Iscriviti ai Feed Aggiungimi su Facebook Seguimi su Twitter Aggiungimi su Google+ Seguici tramite mail

Per alcune aree tematiche cliccare sulle immagini.

tag foto 1 tag foto 2 tag foto 3 tag foto 4 tag foto 5 tag foto 6 tag foto 7 tag foto 8 tag foto 9 tag foto 10 tag foto 10

sabato 3 marzo 2018

L'arte di guardare lontano, Jean Giono.

Jean Giono, "Il bambino che sognava l'infinito": un racconto sapienziale che guida alla scoperta di uno sguardo nuovo e liberante.
Post di Rossana Rolando
Adattamento delle immagini (raffinate e visionarie) di Marco Somà, originariamente pensate per illustrare il testo di Fabrizio Silei, Il bambino di vetro (qui il sito).


Marco Somà 
(Illustrazione per 
Il bambino di vetro)




Come direbbe Italo Calvino, la scelta di un lato dell’opposizione – in questo post il lontano – non implica la negazione dell’altro: ci sono tante ragioni per guardare vicino e ce ne sono altrettante per guardare lontano. Nel primo caso è dato scorgere i dettagli, i più piccoli particolari, le sottili venature di ogni realtà… nel secondo caso si possono contemplare le cose “da lontano”, vedendole nella loro interezza, ponendole in relazione con il tutto, oltre i limiti del consueto orizzonte. In un certo senso - almeno in ambito esistenziale -  il guardare lontano può diventare la condizione per vedere meglio vicino. 
Di questo sguardo particolare narra Il bambino che sognava l’infinito, di Jean Giono¹ (autore de L'uomo che piantava gli alberi, qui il link) apparentemente una semplice fiaba per l’infanzia, più profondamente un racconto sapienziale che può far molto pensare.

Il racconto.
In poche brevi paginette Giono narra la storia di un bambino che - accompagnato dal padre - vuole vedere oltre le siepi e gli alberi del luogo in cui abita, senza mai riuscirvi perché, per quanto si sforzi di salire su alberi e sommità per vedere lontano, rimane sempre all’interno della foresta che lo circonda.
Quel che non gli riesce di giorno accade però una notte, in sogno. Una scala attorcigliata intorno ad un albero gli permette di salire tanto da poter vedere oltre le barriere di siepi che chiudono lo sguardo. Non solo: gli infiniti spazi lo calamitano e lo alzano in volo, permettendogli di osservare dall’alto l’immenso tappeto di quadrati, rettangoli, triangoli... corrispondenti a frutteti, prati, boschi… costellati di paesini, laghi, fiumi e montagne…    

La vista e il vedere.
Marco Somà, 
(Illustrazione per 
Il bambino di vetro)
Il verbo vedere domina il racconto e ne costituisce la tensione di fondo: il bambino ha uno scopo preciso, vuole riuscire a vedere lontano.
La vista, tra i cinque sensi, assume un ruolo privilegiato nel pensiero occidentale. Vedere vuol dire conoscere, ben oltre gli occhi sensibili, attraverso lo sguardo della mente (non a caso il termine “teoria” affonda le sue radici nel verbo greco ὁράω - vedo).
L’autentica visione non è però immediata, anzi è frutto di una faticosa conquista. Mille - infatti - sono gli ostacoli che ne deformano e ne riducono la possibilità. “Durante quelle lunghe passeggiate, speravano di sbucare finalmente in un luogo dove non ci fossero più siepi a impedire la vista… Sembrava che le siepi non fossero mai state così alte e folte. Anche il profumo del sambuco era amaro, e sentire la gioia degli uccelli faceva male”².

Guardare lontano.
L’evocazione del “lontano” può assumere molteplici significati, poggiando sulle metafore del tempo o dello spazio. Giono privilegia la dimensione spaziale e intende il lontano orizzontalmente come lo “sconfinato” e verticalmente come l’“alto”.
Nel primo caso esso indica spazi indefiniti, capaci di infondere pace o di incutere sgomento: “gli infiniti spazi e i sovrumani silenzi” di leopardiana memoria. Voleva “… vedere finalmente lo spazio sconfinato. E lo vide”, “…senza riuscire a saziarsi della vista dello spazio”³. E ancora: “La più grande sorpresa del bambino fu nel rendersi conto che la vista arrivava tanto lontano. Capiva adesso che cosa si intendeva quando si diceva: ‘a perdita d’occhio’: era molto lontano. Così lontano che forse non esisteva nemmeno”.
Nel secondo caso può suggerire una dimensione superiore, “un altrove” che innalza oltre la contingenza del vissuto e del quotidiano.

