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lunedì 13 luglio 2020

Scuola a distanza. Notazioni di un ex preside.

Un occhio critico sulla didattica a distanza... per progettare la scuola del futuro.
Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini delle vignette di Mauro Biani (con gentile autorizzazione).

Mauro Biani, 2020
(con il covid il 10% degli studenti
ha abbandonato la scuola)
Ho voluto attendere - perentorio     amorevole consiglio di mia moglie - il (definitivo?) tramonto della epidemia virale per  non incrementare controversie inutili. Ora mi è impossibile tacere quel che avrei voluto dire da tempo. Esco dal mio silenzio di pensionato, preside per 26 anni, amodé, ma sempre teso ad amare la scuola. Riflessioni dunque soggettive, opinabili, cestinabili.
Intanto mi è parsa pilatesca la modalità della serrata indiscriminata delle scuole. Immagino che i "sapientes et prudentes" del palazzo di v.le Trastevere conoscessero allarmanti fatti dati rischi da non diffondere. Oppure erano impreparati ad affrontare altrimenti un’emergenza improvvisa ed imprevista. Cerco di capire l’ostico realismo sotteso alla decisione: prevenzione, precauzione, tutela della sicurezza dei più giovani, rassicurazione contro l’irrazionale panico largamente diffuso dai media. Ma dal mio angusto osservatorio sacrificare la scuola è sembrato esagitato(1). Per decreto ministeriale si dichiara incompatibile la coesistenza tra salvaguardia della salute e luoghi di trasmissione dell’istruzione (anche se i cosiddetti esperti non sono unanimi). Soprattutto nella decisione di chi dirige la scuola ai suoi vertici mi ha lasciato perplesso lo strapotere totalizzante del pensiero “convergente” miope scontato: rinuncia a pensare con sguardo lungo, a promuovere tempestivamente, a sollecitare, a favorire in ogni scuola entro regole di piena sicurezza la ricerca di soluzioni fuori dai correnti schemi, fattibili risposte sino al momento impensate ed impensabili, a valutare  le migliori e più sicure, approvarle e diffonderle.
Mauro Biani, 2020
A priori è stata dichiarata impraticabile ogni forma di compresenza docenti-alunni: a priori vietati accordi tra scuole, comuni e strutture sanitarie; a priori escluse condivisioni solidali tra scuole viciniori, garantite dall’avvedutezza dei presidi (responsabili di tutto!), dalla prudenza del Collegio Docenti e Consiglio di Istituto, da pareri vincolanti del Comune e della Sanità locale; impediti a priori, là dove possibili, temporanei trasferimenti coordinati di alunni in edifici viciniori messi a disposizione dalle locali amministrazioni con turnazione di lezioni (mattutine meridiane postmeridiane), ovviamente contenute rispetto all’orario standard, in  locali consoni e rigorose procedure di controllo igienico sanitario. Sarebbe stata la meta-comunicazione della non resa, il riconoscimento del protagonismo dei docenti, la limitazione della diffusa anarchia delle videoconferenze (ognuno per sé, nessuno per tutti). Naturalmente occorrevano precise condizioni e garanzie evidentemente ritenute a priori inesistenti: l’autonomia delle scuole come capacità progettuale ed organizzativa corale, fantasia con tecnica, disponibilità per assicurare condizioni ambientali e relazionali inattaccabili. 
Forse, visti i picchi virali, la chiusura sarebbe stata comunque inevitabile, ma con modalità di una vertiginosa differenza. Quale? Una nuova pagina della scuola italiana: il trionfo del pensiero creativo divergente; la selezione e la scelta delle più sicure modalità di compresenza sperimentate nei mesi virali da rilanciare su tutte le scuole a settembre; soprattutto l'Italia invogliata ad ammirare l'avventura di una grande comunità solidale, protagonisti i presidi i docenti i non docenti gli alunni i genitori gli enti territoriali, dei quali tutti avremmo narrato "fecerunt commune" .
Mauro Biani, 2020
Unica risposta invece il pensiero convergente, utilissimo nel gioco dello scaricabarile delle responsabilità, capace di rassicurare e tranquillizzare funzionari e burocrati, celebrato come provvidenziale successo della tecnologia avanzata (2): appunto la taumaturgica lezione a distanza tramite videoconferenza. Non si tratta di sminuire i meriti delle audio-video-lezioni, sussidio didattico oggi indispensabile, o in genere delle videoconferenze preziose per umanizzare, diffondere cultura, comunicare col mondo globale, essere competitivi non solo nel significato dominante mediato dal mercato, ma etimologico del cum-petere, tendere verso, insieme ricercare, insieme chiedere e domandare.
Ma i docenti non sono funzionari, trasmettere non è educare, specie  nei momenti delicati e strategici di smarrimento collettivo. Le lezioni a distanza hanno perciò segnato la condanna della grandissima parte dei docenti - veri silenziosi eroi, alla stregua dei medici, infermieri e operatori sociosanitari - ad un impegno smisurato, quasi disumano,  sia per acquisire (per molti in tempo reale)  o rafforzare le loro competenze digitali sia per realizzare al meglio le audio-video-lezioni sia per ovviare e compensare carenze e limiti della distanza didattica con miriadi di messaggi ad personam in ogni ora non solo del giorno (uso polivalente di internet, videochiamate, sms, mail a/r ecc.). Senza contare on line consigli di classe (con-senza componente genitori-alunni), dipartimenti, collegi docenti, scrutini, esami ed altro ancora. Ogni preside (pardon d.s.), ogni docente conosce bene il calvario vissuto, tour de force al quale nessuno era preparato e che mai avrà veri riconoscimenti.
Mauro Biani, 2016
Resta il fatto indiscutibile che la modalità di scelta dei vertici della scuola circa le video-lezioni, estrapolate dalla quotidiana relazione in presenza docente-alunni che avrebbe dovuto connotarle, si è rivelata rinuncia ad educare, limitandosi a trasmettere nozioni, informazioni, interrogazioni e valutazioni (nonostante gli innumerevoli sforzi volti a personalizzare il rapporto a distanza, via mail o tramite correzioni individuali...). In altre parole si è rinunciato ad in-segnare (significare, produrre cambiamenti sostanziali) che esige sempre la relazione educativa come incontro comunitario e l’ora di lezione come intreccio inestricabile di comunicazione verbale e non verbale: il faccia a faccia, il dialogo, anche  la dialettica e la sfida, il botta e risposta, il feedback in tempo reale, i toni di voce continuamente mutevoli, la presenza tangibile degli sguardi sorrisi mugugni, i momenti di noia e di esaltante corrispondenza, gli avvertimenti incoraggiamenti, battute ironia rilassante, pause ed intervalli dosati sull’attenzione degli alunni, il vedere-sentire crescere-maturare insieme all'interno di un apprendimento cooperativo condiviso nell'ospitalità reciproca (3), insieme camminare in un clima di compartecipazione e di passione che solo la reciproca presenza può infondere e creare. Insomma tutto ciò che è l’anima, la grazia e disgrazia, la croce e delizia dell'ora di lezione.
Siamo infine al nodo centrale. Da una scuola con fatica avviata ad essere “problematizzante” si è precipitati, volenti o nolenti, alla pratica “depositaria” che nega qualsiasi protagonismo negli educandi: l’educatore educa, gli educandi sono educati; l’educatore pensa, gli educandi sono pensati; l’educatore parla, gli educandi ascoltano; l’educatore crea la disciplina, gli educandi sono disciplinati; l’educatore è soggetto, gli educandi puri oggetti del processo.  
Mauro Biani, 2020
Così si è tradita l’aspirazione di tanti docenti impegnati in quella che Freire definiva concezione “problematizzante”: il docente offre la parola a tutti in una sempre nuova creativa relazione interpersonale dove i contenuti dell’educazione non sono sua proprietà quale detentore del sapere, non sono “ritagli di realtà” da trasferire in passivi contenitori,  sono vissuti insegnati appresi attraverso una curiosità epistemologica e critica resa viva dal dialogo. Perché  “gli uomini si educano in comunione, attraverso la mediazione del mondo”. Perché “l’educatore non è solo colui che educa, ma colui che, mentre educa, è educato nel dialogo con l’educando, il quale a sua volta, mentre è  educato, anche educa”.
Era la scuola che in questi mesi sospesi continuavo a sognare per tutti, per mia moglie insegnante, per i nostri nipoti e tutti i ragazzi. Non ci è stata concessa. Qualcosa cambierà a settembre? Non lo so. Molto dipenderà dalla capacità dei vertici ministeriali  romani, e dai politici regionali, di coniugare la loro legittima autorità con l'autorevolezza conquistabile giorno per giorno solo con scelte lungimiranti. Spero ardentemente che ne siano all'altezza.

