La "rimozione" dell'anziano e della morte all'interno della società capitalistico consumistica, con le attualissime osservazioni di Walter Benjamin.
🖊 Post di Rosario Grillo
🎨 Le immagini riproducono opere di Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione (Castelfranco Veneto 1478 - Venezia 1510).
![]() |
Giorgione, Vecchia, 1506, particolare (sul cartiglio è scritto “Col tempo”) |
Il
capitalismo, intrecciato a doppio nodo, con il consumismo, invoglia ad una
giovinezza senza fine: così raffigura la vita piena di lustro, di svaghi e di
meraviglie.
Dentro
“la vetrina” sono esposti: crociere, turismo nei paesi esotici, machismo e divismo,
fisico atletico, saune e wellness.
Ecco
perché le persone anziane, che non tengono il ritmo (e il corpo atletico), vengono
“rimosse”, nascoste dentro case di
riposo (o affidate ai badanti). Lì, o nei reparti geriatrici degli ospedali,
ormai avviene il decesso.
Il
corpo del morto passa direttamente dall’obitorio alla cassa funebre e risulta cessata,
in buona parte, l’abitudine alla veglia del corpo defunto.
(Leggevo,
qualche giorno fa, i consigli proposti per agevolare il primo incontro dei bambini
con la morte dei cari ed osservavo che il caso non si dà, visto che si mette grande attenzione per evitare l’incontro).
![]() |
Giorgione, Vecchia, 1506, (sul cartiglio è scritto: “Col tempo”) |
Eppure
qualcuno ha messo in cantiere, come opportunità didattica, la compresenza di
persone adulte, avanti negli anni, e bambini, già a partire dalla scuola
d’infanzia, a durare fino al ciclo elementare.
La
ragione didattica si trova nella “naturalezza” del passaggio del sapere
acquisito dai primi ai secondi, dagli anziani ai bambini.
Il
vantaggio sarebbe reciproco: per gli anziani, perché traggono beneficio dalla constatazione
che sarebbero ancora utili alla società, per i bambini, perché insieme con le
nozioni accedono al “tessuto dell’esperienza” incamerata nelle persone anziane.
(Mi
domando sempre, difatti: ci sarà stata una ragione per la predilezione che gli
antichi dimostravano per la “saggezza” dei “venerandi anziani”?)
![]() |
Giorgione, Le tre età, 1500, particolare |
Con
grande evidenza, oggi, s’impone una “cultura del fare”, sbrigativa, risoluta,
tecnica, formale. Tutte caratteristiche che convergono verso il predominio del
sapere tecnico, delle scienze economico-finanziarie e che allontanano da una
cultura umanistica.
Nelle
prime trionfa il dato informativo (e informatico): ecco perché si preparano
riforme scolastiche improntate alle “tre I”.
(Aggiungerei
che non stride con tale andazzo l’esplosione, di tanto in tanto, dei casi
clamorosi dei “suicidi assistiti” et similia, dell’istanza inascoltata del “testamento
biologico”. Sono, difatti, momentanei punti di rottura dell’equilibrio imposto:
e lo dimostra il disinteresse a legiferare sul testamento biologico, passata la
buriana).
Autorevoli
opinionisti - voci nel deserto - hanno cercato di “destare la coscienza”,
scrivendo sulla continuità tra la vita e la morte, ricordando l’autolesionismo
insito nella disconoscenza della condizione
degli anziani, visto che l’inclinazione fatale va verso l’invecchiamento della società. Essi fanno leva su argomenti filosofici
sollevati nel corso del tempo (Montaigne, Benjamin, Levi Strauss). Trascuro
l’abbondante numero degli antichi, nel mondo greco-romano ed orientale: come
sopra dicevo, era loro comune la gerontocrazia.
![]() |
Giorgione, Le tre età dell'uomo, 1500 |
Dei
primi tre, scelgo Benjamin, un po' perché attratto dalla sua infelice esistenza,
un po' perché affascinato dalla “soglia minima” che egli imprime alla
problematica.
Si
potrebbe pensare che esista un legame tra i concetti concepiti, in maniera
molto originale, da Benjamin e le sue vicissitudini biografiche.
Le
seconde ci rappresentano una vita grama, al limite della povertà (si sostenne a
lungo con dei fondi elargiti discontinuamente dall’ Istituto di sociologia,
dove contava l’amicizia di T. Adorno) e l’esposizione tragica alla persecuzione
nazista, in quanto ebreo. Fu quest’ultima, infine, a determinare la sua fine (suicidio),
quando la libertà sembrava a portata di mano.
