La lezione di Hannah Arendt nei tempi di crisi etica e politica.
Post di Rossana Rolando.![]() |
Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale |
🌟 Pensare da sé. Anzitutto però è necessario chiarire cha cosa si intenda con il termine pensare. Non si tratta semplicemente dell’essere consapevoli di avere idee o di volere determinate cose o di compiere certe azioni. Ci sono alcune pagine stupende in cui Hannah Arendt descrive il pensiero come l’esercizio del dialogo di sé con sé, sorta di sdoppiamento della mente che discorre con se stessa, che analizza e giudica quanto accade, ponendo domande e ricevendo risposte. A questo parlare con se stessi si riconduce il significato autentico della “coscienza”, concepita in termini principalmente etici, come la capacità di formulare giudizi morali e di chiedersi “cosa si deve fare”.
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Hannah Arendt, La banalità del male |
🌟 La fonte dell’agire morale. Intanto però
si potrebbe obiettare: chi stabilisce quali comportamenti sono riprovevoli? Chi
può dire cosa è giusto e cosa non lo è? Abbiamo imparato che i punti di vista
sono molteplici, non solo tra le diverse culture, ma anche all’interno della
stessa cultura. Chi può dire che cosa è bene? Quello che è bene per gli uni può
non essere tale per gli altri e viceversa.
La tesi della Arendt, a questo proposito, è chiara: sono io - soggetto pensante - che decido cosa devo fare. Il criterio del mio agire non è il prodotto degli usi e dei costumi, non è il risultato di un comando umano o divino, non è neppure la conformità alla comunità o al gruppo di cui faccio parte.
Ciascuno, se lo vuole, è in grado di decidere
autonomamente come agire. Soprattutto c’è un male estremo e senza limiti che non
può essere fatto dall’uomo davvero pensante, perché, qualora egli lo facesse,
non potrebbe più vivere con se stesso. Il senso del limite può essere molto
diverso da persona a persona, da cultura a cultura, da Paese a Paese, ma non
può essere assente. Se viene a mancare, è perché si pattina sulla superficie
degli eventi, sballottati qua e là, senza raggiungere quella profondità di cui pure si sarebbe capaci
se si accettasse di essere davvero persone che pongono le proprie radici nel
pensiero.
La tesi della Arendt, a questo proposito, è chiara: sono io - soggetto pensante - che decido cosa devo fare. Il criterio del mio agire non è il prodotto degli usi e dei costumi, non è il risultato di un comando umano o divino, non è neppure la conformità alla comunità o al gruppo di cui faccio parte.
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Hannah Arendt, Socrate |
🌟 Continuità. E’ interessante notare come
questa concezione si ponga nel solco della tradizione socratico platonica
agostiniana. E’ Socrate che ha insistito sul pensiero autonomo e sulla voce
della coscienza come richiamo al limite dell’azione (il demone interiore non
gli diceva cosa fare ma lo avvertiva su ciò che non doveva fare). E’ sempre
Socrate ad aver ispirato l’idea di uno sdoppiamento dell’io, in cui il soggetto giudica se stesso e pone un argine al suo agire. “E’ meglio subire il
male che farlo” significa proprio questo: ci sono cose che non posso fare, pena
l’impossibilità di continuare a vivere con me stesso.
Quanto ad Agostino, il legame della
Arendt con il filosofo e teologo di Tagaste è speciale e risale alla sua tesi di laurea,
dedicata proprio al concetto agostiniano di ordo
amoris. La stessa concezione di
solitudine, sopra ricordata, richiama il dialogo giovanile dei Soliloqui in cui s’immagina il confronto
serrato tra Agostino e la Ragione (seppure con una curvatura gnoseologica,
volta alla ricerca della verità teologica, piuttosto che morale, come in Hannah
Arendt).
