
“Che senso avrebbe tutto questo se la nostra piccola
bambina non fosse che un pezzo di carne smarrita non si sa dove, un po’ di vita
tormentata e non questa bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’infinità
di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se la vedessimo a faccia a faccia,
se ogni più duro colpo non fosse una nuova elevazione che ogni volta quando il
nostro cuore comincia ad abituarsi, ad adattarsi al colpo precedente, è una
nuova richiesta di amore. [...]
Non dobbiamo pensare al dolore come a qualcosa che ci viene strappato, ma come
a qualcosa che noi doniamo…”

Il personalismo comunitario oggi.
La notte del 22
marzo 1950 moriva improvvisamente
Emmanuel Mounier. Il primo aprile avrebbe compiuto 45 anni. A 65 anni dalla
morte (e 110 dalla nascita) che cosa ci può ancora insegnare questo filosofo non accademico, “debole in filosofia ma non nell’amore per
essa”, questo cattolico militante suscitatore di vocazioni, spesso snobbato
dagli ambienti accademici e visto con sospetto da certa gerarchia ecclesiastica
e tuttavia persona che ha fortemente influito sulle generazioni e sulla cultura
della seconda metà del 900? Che cosa ci può ancora comunicare il suo
personalismo comunitario, che lui stesso esplicitamente proponeva non come
sistema speculativo o, peggio, macchina politica, ma come filosofia militante “provvisoria”,
destinata ad esaurirsi nella misura in cui si realizzassero le persone e la
comunità?
L'incontro con Emmanuel Mounier.
Sin dai primi numeri della rivista Esprit (da lui fondata nel 1932) esplicite sono le istanze fondanti: collocarsi dalla parte dei “poveri”, nel cuore della miseria in tutte le sue forme; rompere con il “disordine stabilito” che dietro un'apparenza di ordine e legalità democratica è in realtà ingiusto ed ineguale, disordine troppo esteso e troppo tenace per essere combattuto senza versare nulla, senza reclamare volti nuovi, senza una revisione dei valori, senza una riorganizzazione della classe dirigente; affermare il primato della persona e dello spirituale, valori non solo cristiani, nella relazione con gli altri, nel costruire una comunità di persone; prendere congedo dalla “cristianità borghese” attraverso una permanente rivoluzione prima di tutto morale che chiarisca ai “fraterni avversari”, allora rappresentati da Nietzsche e Marx, che il cristianesimo è ben altro che una caricatura borghese.
La rivista Esprit.
Attorno alla rivista Esprit ed alla sua proposta personalista e comunitaria Mounier riunì filosofi, teologi, sociologi, politici, artisti, uomini e donne, provocando forti riscontri culturali in Francia, Polonia, Italia (Dossetti, “gruppo del Gallo”, “Comunità” di Olivetti…), nel Concilio Vaticano II, nella visione filosofica di Giovanni Paolo II… Ostile ad ogni manifestazione di clericalismo, Mounier non intese mai fare una filosofia specificamente cristiana, ma una filosofia sulla persona, comune a tutti, cristiani o no, pervasa di “ottimismo tragico", ma capace di indicare nuove strade di libertà e speranza.
Nel corso della sua vita il cattolico Mounier si trova sovente più a suo agio nel mondo “laico”, anche tra gli atei, che non negli ambienti ”cristiani”, ivi compresi quelli di sinistra, quando troppo immersi in un’atmosfera di sacrestia che confonde sacro e profano.
Al di là delle categorie politiche.
Quanto alle scelte politiche dei cattolici, scriveva
nel 1949: “Ci sono cattolici di destra e cattolici di sinistra: è un fatto ed è
un fatto opportuno. Ciò prova che il cattolicesimo supera tutte queste vicende
politiche. Se si colpissero apertamente nella Chiesa i cattolici di destra, io
domanderei per essi il diritto all’espressione”. “Non progressisti perché
cristiani” ma neppure “reazionari perché cristiani”.
L'assunzione responsabile del proprio tempo.
Mounier ha vissuto fino in fondo la propria avventura terrena: ha amato, ha scelto la povertà, ha saldato in modo esemplare vita pubblica e privata (emblematiche le lettere alla moglie Paulette Leclercq), ha conosciuto il dolore, suo e degli altri. La sua vita è stata tutta un atto di presenza agli uomini ed agli avvenimenti del suo tempo. Il coraggio della resistenza politica (la prigione sotto Vichy!), i digiuni quando erano cosa seria e non moda festaiola e spettacolare, la sua proverbiale timidezza unita a tensione morale che mai si piegava a compromessi o scoraggiamenti o tradimenti, la sua generosità e disinteresse, il suo amore per tutti a cominciare dai nemici, la passione per una comunità fatta di persone, l’impegno vissuto come virtù della durata, la fortezza e la carità come “virtù di fuoco”: ecco i suoi tratti esemplari.
Da allora gli
scenari sono talmente mutati da rendere forse in parte inattuale la
formulazione del suo personalismo, ma non certamente la sua attenzione e
riflessione sulla persona e sulla
comunità che rimangono attualissime: “muore il personalismo, ritorna la
persona”, scriveva P. Ricoeur tempo fa su Esprit.

