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giovedì 8 agosto 2013

Comunicare nello spazio pubblico virtuale oggi…


Oggi partecipare ad uno spazio pubblico significa accendere la TV o navigare in  internet. E’ lo spazio pubblico virtuale dalla  valenza ambigua:  da una parte un’enorme potenzialità  comunicativa fatta di intrecci informativi prima impensabili, di scambi culturali ed interculturali formidabili, di relazioni a 360 gradi…; dall’altra il rischio di perdere il proprio tempo rispetto alle cose essenziali e davvero importanti, perdendosi letteralmente nel  divertissement.…   In effetti oggi la maggior parte di noi dedica il suo tempo ad una frenetica (felice?) navigazione molto  condizionata e legata alla pubblicità, alla tecnologia delle distrazioni, allo scambio telegrafico di notizie o anche di emozioni, allo scorrere rapido di siti e di blog, alla lettura veloce dei giornali on line... E anche laddove ci si inoltra nella firma delle petizioni o nella protesta politica è sempre un “mordi e fuggi”. 
Il rischio è di accantonare  i nostri problemi esistenziali, individuali e collettivi, e di oscurare le  questioni essenziali mie, tue, nostre, loro. Tutto rischia di essere bandito dall’indifferenza creata dalla sovrabbondanza delle informazioni e degli eventi, specie quelli tragici, che fanno ogni giorno un  chiasso terribile,  ci assalgono da ogni parte e  vengono implacabilmente  trasformati dalla macchina televisiva e digitale in spettacolo: dalle sentenze della  Cassazione all’olocausto,  alle guerre, il terrorismo,  i terremoti e maremoti,  le stragi degli innocenti, le catastrofi,  il bus dei pellegrini che precipita, le stesse morti dei nostri cari ed amici…   E così  ci  si volta dall’altra parte, si girano le pagine del giornale, si cambia canale, si naviga  su altri siti o blog, oppure addirittura si considerano  questi eventi come irreali, secondo il principio digitale  “non vidi ergo non est”.                                                                                  
Come se lo spazio non fosse intrinsecamente legato al tempo, abbiamo accantonato il timor mortis, viviamo nella rimozione continua della morte,  svuotata di significato, bandita dalla vita o al più  trasformata  in  spettacolo, perché così non crea imbarazzo profondo e non ci obbliga al silenzio interiore. Forse è la mancanza di senso, forse è l’assenza di riferimenti collettivi condivisi  la  causa-effetto del nostro voltarci dall’altra parte?   
Forse è perché non c’è nessuno che  abbia il coraggio di esprimere e di gridare un progetto grandioso, o anche solo  moderatamente ragionevole, che vada - che ne so -   al di là del bilancio o delle  prossime elezioni?   Forse è perché viviamo all’interno di una prospettiva fortemente limitata, di un orizzonte temporale privato, dove  nessuno pare partecipare ad un orizzonte temporale pubblico?

2 commenti:

  1. Forse perchè ci illudiamo che mettendo in pubblico le nostre emozioni o i nostri fatti privati sia sufficiente a cambiarci la vita. In realtà, questi sfoghi non sono altro che un secchiello di acqua fresca che raffreddono tutto e bloccano ogni cambiamento, perchè restiamo impietriti a contemplare il nostro ombelico.
    Aspettiamo che siano "altri" a cambiare, perchè Noi ci "meritiamo" un cambiamento: Siamo nella logica del "tutto è dovuto"!, illudendoci che la nostra onestà sia uno sforzo sufficiente.
    In realtà essere onesti non implica il meritare, ma è un sacrosanto dovere
    I diritti non sono un merito, credo.
    Se, invece, iniziamo a pensare di vivere la nostra quotidianità, senza aspettarci niente dagli altri perchè è dovuto, ma entriamo nella logica del "dono" a partire dalle nostre relazioni più intime, forse, riusciamo a vivere la nostra vita in modo diverso e a metterci in gioco veramente, chiedendoci "Ma io dove posso cambiare", uscendo dal vanitoso pregiudizio del sentirci la coscienza a posto.
    Apriamo la finestra della nostra vita e facciamo entrare "un po' d'aria fresca".

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  2. Così predicava don Tonino Bello: ”Cambia il tuo cuore. E’ dal cuore vecchio che nasce la guerra. Non è il fucile che spara, è il dito che preme il grilletto”

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