se vogliamo “vedere” e non dissipare l’afflato e le testimonianze
interviste riflessioni che trasudano dal libro di questo scrittore-giornalista
morto a quarant'anni improvvisamente nel 2017, prima dunque delle ancor
più dolenti vicende di questo ultimo lustro, legate all’aggravarsi del contesto
globale. Mi limito a pochi interrogativi sullo sfondo emblematico dei 368 annegati
a Lampedusa il 3 ottobre 2013.












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