I
concetti sono legati ad una “questione decisiva”: l’avvento della società di
massa e discendono da una metodica: spiegare la trasformazione attraverso “i
piccoli cambiamenti”.
![]() |
Giorgione, Tre filosofi, 1509, particolare |
Ed
ecco la pagina, in cui Benjamin illustra il cambiamento di immaginario della morte (Al contrario del solito, la pagina è
leggibilissima).
“Da
molti secoli si può constatare come, nella coscienza comune, l’idea della morte
perda progressivamente la sua onnipresenza ed icasticita’. Nelle sue ultime
fasi questo processo si svolge in forma accelerata. È nel corso del secolo
decimo nono la società borghese, con istituti igienici e sociali, pubblici e privati,
ha ottenuto un effetto secondario che è stato forse il suo scopo principale
inconscio: quello di permettere agli uomini di evitare la vista dei morenti. La
morte, che era già nella vita del singolo, un evento pubblico e sommamente
esemplare (si pensi ai quadri del Medioevo dove il letto di morte si trasforma
in un trono, intorno a cui il popolo affluisce attraverso i battenti spalancati
della casa del morto), la morte, nel corso dell’età moderna, viene progressivamente
espulsa dal mondo percettivo dei viventi. Una volta non c’era casa, non c’era
quasi stanza, dove, un tempo, non fosse morto qualcuno. (…) Mentre oggi, in
vani ancora intatti dalla morte, i borghesi ‘asciugano le pareti’ dell’eternità,
e, avviandosi al termine della vita, sono cacciati dagli eredi in sanatori ed
ospedali. Ma sta di fatto che non solo
il sapere o la saggezza dell’uomo, ma soprattutto la sua vita vissuta – che è
la materia da cui nascono le storie – assume forma tramandabile solo nel
morente” (Angelus novus p. 258).
![]() |
Giorgione, Tre filosofi, 1509 |
Mi complimento per la scelta del tema e delle immagini per come ha proposto l'argomento con l'attualissimo riferimento al testamento biologico.
RispondiEliminaSeguirla è sempre un grande piacere.
Caro Rosario, spero che questo tuo post sia letto e meditato da tanti. Vorrei solo aggiungere un pensiero di Romano Guardini (da Le età della vita, Vita e pensiero, 2011) che pone il misconoscimento della vecchiaia in rapporto con l’altrettanto misconosciuta “infanzia autentica”. I veri bambini - scrive, dopo aver chiarito il perché del misconoscimento della vecchiaia - “sono capaci di ascoltare fiabe, sono cioè in grado di pensare miticamente. Tuttavia, oggi, se mai si raccontano fiabe, lo si fa tendendo a razionalizzarle o a estetizzarle. I bambini sono capaci di giocare, di creare personaggi, scene di vita, cerimonie. Dappertutto, invece, vediamo solo giocattoli che riproducono le realtà della tecnica, e che in verità sono pensati per un adulto. Se invece si verifica l’opportunità che prenda risalto qualche aspetto della natura del bambino, se, per esempio, si coglie la ricchezza di significati contenuti nei disegni dei bambini, allora si elaborano teorie al riguardo, si organizzano mostre, si conferiscono premi, e tutto si guasta. Il misconoscimento della vecchiaia e dell’infanzia vanno di pari passo: il fatto che l’uomo diventa vecchio viene rimosso, e nasce l’immagine idealizzata dell’uomo e della donna che hanno sempre vent’anni, una raffigurazione tanto stolta quanto vile. Dall’altra parte, il bambino viene meno; al suo posto compare il piccolo adulto, una creatura nella quale si è inaridita la fonte delle energie interiori. Questi due fenomeni rappresentano un impoverimento della vita”.
RispondiEliminaTocchi lo stesso tasto problematico, Gian Maria! Si rafforza così la denuncia del malvezzo di privilegiare l' homo oeconomicus, funzionale al Consumismo. So che entrambi battiamo " sul ferro" e non ci stancheremo mai. Grazie!
EliminaMolto interessante.
RispondiEliminaGrazie.
Un sincero ringraziamento anche a Lei!
EliminaPer le immagini, i complimenti vanno a Rossana : sempre in tema, con grande competenza.
RispondiEliminaDa parte mia un immenso grazie per la Sua condivisione
Je sens plus que je comprends et je trouve cela très profond ........Merci pour ce partage...
RispondiElimina