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Gabriel Pacheco, Galleggiare per non affogare |
Lascio gli aspetti geopolitici a chi ha le competenze professionali per svolgerli. Mi limito a qualche interrogativo: qual è la politica di inclusione-integrazione nella mia regione, in Italia ed in Europa? Quali i rapporti tra Comuni Sprar Cas questure e prefetture Caritas ed altre istituzioni pubbliche, religiose, laiche, private ubicate in tutte le province?
Ma il primo interrogativo, decisivo, è: Che significa accoglienza? Parola usata ed abusata con cui troppi si riempiono la bocca.
È assistenzialismo sentimentale, frutto di spinta emotiva più o meno duratura o fatto culturale? Atto di debolezza o di forza? Optional paternalistico o dovere che liberamente si sceglie e si adempie? Gesto isolato o dimensione stabile? Generico appello buonista o forte richiamo al primato etico della responsabilità? È imperativo della singola persona oppure sociale-istituzionale o unità di entrambi?
Un significato univoco. Se a definire il grado di civiltà di una società è la sua valenza inclusiva, la capacità di dare tutela a persone e gruppi più deboli, la parola accoglienza deve assumere un significato univoco. Scriveva De Rita che accoglienza “non è solo prestarsi per qualcuno in difficoltà senza lasciarsi sopraffare nel lavoro dalla dimensione burocratica e amministrativa; innanzitutto è una mentalità, un atteggiamento di fondo, una disposizione anteriore all’agire, ospitalità dell’altro nel proprio orizzonte personale e professionale, solidarietà. Non si improvvisa; si costruisce poco alla volta nelle circostanze in cui ci si trova; è cultura, essenzialmente educazione”.
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Gabriel Pacheco, illustrazione per Tres Niñas di AntonioVentura |
Conosci te stesso? L’accoglienza è per prima cosa conoscere se stessi, i propri limiti e le proprie capacità: non si può donare agli altri ciò che non si è. Per E. Fromm “essere capaci di aver cura di sé è il requisito per poter essere capaci di aver cura degli altri”. C’è differenza tra il dare qualcosa come elemosina e spalancarsi agli altri. Accogliere è dunque buttarsi allo scoperto, vivere ed affermare valori alternativi, opponendo la solidarietà intesa come agape all’indifferenza, l'ospitalità reciproca all’intolleranza, l’inclusione al rifiuto del diverso, la speranza alla sfiducia dilagante. E’ fare entrare e diffondere nella nostra "società liquida" questa mentalità, semplicemente testimoniandola.
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Gabriel Pacheco, illustrazione per Tres Niñas di Antonio Ventura |
E tanto per entrare decisamente nell’argomento, mi va di ricordare quanto siamo in forte ritardo rispetto alle imperanti esigenze dettate dalle nostre società inevitabilmente multiculturali: più di 70 anni fa il teologo e cardinale francese Daniélou (1905-74) così scriveva: “Si può dire che la civiltà abbia compiuto un passo decisivo, e forse il passo decisivo per eccellenza, il giorno in cui lo straniero da nemico (hostis) è divenuto ospite (hospes)” (Jean Guenolé Marie Daniélou, Pour une théologie de l’hospitalité)…. Si sa che “ospite”anche in italiano è sia colui/lei che ospita sia colui/lei che è ospitato.
Il dovere di ospitalità è l’abc dell’umanità e della civiltà occidentale. Nel mondo greco e romano l’ospitalità era sacra ed il forestiero era portatore di una presenza divina. Due esempi per tutti: La guerra di Troia, icona mitica di tutte le guerre, nasce dalla violazione dell’ospitalità da parte di Paride; l’Odissea è anche preziosa testimonianza del valore dell’ospitalità (Nausicaa...) e della gravità della sua profanazione (Polifemo, Antinoo). Polifemo anzi è l’emblema perfetto dell’inciviltà disumana che divora i suoi ospiti invece di accoglierli.
Ospitalità, prima parola civile proprio in un mondo molto più arretrato e violento del nostro, dove barbari sono quelli che non riconoscono il dovere dell’ospitalità.
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Gabriel Pacheco, illustrazione per Tres Niñas di Antonio Ventura |
E la fede cristiana! Il comandamento dell’agape, le Beatitudini, l’’ultimo giudizio…: “Ero straniero e mi avete accolto o non mi avete accolto…”( Mt 25,3)!
