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martedì 10 luglio 2018

La scrittura di Paolo Cognetti. Le otto montagne.

La scrittura di Paolo Cognetti tra esattezza e simbolo.
Post di Rossana Rolando
Le immagini pensate per questo post - che non possiamo inserire a causa della negata autorizzazione - sono gli acquerelli sulla montagna di Nicola Magrin cui rimandiamo (qui il sito).


Sopracoperta con illustrazione di
Nicola Magrin
Le otto montagne di Paolo Cognetti. Una scrittura asciutta, scavata, essenziale, con lo stigma dell’autenticità. Le parole che Cognetti utilizza nella sua introduzione a Il bosco degli urogalli, di Mario Rigoni Stern, appena riedito da Einaudi, sembrano indicare un’ispirazione precisa del suo stile: “quella lingua limpida e spoglia”¹ che l’autore del più noto Il sergente nella neve trovava “giusta” e che lo stesso Primo Levi ammirava: “Sono convinto che così si deve scrivere, è il modo più serio e onesto e, se si guarda bene, in un certo modo anche il più facile, quello che «rende di più», che convoglia più cose con meno parole, quindi anche il più poetico”².
Molte sono le recensioni del libro Le otto montagne, che ha vinto il Premio Strega 2017, e ad esse quindi rimando. Per parte mia vorrei soffermarmi soltanto sul legame tra scrittura, linguaggio e realtà.
Le parole e le cose. C’è un punto, all’interno del romanzo, che sembra proprio indicare una precisa filosofia del linguaggio. Non a caso, a teorizzarla è Bruno, il ragazzo che ha scelto e sceglierà di appartenere totalmente alla montagna e che di essa dice: 
“siete voi di città che la chiamate natura. E’ così astratta nella vostra testa che è astratto anche il nome.  Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con un dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente”³.
In questa concezione il senso dei nomi è affidato al loro legame con le cose, quelle che si possono indicare e usare: “bosco, pascolo, torrente, roccia”. Gli altri termini – con cui si designano concetti astratti, come “natura”– nascono da un difetto di conoscenza, da una confusa genericità che toglie rigore e forza espressiva al discorso.  
Negli spazi tra le cose non ci sono le parole, ma i silenzi. La solitudine dei silenzi. E, infatti, nelle pagine di Cognetti, la sospensione del ‘non detto’ è parte integrante della comunicazione stabilita tra i personaggi, con una funzione ambivalente: quella negativa che teme la mamma di Pietro, amico di Bruno e voce narrante, la quale “credeva davvero che il silenzio tra due persone fosse l’origine di tutti i mali”, ma anche quella positiva che i due amici – Bruno e Pietro – sperimentano, ritrovando la loro sintonia anche dopo lunghe separazioni: “Non c’era bisogno di dirsi niente”.
Le parole cifre. Sarebbe però un errore identificare questa tensione verso l’esattezza della parola con un orizzonte “positivistico” che si limita a denotare le cose visibili, concrete, utili, precludendo ogni possibilità di dire l’invisibile, l’ignoto, l’immateriale… e tutto ciò che si sottrae alla sfera dell’utile. Come si può parlare dell’amicizia, dell’amore, della memoria e di molto altro, se le parole hanno un senso soltanto nel loro legame con le cose? Ecco l’altro aspetto della scrittura di Cognetti che convince e conquista: le cose – nominate dalle parole – non sono semplicemente cose; esse sono cifre, rimandi, simboli e per questo si caricano di significati ulteriori. La limpidezza non è piatta descrizione dell’esistente, ma è piena consapevolezza della profondità e dello spessore del reale.
Perciò boschi, alberi, sentieri, neve, ghiacciai non sono soltanto elementi della natura ma diventano segni interpretativi della vita.
“Il modo di andare in montagna” è l’educazione che Pietro riceve dal padre; il ghiacciaio è “la memoria degli inverni passati che la montagna custodisce per noi”; il sentiero ripreso ogni anno è la via per addentrarsi nei ricordi; il rapporto con la montagna è il simbolo di un duplice destino: “Tu sei quello che va e viene, io sono quello che resta”; la “quota” di ciascuno è quella in  cui  ci si sente “a casa”¹: “ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene¹¹; la vita della montagna è l’esperienza di un mondo che vive prima dell’uomo: “Io non la disturbavo, ero un ospite ben accetto; allora sapevo che in sua compagnia non mi sarei sentito solo”¹²; la montagna è l’ancora sicura dell’amicizia, non sfiorata da ciò che succede a valle¹³; tornare lassù è come tornare a se stessi¹⁴; il piccolo pino cembro, “gracile e storto”, è l’espressione dell’attaccamento alla vita¹⁵; la storia di ciascuno è custodita da un luogo¹⁶
La montagna quindi non è solo sfondo delle vicende, ma è scuola della parola vera, essenziale e densa, da cui deriva un modo di concepire il mondo e di riflettere sull’esistenza: dura spigolosa feroce, eppure anche poetica tenera bella.
Due passi, in particolare, risultano emblematici di questo linguaggio che abbina precisione dei nomi ed evocazione simbolica. Il primo si colloca nella parte iniziale del romanzo (Montagna d’infanzia), centrata sul rapporto tra Pietro e il padre, quando quest’ultimo domanda al figlio:
“Guarda quel torrente, lo vedi? – disse. – Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?
Ci pensai. Questa sembrava facile. Diedi la risposta più ovvia: - Il futuro è dove va l’acqua, giù per di là”.
Più avanti, rimuginando sulla sua risposta Pietro capirà di aver sbagliato:
Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Ecco come avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”¹⁷.
Il secondo passo è invece collocato nella terza parte del romanzo (Inverno di un amico). Nel suo peregrinare fino alle cime dell’Himalaya, Pietro ricorda l'incontro con un vecchio nepalese che gli parla delle otto montagne, un racconto che Pietro applicherà successivamente a se stesso (“quello che va e viene”) e a Bruno (“quello che resta”) per indicare due modi possibili di stare al mondo:
“Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi… E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?”¹⁸.