Effetto catartico.
Marco Somà, 
(Illustrazione per 
Il bambino di vetro)
Soprattutto quest’ultimo “lontano” inteso come “sopra” ha, nel racconto di Giono, una grande rilevanza. Tutta la simbologia utilizzata rimanda ad esso: gli uccelli che godono del privilegio di salire, il “prodigio” della scala che si attorciglia intorno all’albero, il volo sognato e vissuto dal bambino, la sospensione nell’aria…
L’altezza, infatti,  ha  il potere di liberare, “tirando fuori” dalla situazione contingente, ridimensionando e rimpicciolendo l’enormità dei vissuti quotidiani (“La cima dell’albero era laggiù, ai suoi piedi, e non più grande della punta di uno spillo” ).
Viste da sopra, inoltre, le linee di separazione appaiono fittizie e meno nette (“Niente più barriere d’alberi! Nemmeno una. Laggiù, lontano lontano, le siepi erano sottili tratti neri, le barriere di alberi linee verdi e sinuose, come se ne fanno quando si passa il pennello su un foglio di carta prima di dipingere”).
Lo sguardo dall’alto, quindi, ristabilisce le relazioni giuste tra le cose, toglie loro quella unicità deformante che assolutizza il singolare punto di vista (“E il mulino dov’era? Difficile dirlo: in quel preciso istante, là in basso, c’erano centinaia e centinaia di mulini”).

Conclusione.
Al termine del suo viaggio sopra la terra, il bambino si risveglia scoprendo che è stato solo un sogno, ma intanto ha imparato a guardare in un altro modo, da lontano e da sopra: «“Adesso so come superare tutte le siepi e andarmene molto più in alto di tutti gli alberi” disse tra sé il bambino. “Ormai so fare qualcosa di molto importante”»

Note. 
Marco Somà, 
(Illustrazione per 
Il bambino di vetro, particolare)
1. Jean Giono, Il bambino che sognava l'infinito, Salani, Milano 2016.
2. Ibidem, pp.  7 e 24.
3. Ibidem, pp. 38 e 42.
4. Ibidem, p. 40.
5. Ibidem, p. 46.
6. Ibidem, p.  47.
7. Ibidem, p. 50.
8. Ibidem, p. 55.

11 commenti:

  1. Le fiabe, si sa, trasfigurano il reale. Trasfigurazione: Gesù c’è ne ha indicato il senso!
    Un mucchio di rievocazioni, da Il buio oltre la siepe ad un saggio magnifico di Umberto Curi sullo sguardo!
    Voglio comunque invitare alla ricerca di una ripresa televisiva ( dovrebbe essere su tv della chiesa ) : il collegamento del Santo Padre con gli astronauti , tra cui Guidoni. Vi traspare il diverso sguardo sulla Terra e sull’Universo da lassù. Del resto già sono conosciute le immensità della ripresa area. Grazie Rossana!🎈🎈🎈

    RispondiElimina
  2. Caro Rosario, grazie a te e buon fine settimana. Ne "Il bambino che sognava l'infinito" c'è anche il brivido e il prezzo del "volare alto", un aspetto che mi pare oggi significativo e difficile da vivere e da proporre pedagogicamente. Ecco il passo:
    "...era sospeso in aria come un uccello. Lì per lì ebbe una gran paura e sentì una stretta allo stomaco. Chiunque al suo posto avrebbe lanciato un grido...Ma lui non gridò...Subito si rese conto che, se a uno piaceva lo spazio, era questo che succedeva inevitabilmente e che, di conseguenza, bisognava farci l'abitudine" (p. 46).

    RispondiElimina
  3. Rossana Rolando3 marzo 2018 12:25

    Aggiungo anche un'immagine del bravissimo illustratore Marco Somà, indicativa dello sforzo che comporta il tentativo di "volare alto" e guardare lontano:
    [img]http://2.bp.blogspot.com/-7uNc2-W39G8/Tjff1xevdyI/AAAAAAAAAZA/1v9NVhMWbH0/s640/02.jpg[/img]

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie e buon fine settimana anche a te!🌈

      Elimina
  4. Roberta Mameli3 marzo 2018 14:08

    Che delizia Jean e il suo sguardo.

    RispondiElimina
  5. Guardare lontano! Proprio oggi e soprattutto domani: metafora del significato del voto e del come votare… “oltre la siepe”, con la paura e “il brivido e il prezzo del volare alto”.

    RispondiElimina
  6. [...] Ma non vedeva nulla. Sopra di lui non c'era già più nulla se non il cielo: un cielo alto, non sereno ma pure infinitamente alto, con grigie nuvole che vi strisciavano sopra dolcemente. «Che silenzio, che quiete, che solennità! Non è più come quando correvo», pensò il principe Andrej, «non è più come quando correvamo, gridando e battendoci; [...]. Come non lo vedevo prima, questo cielo così alto? E come son felice d'averlo finalmente conosciuto. Sì! tutto è vuoto, tutto è inganno, fuori che questo cielo infinito. Non c'è niente, niente all'infuori di esso. Ma anch'esso non esiste, non c'è nulla al di fuori del silenzio e della tranquillità. E Dio ne sia lodato!»".
    Mi è venuto in mente questo.
    Saluti. :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Gianni per questo brano bellissimo (l'alto vi compare quattro volte...). La letteratura russa - e qui Tolstoj - è sempre profondissima. Un abbraccio.

      Elimina
  7. Avevo già apprezzato di Jean Giono "L'uomo che piantava gli alberi". Grazie di aver condiviso quest'altro suo racconto delicato e profondo, corredato dalle suggestive illustrazioni di Marco Somà. Buona settimana.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie a te Maria per l'attenzione che ci riservi. Buona settimana.

      Elimina