La scelta di accogliere rimane l’unica via possibile, così come ci rassicura il filosofo di Macerata R. Mancini (2), di cui tento di presentare ora le riflessioni più salienti, oserei dire inderogabili. L’accoglienza, in particolare dei migranti, è per ognuno di noi il banco di prova della nostra presenza alle sorti cruciali del mondo: attestazione del nostro no alla “globalizzazione dell’indifferenza”. La scelta non è solo attiva ospitalità di chi bussa alla nostra porta, essa “matura in chi arriva a riconoscere di essere stato accolto” a sua volta, perché “trovare accoglienza infatti è un bisogno e un desiderio fondamentale per chiunque”. Oggi la società - dominata da coloro che avendo potere denaro privilegi non hanno bisogno di accoglienza - non accoglie. Non accoglie la natura e l’ambiente, non accoglie i giovani i poveri gli stranieri le donne i “diversi”, non accoglie gran parte della società, non accoglie Dio stesso.
Occorre invece fidarsi di questa parola, consapevoli che è “una categoria non solo etica e politica, ma anche antropologica, esistenziale, cosmica, religiosa” (p.11).
Solo la ragione integra - cuore coscienza corpo e anima - “sente” l’esperienza dell’espulsione, dell’esilio, della povertà, i bisogni senza risposta, il baratro del patire e dell’abbandono. Allora io ascolto senza scappare, rispondo, le ferite dell’altro mi riguardano proprio perché sono stato creatura prima accolta in grembo da mia madre e nata con il bisogno di affetto e cura. La forma originaria di accoglienza ricevuta diventa accoglienza da dare: accoglienza e ospitalità sono la struttura generativa di ogni cultura, il filo che lega la catena delle generazioni e la convivenza.
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Gabriel Pacheco, illustrazione per Tres Niñas di Antonio Ventura |
Le grandi trasformazioni nelle forme della convivenza e stili di vita - continua Mancini - non sono opera di decreti legislativi ma scaturiscono dal convergere delle nostre piccole trasformazioni quotidiane, finché viene alla luce il profilo di un’altra società (p.34). Chi sceglie di accogliere è come un seme piccolo, apparentemente trascurabile, eppure capace di futuro.
A questo punto possiamo guardare fino in fondo “la parabola” delle migrazioni: donne uomini giovani bambine/i in condizioni di estremo pericolo, alla ricerca di un posto dove poter esser accolti (cioè poter vivere) ,di un lavoro, una casa, una dignità sociale. Propriamente le attuali migrazioni forzate non sono dettate dall’esercizio della libertà di spostarsi, ma deportazioni dovute all’intreccio di perduranti effetti del colonialismo, del neoliberismo globale e capitalismo estrattivo divenuto espulsivo (p. 42) con la complicità di molti governi locali:vere e proprie “formazioni predatorie”.
Il crollo delle condizioni minime della convivenza civile causa inevitabilmente la migrazione e assurda diventa la pretesa di distinguere tra chi è destinato a morire per la guerra e le torture e chi di fame e respingere questi ultimi. Tutti i migranti sono espressione di chi cerca di sfuggire al peggio, ma anche la rivelazione di un dispositivo globale di sfruttamento, forma nuova di colonialismo.
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Gabriel Pacheco, illustrazione per Tres Niñas di Antonio Ventura |
Finora l’Europa è andata nella direzione opposta: chiusura delle frontiere, marchiatura delle persone che arrivano, distinzione tra rifugiati politici ed economici, tattiche ipocrite di scaricare dietro lauto compenso alla Turchia o alla Libia il compito di fermarli …“Le migrazioni attuali sono come una “parabola”: un racconto che sembra parlare di altri e poi si scopre che sta parlando di noi”.
Per Mancini la vicenda dei migranti rivela tre verità che ci riguardano.
1. Quanto hai seminato ti torna indietro. Dopo i secoli di sfruttamento coloniale in Africa Sudamerica e vaste aree dell’Asia, la sofferenza causata dagli europei ricade in qualche modo su di loro. E’ il grande debito storico dell’Europa.