🌟 L’urgenza del messaggio. Nelle epoche di crisi – come è la nostra – in cui il disorientamento etico è cresciuto, questo appello al pensare da sé – e non a precostituite tavole di valori – è senz’altro più utile della duplice e sterile contrapposizione tra la condanna del tempo presente da una parte e la passiva accettazione di tutto quanto accade dall’altra. L’uomo pensante, inteso come fonte perenne dell’agire responsabile, come “ultimo bastione della condotta morale, rappresenta a livello politico una sorta di misura d’emergenza”.
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Hannah Arendt, Il concetto d'amore in Agostino |
🌟 L’urgenza del messaggio. Nelle epoche di crisi – come è la nostra – in cui il disorientamento etico è cresciuto, questo appello al pensare da sé – e non a precostituite tavole di valori – è senz’altro più utile della duplice e sterile contrapposizione tra la condanna del tempo presente da una parte e la passiva accettazione di tutto quanto accade dall’altra. L’uomo pensante, inteso come fonte perenne dell’agire responsabile, come “ultimo bastione della condotta morale, rappresenta a livello politico una sorta di misura d’emergenza”.
✴️ Le pagine a cui si fa riferimento in questo post sono tratte da Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, Einaudi, Torino 2006 (pp. 58-86) e trascrivono le lezioni tenute presso le Università di New York e di Chicago tra il 1965 e il 1966.
✴️ Qui sotto: scena tratta dal film "Hannah Arendt" di Margarethe von Trotta.
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Ho un grande benefico nutrimento a leggerti, Rossana cara. La banalità del male con la sua ultima conseguenza della disumanizzazione, ci sguazza attorno, ci siamo immersi, ci assedia, ci conquista in modi sudboli e dichiarati di ideologia paccottigliosa. Il richiamo alla coscienza morale urge come non mai.
RispondiEliminaIl tuo post è il beneficio e il piacere dell'acqua di sorgente per chi è assetato. Grazie.
E’ un onore per me il tuo leggere. E quello che dici coglie – come sempre, in profondità - e aggiunge e completa. Soprattutto consola il fatto di sentire in modo affine e di avvertire – insieme alla banalità del male che dappertutto assedia - l’esigenza di riandare alla fonte del pensare per dare nuova consistenza alla convivenza. Un caro abbraccio, Rossana.
EliminaRossana conduce con competenza e con maestria docente il tema del riscatto morale.
RispondiEliminaA mo’ d’esempio posso ricordare che Fichte, nell’ora della caduta, stimolò la Germania con l’idealismo etico. E se Fichte sembrò abusare dell’Io, è sempre quello il modo e il luogo : LA COSCIENZA
Grazie Rosario. Hannah Arendt – in queste lezioni di etica – utilizza un linguaggio ancora oggi molto vivo e sviluppa un’argomentazione stringente che getta luce anche su questioni spinose e difficilmente confutabili, come il relativismo culturale e morale. Nel pensare si troverebbe un limite che varca le differenze tra culture e gruppi sociali e che tutti – se accettano di pensare – possono condividere. Su questo terreno mi pare si possa parlare ancora di “coscienza” in un senso che abbraccia tutti gli uomini e travalica le differenze.
EliminaSottoscrivo il commento della dott.ssa D'Aurizio. Ricordare le preziose riflessioni di Hannah Arendt vuol dire tentare di resistere alla china negativa dell'oggi. Grazie. Saluti cordiali.
RispondiEliminaSì, sono riflessioni (quelle della Arendt) che possono fare scuola. Ed è proprio dalla scuola, dal "rieducarci" - giovani e adulti - che credo si debba ripartire. Un caro saluto.
EliminaMolto interessante, grazie.
RispondiEliminaGrazie a lei per il gradito apprezzamento. Un saluto.
EliminaLessi alcuni suoi libri durante l'Università, sono più che mai attuali.
RispondiEliminaSì, "più che mai attuali". Grazie e buona giornata.
RispondiEliminaGrazie! :)
RispondiEliminaIl grazie è reciproco. Grazie, in particolare, per l'attenzione riservata al blog e per il commento! Buona serata.
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