Note.
1. Diversamente dalle aperture consentite all’economia, agli affari, al profitto: supermercati, banche, poste, treni, punti di ristoro ecc. ed ogni servizio comportante inevitabili affollamenti, legittimi e necessari al fine della collettiva sopravvivenza quotidiana.
Mauro Biani, 2020
2. C’è anche chi ha benedetto il virus che avrebbe costretto scuole e famiglie a fare passi da gigante nell’uso della tecnologia digitale. Apologia della videoconferenza? Piuttosto apologia della pochezza educativa e culturale, del pressapochismo ed improvvisazione, della cecità o miopia di un’elite tecnologica  più o meno inconsciamente ignara della realtà del paese: quante famiglie (specie quelle numerose e a monoreddito) e quanti docenti erano  in possesso ed erano in grado di usare gli strumenti tecnologici richiesti per le videoconferenze? 
3. Ospitalità reciproca:  valore insieme vissuto di accoglienza  ascolto  sostegno con e tra soggetti diversi, dalle “diversità” legate a fattori etnici  socioeconomici religiosi, linguistici o  derivate da deficit psicofisici o sensoriali.  E’ il ruolo profetico della scuola in presenza, segno ed annuncio di  vera comunità. 
4. Si veda in  proposito l’intelligente e puntuale proposta  da parte di Luca Malgioglio, Petizione. Oltre "l'autonomia", per una scuola democratica dei saperi. Per una più approfondita analisi del pensiero convergente e divergente nella scuola si può consultare il nostro post del 21.01.2015, su questo blog, qui.

