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venerdì 23 gennaio 2015

Lo strano destino dell'utopia

La fede vede ciò che è,
 la speranza vede ciò che sarà.
 La carità ama tutto ciò che è,
la speranza ama tutto ciò che sarà
 (Ch. Péguy)

Che cosa indichiamo 
quando parliamo di utopia?
Il destino delle parole “forti” è inesorabilmente legato al nostro amore per loro: noi le amiamo in base a ciò che davvero siamo ed esse ci pungolano a scegliere le nostre vite.

L'utopia è l'inesistente (a-topos)?
Così è per la parola “utopia”, coniata come si sa da T. Moro nel 1516. All’origine c’è la Repubblica di Platone: “uno stato che esiste solo a parole, perché non credo che esista in nessun luogo della terra. Non ha alcuna importanza che questo stato esista oggi o in futuro, in qualche luogo, perché l’uomo di cui parliamo svolgerà la sua attività politica solo  in questo e in nessun altro”. Utopia (a-topos, ou-topos, eu-topos): essere che non c’è, realtà che non è in alcun dove, terra promessa che non sarà mai posseduta, luogo impossibile chiamato a dar senso e ad animare il mondo.

L'utopia è una realtà che non è 
in nessun luogo fisico (ou-topos)?
L’utopia è per l’esistenza della società, dice Ricoeur, ciò che l'invenzione è per la conoscenza scientifica: progetto immaginario di un altro tipo di società, ricerca di un modo alternativo di pensare ed essere, capacità di trascendere il presente ed anticipare il futuro. Non è  fantasia erratica, fiume senz’acqua, eccentrica schizofrenia, ma promessa di una verità nuova ”anticipata e pregustata in fantasia”.

Oppure l'utopia è anticipazione 
di un mondo diverso e migliore (eu-topos)?
E’ denuncia ed annuncio: denuncia che ogni sistema può essere messo in discussione; annuncio che il futuro è campo per modi alternativi di vivere. L’utopia “porta nei suoi lineamenti segnati il tempo e il luogo reali della sua nascita; basta rovesciarla per avere il contorno della realtà di cui è negazione; è l’immagine rovesciata di una realtà di fatto. L’utopia che sola merita questo nome è un irreale, sì, ma un irreale che nasce dalla realtà per il fatto stesso di negarla e  ritorna alla realtà perché è forza che trasforma la realtà per renderla simile a sé”(A. Tilgher in Tempo nostro, a cura di Salvatorelli, Bardi, Roma, 1946, pp.8-13).

L'utopia è rovesciamento 
e negazione dell'esistente.
Molti filosofi, non ultimo Popper, si sono scagliati contro le tare profonde e le contraddizioni di molte utopie storiche, delle quali giustamente condannano il pensiero statico ed inevitabilmente totalitario, la rigidità del perfezionismo e la meticolosità dove nulla è lasciato al caso, l’intolleranza del dogmatismo e del totalitarismo, la preoccupazione patologica del controllo dei giovani e del monopolio dell’educazione.

L'utopia può generare violenza, 
se diventa rigida e dogmatica.
Ma l’utopia, la “nostra” utopia, non teme queste critiche: non solo conserva di Platone la cocciutaggine, non solo si libera da ogni forma di intolleranza, ma ritrova la speranza nel futuro ridisegnando perennemente il proprio volto, consapevole che ogni volta deve morire per risorgere in altra. E’ pensiero in cammino, pensiero nomade, sempre incompiuto ed in conclusivo, verso una terra promessa mai posseduta. Anche  per questo o forse soprattutto in questo è la grandezza di Platone, cui dobbiamo la gratitudine di essere stato il paradigma di questo modo di pensare alternativo.

L'utopia di cui parliamo positivamente 
è movimento, è pensiero in cammino.
In realtà oggi ciò che va di moda è la sua antitesi, l’anti-utopia,  che non si aspetta nulla, che vive giorno per giorno la vita segnata dall’assenza di ogni progetto, che si perde nel presente liquido e nella frenesia delle vite di corsa, dove non c’è spazio per la resistenza tragica o per le scelte di Francesco d’Assisi.

L'anti-utopia è la ragnatela 
di un quotidiano senza progetti.
Quanti oggi desiderano davvero un futuro in cui sperare di assumere su di sé il proprio destino e non semplicemente uscire al più presto dalla crisi, riempire il frigo, divertirsi a tutto spiano nel mondo reale e virtuale?

L'utopia è ampiezza di orizzonti.
Non c’è utopia  nel disincanto e  nelle vite spogliate, segnate dall’assenza non dico di un progetto grandioso, ma anche solo moderatamente ragionevole. Nell’attuale oscurità mi sembra non poca cosa mantenere la tensione corale di una proiezione utopistica, coltivare la speranza in una società comunitaria sottratta alla tirannia del danaro,  società di creazione e non di consumo.

L'utopia è proiezione creativa 
verso il futuro.
Ad ognuno di noi il compito e l’impegno di  continuare, senza tracotanza, a far pratica di utopia, sempre provvisoria, e  riscoprire possibilità che ancora ignoriamo.

L'utopia è la porta 
aperta sul nuovo 
(René Magritte, L'embellie).
P.S. Come credente so bene  che in ogni caso il discorso rimane monco e non posso nascondermi l’“impotenza dell’utopia”: nessuna speranza terrena può rappresentare il traguardo definitivo perché ogni risultato viene superato nel momento stesso in cui è raggiunto, perché il male che ogni giorno si espande  con insolenza oltre ogni immaginazione (luoghi di sterminio, torture, sofferenze indicibili delle continue guerre, atti di violenza che sembrano moltiplicarsi, sistemi diversi di sfruttamento,  fallimenti di ogni genere) è una sfida alla speranza, tanto più quando il male viene da noi stessi. Soprattutto so bene che l’utopia inevitabilmente si scontra con l’ultima sfida, lo scacco della morte ineludibile per ognuno di noi. Per Jaspers la morte, rivelando l’intimo nucleo dell’essere umano come aspirazione insopprimibile a vivere, è la situazione-limite per la speranza:  o ci chiude  inevitabilmente nei limiti della nostra esistenza mondana o ci apre fiduciosamente alla speranza di un futuro trascendente. E’ possibile una speranza che dia significato anche là dove sembra regnare il non senso e l’assurdo, che inglobi nella sua prospettiva le speranze terrene che mirano alla trasformazione del mondo, ma insieme  vada oltre la loro presunzione  perché in esse non trova la salvezza che attende? Per il cristiano sì: speranza che spera, che  prende in carico le nostre aspettative, le nostre utopie, i nostri insuccessi e li  oltrepassa,  li porta più lontano, al di qua  ma anche al di là della morte. E’ la speranza in Dio morto e Risorto, risposta alla Sua chiamata ed alla Sua promessa di salvezza. Ma questo è un discorso che meriterebbe ben altri approfondimenti.
  
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2 commenti:

  1. Credo che sia importante la tensione e poi il viaggio per raggiungere...l'utopia, che forse, risiede proprio nell'attesa e nell' andare verso l'oltre!

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  2. Gent.le sig. Fernando, mi pare bella questa tensione volta a coltivare l’utopia per una comunità giusta e solidale, che poggia sulla centralità della persona, sull'etica della responsabilità e della promessa, sulle diversità non subite ma accolte come ricchezza. In questa tensione “verso l’oltre” ognuno di noi può essere testimone sul territorio della speranza che sa affrontare il vero compito dell'uomo, che consiste nella responsabilità verso l'altro e nell'onorare il proprio servizio.

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