Note.
1. Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, con introduzione di Paolo Cognetti, Einaudi, Torino, 2018, p. VIII.
2. Ibidem, p. XII.
3. Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, Torino 2016, p. 140.
4. Ibidem, p. 52.
5. Ibidem, p. 172.
6. Ibidem, p. 31.
7. Ibidem, p. 42.
8. Ibidem, p. 126.
9. Ibidem, p. 132.
10. Ibidem, p. 146.
11. Ibidem, p. 34.
12. Ibidem, p. 154.
13. Ibidem, p. 160.
14. Ibidem, p. 167.
15. Ibidem, p. 173.
16. Ibidem, p. 187.
17. Ibidem, p. 17 e p. 25.
18. Ibidem, p. 138.

19 commenti:

  1. Edoarda Lavagna10 luglio 2018 08:18

    Questo pensiero porterò nella mente:”il passato è a valle, il futuro a monte”. A questa domanda, senza riflettere, avrei sbagliato la risposta. Grazie

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    1. Grazie Edoarda per il pensiero! Buona vacanza (ho visto le tue splendide fotografie). Un abbraccio, Rossana.

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  2. Maria Antonietta la Barbera10 luglio 2018 08:21

    - non ho letto il libro - che leggerò volentieri dopo questa recensione...
    Condivido pienamente la riflessione sul "mot juste", sulla parola scarna che descrive in modo rigoroso, ma insieme evoca, giacché in ogni cosa, oltre e dentro il reale, c'è un oltre...

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    1. Grazie per questo commento che va al cuore della cosa, cogliendo il nocciolo di quanto il post voleva esprimere. Un caro saluto.

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  3. Nella Crosiglia10 luglio 2018 08:30

    Interessante.

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  4. "La montagna quindi non è solo sfondo delle vicende, ma è scuola della parola vera, essenziale e densa, da cui deriva un modo di concepire il mondo e di riflettere sull’esistenza: dura spigolosa feroce, eppure anche poetica tenera bella." Grazie, Rossana. Preziosa, come sempre. Non so se avrò il tempo e la possibilità di leggere tutti i libri che vorrei - questo tra gli altri - intanto ti ringrazio per questo nutriente antipasto. Buona giornata.

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    1. Cara Maria, penso potrebbe davvero piacerti. Anche tu hai il gusto della lingua "giusta", semplice e ricercata insieme. Un abbraccio.