2. Il sistema di potere globale costruito dal neoliberismo e dai poteri finanziari non sa governare il mondo attuale: guerre migrazioni terrorismi fondamentalismi armati, nazionalismi disastri ambientali esaurimento delle risorse, diseguaglianze abissali, sviluppo mondiale delle mafie… Chi vuole cercare i frutti buoni dell’attuale stagione storica deve cercarli in un’altra forma di globalizzazione: “nelle dinamiche dialogiche e democratiche di interdipendenza tra i popoli, pratiche di accoglienza dei migranti, percorsi di integrazione, intese interreligiose, diffusione dell’arte e pensiero delle diverse culture, accordi per la pace, cooperazione equa e solidale, movimenti transnazionali per la difesa dei diritti umani e della natura, giornalismo d'inchiesta su scala internazionale, lotta coordinata contro la grande criminalità”…
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Gabriel Pacheco, Un giorno io sarò erba |
E’ urgente l’elaborazione di un progetto europeo di accoglienza condivisa, di integrazione e di autentica cooperazione internazionale finalizzata ad abbattere le cause che costringono milioni di persone a questa deportazione di massa.
Gli europei disponibili ad imparare dalla parabola delle migrazioni non possono pensare di fare da soli: oltre ad esercitare la loro cittadinanza democratica nazionale, devono collaborare con persone e organismi di altri paesi e continenti. Si impone la svolta verso “la condizione antropologica, cognitiva ed etica fondamentale” data dalla “maturazione di comunità libere dalla logica dell’esclusione”, dove identità nazionale e relazione con gli altri giungono hanno lo stesso valore, i cittadini di uno stato si sentono insieme cittadini del mondo, le diverse identità etniche non solo si rispettano ma diventano corresponsabili della storia intera dell’umanità, l’Europa è disposta ad imparare e non presume di insegnare al resto del mondo, la “politica” infine assolve al suo compito di rendere abitabile il mondo divenendo davvero attività di cura e di servizio nell’invenzione di una nuova prossimità.
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Note.
Caro Gian Maria trovo nel tuo post come " un ultimo appello". Ripetute invocazioni al recupero della humanitas, argomentazioni a fil di logica sulla "convenienza" della integrazione, lavoro sotterraneo ed instancabile del volontariato che si è speso nei centri di accoglienza negli Sprar e nei mille luoghi pensati per dare aiuto ( un pensiero particolare ai volontari che lavorano a Trieste per rifocillare e rimettere sù coloro che arrivano dall'arera balcanica); eppure non si scalfisce di un grammo la vulgata costruita dai Salvini e dalle Meloni dalla futile e "conformata" informazione di massa sul Pericolo della invasione sulla Minaccia della " limpieza de sangre" sul Rischio del nostro posto di lavoro.
RispondiEliminaQualche anno fa avevo ripreso Edumnd Jabes , compianto, che con la "mistica della parola" tratteggia il " dono della ospitalità".
Io consiglio di prendere le mosse da lì. La via del cosmopolitismo è ormai impraticabile e ci consegna la presunzione della nostra superiorità.
Dobbiamo saper tornare indietro - e quanto bene riceviamo quando da adulti sappiamo rientrare nel "sacco amniotico" - dobbiamo camminare sulle tracce degli albori - puri, intrisi di naturale fraternità - delle civiltà mesopotamiche, che nella ospitalità celebravano la sorgente della societas. Papa Francesco , con l'ultimo viaggio, ce lo ha fatto capire.
Sappiamo comprenderlo?
Grazie Gian Maria!
Caro Rosario,grazie a te. La tua analisi non fa una grinza e come sempre apre alla speranza. Mentre preparavo la mia comunicazione al gruppo di ragazzi/e del servizio civile ad Albenga, poi sfociata nel presente post, mi è capitato –guarda caso – di rileggere qualcosa del Libro dell’ospitalità di Jabès (Cortina ,Mi, ed 2017), questo pensatore poeta ebreo franco-egiziano, ben consapevole – anche sulla propria pelle – che il binomio estraneità-ospitalità e migrazioni-accoglienza non solo ha segnato l’inizio della storia della civiltà, non solo ha caratterizzato l’intera storia umana, ma soprattutto definisce oggi e definirà domani la qualità della nostra vita e il cammino della civiltà. Per quel che ho capito, era fortemente convinto che lo “straniero” nella sua estrema fragilità può contare unicamente sull’ospitalità dell’ “altro” ed è per questo alla mercé dell’hospes che può rivelarsi invece hostis. La “vulgata” mortifera di chi ne fa un capro espiatorio – come tu denunci senza mezzi termini – è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio.
EliminaChi è accolto è più disponibile ad accogliere.
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