12 commenti:

  1. È dura! Quando la mente vaga per le vacanze, prendere ad oggetto d riflessione reattiva il tuo vibrante post, Gian Maria. Però è necessario...e speriamo che venga fatto. Tanto più- lo dico con rammarico- a settembre si ripartirà dalla stessa condizione.
    Tu ci hai messo gli ingredienti giusti : pensiero, criticismo, autonomia, relazione, educazione reciproca, cooperazione istituzionale ed altro. Soprattutto la capacità di sapersi inventare risposte nuove davanti a sfide nuove. Ma, tu lo sai meglio di me, per averlo provato sulla tua pelle, il Ministero Pubblica istruzione è ossificato; oggi, tutta la politica è ossificata. 🤗

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    1. In effetti “è dura”! Si tratta di smontare quella che definisci “ossificazione” di decenni. Cosa difficile perché semplicemente ci vogliono persone, ad ogni livello della scuola, capaci di vedere, ascoltare, di interrogare ed interrogarsi, cioè di pensare denunciare ciò che non va ed annunciare nuove strade percorribili insieme. Ma “oggi, tutta la politica è ossificata”….

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  2. Sicuramente qualcuno ha solo trasmesso dati. Ci sono però insegnanti che sono riusciti comunque ad insegnare, “nonostante il mezzo”. Altri sono riusciti ad insegnare meglio “grazie al mezzo”. Ci sono alunni che “fuori dalla classe” hanno ritrovato la serenità. I dati “grezzi” su chi è scomparso non dicono nulla. Il dato comunque inferiore a quello degli abbandoni scolastici. Questo dovrebbe farci riflettere.

    Sul perché la scuola andasse chiusa il motivo è semplice e chiaro: come ha scritto, il MI (e le scuole) erano impreparate a gestire tutto ciò (non che ora lo siano). L’ipocrisia con cui sono state autorizzate altre aperture non riduce il rischio di contagio in classe, purtroppo.

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    1. Gentile Prof., grazie per il suo commento. Entro nel vivo. Sono stato molto chiaro circa la mia ammirazione sull’impegno deontologico della stragrande maggioranza dei docenti di ogni ordine e grado, a partire dagli insegnanti ingauni che ho avuto la ventura di conoscere ed apprezzare direttamente od indirettamente. Ribadisco la mia opinione, soggettiva e discutibile sulle video lezioni svincolate in questi mesi dal contesto educativo della compresenza, che sono, al di là dell’impegno immane profuso dai docenti, l’espressione di un pensiero “convergente” (Guilford!), un “mezzo” trasformato improvvisamente in facente funzione di tappabuchi. Opinabile riflessione volta tuttavia ad esplorare, senza preconcetti ideologici, quanto si sarebbe potuto fare e non si è fatto; soprattutto intesa a mettere in guardia circa il rischio di far convergere la scuola prossima futura (a partire da settembre) su un’unica soluzione, forse rassicurante ma incline ad isolarla nel tunnel di un conformismo di passivi esecutori, invece di liberare e stimolare le varie componenti ad essere protagonisti sodali di una ricerca creativa, efficace, capace di attivare vie nuove ed originali finora impensate, ricerca che giustamente deve essere guidata da regole precise e condivise, regole appunto dettate dal pensiero convergente con i suoi indubbi meriti.