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  5. ho amato tantissimo questo libro! Meritato davvero il premio strega da Cognetti, al suo primo romanzo, giacché prima de "le otto montagne" aveva scritto soltanto racconti (compreso "sofia si veste sempre di nero" che ha le sembianze di un romanzo, in realtà poi si rivela una raccolta di racconti ... collegati). Vado subito a leggere il tuo articolo. Un saluto caro

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    1. Grazie Maurizio. Sì, anche per me è un autore che merita. Leggendolo si entra in un "discorso" autentico. Un caro saluto anche da parte di mio marito.

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  6. Paola Graffigna10 luglio 2018 17:26

    Grazie! Lessi il libro l'estate scorsa - durante la vacanza in montagna - e mi piacque davvero molto per la profondità e la verità della scrittura.

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    1. Bello, abbiamo la stessa sensibilità per un certo modo di scrivere. Buona vacanza, un caro saluto.

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  7. Caterina Mazzitelli10 luglio 2018 17:42

    Istintivamente....non so la ragione ...volterei il capo dalla parte da cui proviene l'acqua....forse un motovo c'è...il futuro arriva come un torrente....vi è gia tutto nell'acqua che scorre e che ha già attraversato occorre individuare le particelle se facciamo in tempo...

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    1. Infatti - scrive Cognetti - "qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa".

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  8. In ritardo , con piena soddisfazione leggo il magnifico post di Rossana..
    La scrittura, il linguaggio, la parola :un continuo ritorno sul bisogno (espressione) dell’umano il comunicare.
    Passa il senso dell’esistenza, passa il dialogo con il divino, esplicito o implicito, riconosciuto o meno.

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  9. Ciao Rosario! Grazie del tuo commento. Credo che la scelta di una certa scrittura - cui sottostà un modo preciso di intendere il linguaggio - veicoli già uno stile, una forma mentis, un orizzonte.
    Un abbraccio.
    Buona vacanza!

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  10. Daniele Paccini16 luglio 2018 20:10

    Bella recensione, che condivido. Forse, però, per chi pratica la montagna da tanto tempo questo libro non è proprio una novità assoluta. Nel senso che è la montagna stessa ed il suo viverla fino in fondo a farti trovare sulla strada quelle domande e quelle riflessioni, e andar per monti per anni ti fa trovare più e più volte questi passaggi. Tanti anni fa ebbi a che fare con il Monte Analogo e da allora credo che “Quando vai alla ventura, lascia qualche traccia del tuo passaggio, che ti guiderà al ritorno: una pietra messa sull’altra, dell’erba piegata da un colpo di bastone. Ma se arrivi a un punto insuperabile e pericoloso, pensa che la traccia che hai lasciato potrebbe confondere quelli che ti seguissero. Torna dunque sui tuoi passi e cancella la traccia del tuo passaggio. Questo si rivolge a chiunque voglia lasciare in questo mondo tracce del proprio passaggio. E anche senza volerlo, si lasciano sempre delle tracce. Rispondi delle tue tracce davanti ai tuoi simili.” Ecco, più che dover necessariamente imparare qualcosa credo che, forse, sia il momento di rispondere delle nostre tracce. Cosa a cui la montagna, in un qualche modo, obbliga.

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    1. Grazie Daniele per il tuo bellissimo commento, tanto più prezioso dal momento che tu sei un frequentatore assiduo della montagna e ben conosci i suoi sentieri e i suoi segreti. Il Monte Analogo è sicuramente esemplare e la citazione che tu riporti è davvero stupenda e significativa. Quanto al libro di Cognetti penso tu abbia ragione nel dire che non vi è un messaggio inedito, mai scritto prima, sulla dimensione della montagna. Però io ho trovato – come ho detto nel post – un modo di scrivere che ha l’essenzialità della montagna (e questo mi è sembrato particolare) e forse anche – aggiungo ora – un inserimento della storia nel contesto della contemporaneità (il disgregarsi dei legami, il disorientamento interiore, le vite di corsa…). La montagna appare come il ritorno alla solidità dei rapporti, all’autenticità del vivere e come una riserva di spiritualità. Questo mi ha convinto. Ciao, un caro abbraccio.

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  11. Daniele Paccini17 luglio 2018 09:46

    Su questo non c'è dubbio! Un abbraccio a voi!

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