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giovedì 15 agosto 2013

L'amore per la vita: prospettive.

                                                 "... mi sono care le foglioline attaccaticce
                                                        che si schiudono a primavera"

IVAN e l’amore viscerale per la vita: “Se  non avessi  fede nella vita, se avessi cessato di credere in una donna amata, se non credessi più nell’ordine delle cose, se mi fossi anzi convinto che tutto, invece,  è un caos disordinato, maledetto e forse diabolico, se fossi anche colpito da tutti i più orribili disinganni umani, anche allora vorrei vivere e, poiché mi sono accostato a questa coppa,  non me ne staccherei finché non l’avessi  vuotata!  […]  Mi sono domandato molte volte: c’è al mondo una disperazione capace di vincere in me questa  furiosa e forse indiscreta brama  di vivere? [...] Questa brama di vita certi moralisti tisicuzzi  e incimurriti, specialmente i poeti,  spesso la dicono vile. In parte è una caratteristica dei Karamazov, questa brama di vita, è vero; nonostante tutto, c’è senza dubbio anche in te, ma perché mai sarebbe vile? Sul nostro pianeta, Aljòša, c’è ancora moltissima forza centripeta. Si vuol vivere, e io vivo, sia pure a dispetto della logica. Non crederò nell’ordine delle cose, ma mi sono care  le foglioline attaccaticce che si schiudono a primavera, mi è caro il cielo azzurro, mi sono care certe persone, che qualche volta,  credimi,  non sai nemmeno perché le ami, mi sono care certe imprese umane,  nelle quali forse già da tempo hai cessato di credere, ma che veneri tuttavia per una vecchia abitudine del  cuore. […]le foglioline viscose a primavera, il cielo azzurro, ecco quello che amo!  Qui non c’entra l’intelligenza né la logica, qui tu ami con le viscere…”
(F. Dostoevskij,  I fratelli Karamazov, libro quinto, cap. III,  ed. Garzanti, 1981, pag. 245).



                              La sua anima piena di estasi aveva sete
                                 di libertà, di spazio, d’immensità.





Aljòša e la venerazione della terra: “La sua anima piena di estasi aveva sete di libertà, di spazio, d’immensità. Sopra di lui si aprì vasta, a perdita d’occhio,   la volta celeste, piena di placide stelle scintillanti. Dallo zenit all’orizzonte si sdoppiava, ancora indistinta, la Via Lattea. Una notte fresca e calma fino all’immobilità avviluppava  la terra. Le torri bianche e le cupole dorate della cattedrale brillavano sopra un cielo di zaffiro.  I magnifici fiori autunnali delle aiuole attorno alla casa si erano addormentati,  in attesa del mattino. Il silenzio della terra pareva fondersi con quello del cielo,  il mistero terrestre si congiungeva a quello delle stelle. Aljòša stava in piedi e guardava, e a un tratto, come falciato, si prosternò sulla terra. Non sapeva perché l’abbracciasse, non si dava ragione del suo desiderio irresistibile di baciarla, di baciarla tutta, ma la baciava piangendo, singhiozzando e bagnandola delle sue lacrime, e girava, nella sua esaltazione, di amarla in eterno.” (F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, ed. Garzanti, 1981, libro settimo, cap. IV, pag. 386).
 
 
“Che cosa importa qualche mio guaio e qualche mia disgrazia,
  se mi sento la forza di essere felice?"


IL PRINCIPE MYSKIN e la forza di essere comunque felici: “Un giorno sereno, pieno di sole, andò sui monti e vi rimase a lungo a camminare, torturato da un vago pensiero, che non riusciva a dominare. Davanti a sé vedeva il cielo limpidamente azzurro,  sotto di sé il lago, intorno  l’orizzonte luminoso, senza principio né  fine. Ed egli  contemplava tutto ciò con l’anima torturata.  Ora si ricordò come tendeva le  braccia verso quell’azzurro risplendente e lontano  e  piangeva.  Si  sentiva estraneo a quella magnificenza, e ne soffriva. Che cos’era quel banchetto,  quella continua festa immensa,  che durava eternamente e alla quale si sentiva attratto da gran tempo, fin dalla prima infanzia, senza  mai  potervi prendere parte in alcun modo? Ogni mattina spunta lo stesso  sole luminoso;  ogni mattina, sulla cascata s’incurva l’arcobaleno; ogni sera, laggiù, all’estremo limite del firmamento, si accende di una fiamma purpurea la cima del monte più alto, coperta di neve;  ogni «piccolo moscerino che continua a ronzare intorno a lui in un  raggio di sole  partecipa a quel coro festoso, vi ha  il proprio  posto, lo ama ed è felice»,  ogni fuscello  cresce ed ha la sua parte di  felicità! Ogni essere, ogni cosa ha il suo sentiero ben tracciato, che percorre tra i canti; egli solo non sa nulla, non capisce nulla, è estraneo agli uomini, estraneo ai suoni, a tutto, è un rinnegato della natura”. (F. Dostoevskij, L’Idiota, parte terza, cap. VII, ed. Garzanti, 1982, pagg. 531-532).   
“Che cosa  importa qualche  mio guaio e qualche mia disgrazia, se mi sento  la forza di essere felice? Sapete?  Io non so  come sia possibile passare accanto a un albero e non sentirsi  felici di vederlo. Parlare con una persona  uomo e non essere felice di volerle bene! Oh, io non so esprimere bene i miei sentimenti… ma quante cose belle vediamo ad ogni pie’ sospinto, belle al punto  che l’uomo più abbietto non può che vederle sempre belle?  Guardate un bambino, guardate l’alba divina,  guardate come cresce un fuscello,  guardate negli  occhi che vi guardano a loro volta e vi vogliono bene…” (F. Dostoevskij, L’idiota, cit., parte quarta, cap. VII, pag. 700).
 
 

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