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  3. Concordo con quanto il prof. Zavattaro sostiene nell'articolo e con i commenti. Aggiungerei solo che all'immobilismo del MIUR va sommata la difficoltà di molti dirigenti ad assumersi delle responsabilità, per le quali sono anche pagati, in nome del principio dell'autotutela, ovvero prima mettersi al sicuro da eventuali "rogne" e poi, forse, agire. È sintomatuco, poi, che siano ripartite tutte quelle attività di competenza del 'privato' mentre il 'pubblico' è rimasto a guardare....

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    1. Gent.le Paolo, temo che Lei, come me, ami la concezione problematizzante della scuola. Temo anche di essere d’accordo sui dirigenti, una volta - ora non più - presidi, prigionieri di una diffusa e teorizzata concezione e tentata prassi aziendalistica manageriale della scuola, che ha volutamente oscurato l’anima del preside come promotore di cultura, facilitatore di relazioni positive, “funzionario di libertà” teso a far ripartire la voglia di educare, a sollecitare con il suo esempio e testimonianza ad essere creatori vivaci intuitivi fervidi audaci, capaci di stupore e meraviglia.

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  4. Fatto salvo l'impegno di tanti docenti che, nei mesi scorsi, si sono arrabattati cercando di lavorare - nei limiti del possibile - al meglio, il problema è anche a monte: l'attenzione alla scuola e all'educazione dei giovani per i nostri politici NON è una priorità. Basti vedere la mancanza di idee, la pretesa che l'emergenza si possa gestire attraverso delle "app" e il modo in cui si scarica ogni scelta sull'autonomia dei singoli istituti. In realtà è solo uno scaricabarile fatto di incapacità, impreparazione...o peggio?
    Perchè in una società, anche in tempo di emergenza, affossare la scuola resta gravissimo!
    Grazie per questo post!!

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    1. Quello che sottolinea, gent. Annamria, è il punctum dolens et pruriens della cronica inapplicabilità dei principi costituzionali e degli articoli riguardanti in particolare la scuola (art. 30- 33- 34), ancor più grave in questo tempo sospeso: incapacità, impreparazione … o peggio?”. Forse semplicemente l’assenza di educazione civica in chi pretende che venga ad altri insegnata.

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  5. Tutto sta nel "come" usare la piattaforma e internet in genere. Si tratta di un mezzo e quindi va usato come mezzo. Dà grandissime opportunità. Immaginiamo che cosa ne sarebbe stato della didattica, con la chiusura delle scuole e senza web. Poi dipende dalla capacità, volontà, del docente di "entrare in relazione" oppure di limitarsi a "riversare nozioni nei cervelli degli alunni come fossero imbuti.
    Ma questo succede anche in presenza fisica. Concordo sul fatto che i docenti sono stati coinvolti h 24, cioè erano sempre in servizio. Gliene va reso merito. Malgrado la stanchezza finale, i risultati, a mio avviso, sono stati ottimi.

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    1. Gent.le Maria Paola, mette il dito sulla piaga. “tutto sta nel “come”: non confondere il mezzo con il fine, lo strumento didattico (sia a distanza sia in presenza) con i contenuti dell’educazione (valori conoscenze competenze) da insegnare-apprendere in comunione, dando la parola a tutti in una creativa e sempre nuova relazione interpersonale. Grazie.

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  6. Gent.mo Gian Maria, grazie innanzitutto di questo scritto così sentito e toccante. Concordo in toto con le sue riflessioni, tranne forse sulla sua incertezza relativa alla necessità di chiudere le scuole per limitare i contagi, necessità che - almeno all'inizio della pandemia - è stata forse opportuna e salutare. Ma tutto quello che ne è seguito è stata una caduta rovinosa dell'autentica pratica educativa, come da lei ben sottolineato in tanti passaggi. Come ben evidenziato da qualche vignetta, della DAD hanno fatto le spese soprattutto i più fragili. E i danni della mancata relazione educativa sono/saranno non meno gravi della crisi economica. Saluti cordiali.

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    1. Apprezzo grandemente la sua chiara riflessione non solo per i contenuti, che condivido. In particolare la ringrazio per il suo “forse”: ridondante ma squisito tocco di delicatezza che rivela appieno la sua specifica differente convinzione, ma soprattutto tutta la sua libertà di parola, espressa con gentile parresia. Immagino che molti nella sua scuola la rimpiangeranno anche per questo aspetto, soprattutto in questi tempi di volgare dialettica. Rimane comunque per me il fatto che si è rinunciato al vero protagonismo dei docenti e delle singole scuole, che in altri modi (il pensiero creativo!) poteva essere sollecitato. Senza ridurre il mondo scolastico ad arrangiarsi come si poteva e a passivo esecutore di dettami a volte cabalistici. Grazie di cuore.

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