L'incontro con Emmanuel Mounier.
Credo si possa
continuare ad incontrare Mounier semplicemente ripercorrendo la sua avventura
spirituale e culturale, condividendo la sua passione sociale e politica vissuta
nell’urgenza dell’impegno concreto per i più deboli, riscoprendo la sua
testimonianza cristiana e la sua vicenda umanissima di padre che, colpito
dalla malattia inguaribile di una figlia, si chiede quale senso abbia la
sofferenza.

Sin dai primi numeri della rivista Esprit (da lui fondata nel 1932) esplicite sono le istanze fondanti: collocarsi dalla parte dei “poveri”, nel cuore della miseria in tutte le sue forme; rompere con il “disordine stabilito” che dietro un'apparenza di ordine e legalità democratica è in realtà ingiusto ed ineguale, disordine troppo esteso e troppo tenace per essere combattuto senza versare nulla, senza reclamare volti nuovi, senza una revisione dei valori, senza una riorganizzazione della classe dirigente; affermare il primato della persona e dello spirituale, valori non solo cristiani, nella relazione con gli altri, nel costruire una comunità di persone; prendere congedo dalla “cristianità borghese” attraverso una permanente rivoluzione prima di tutto morale che chiarisca ai “fraterni avversari”, allora rappresentati da Nietzsche e Marx, che il cristianesimo è ben altro che una caricatura borghese.

La rivista Esprit.
Attorno alla rivista Esprit ed alla sua proposta personalista e comunitaria Mounier riunì filosofi, teologi, sociologi, politici, artisti, uomini e donne, provocando forti riscontri culturali in Francia, Polonia, Italia (Dossetti, “gruppo del Gallo”, “Comunità” di Olivetti…), nel Concilio Vaticano II, nella visione filosofica di Giovanni Paolo II… Ostile ad ogni manifestazione di clericalismo, Mounier non intese mai fare una filosofia specificamente cristiana, ma una filosofia sulla persona, comune a tutti, cristiani o no, pervasa di “ottimismo tragico", ma capace di indicare nuove strade di libertà e speranza.
Nel corso della sua vita il cattolico Mounier si trova sovente più a suo agio nel mondo “laico”, anche tra gli atei, che non negli ambienti ”cristiani”, ivi compresi quelli di sinistra, quando troppo immersi in un’atmosfera di sacrestia che confonde sacro e profano.

Al di là delle categorie politiche.

La sofferenza innocente.
Diceva Mounier che “i
bambini hanno il cielo nei loro occhi” e “niente assomiglia di più al Cristo
dell’innocenza sofferente”: lui, toccato nel vivo della sua carne soprattutto
dalla vicenda della primogenita Francoise, presto colpita da encefalite progressiva,
destinata a vivere in una “misteriosa notte profonda dello spirito”, “piombata
in un grande silenzio, con il suo bello sguardo aperto dal mattino alla sera su
Dio sa qual mistero, senza un gesto, senza un sintomo di coscienza”; lui,
convinto che dopo la notte della sofferenza viene la luce.

L'assunzione responsabile del proprio tempo.
Mounier ha vissuto fino in fondo la propria avventura terrena: ha amato, ha scelto la povertà, ha saldato in modo esemplare vita pubblica e privata (emblematiche le lettere alla moglie Paulette Leclercq), ha conosciuto il dolore, suo e degli altri. La sua vita è stata tutta un atto di presenza agli uomini ed agli avvenimenti del suo tempo. Il coraggio della resistenza politica (la prigione sotto Vichy!), i digiuni quando erano cosa seria e non moda festaiola e spettacolare, la sua proverbiale timidezza unita a tensione morale che mai si piegava a compromessi o scoraggiamenti o tradimenti, la sua generosità e disinteresse, il suo amore per tutti a cominciare dai nemici, la passione per una comunità fatta di persone, l’impegno vissuto come virtù della durata, la fortezza e la carità come “virtù di fuoco”: ecco i suoi tratti esemplari.

Rimane come motivo dominante la sua testimonianza di autentica cittadinanza e di presenza cristiana “nel mondo ma non del mondo”, capace di comporre - così anni fa scriveva A. Rigobello - “audacia e pazienza, mistica e politica, generosità e raccoglimento, carità e fortezza, stupore e fedeltà non solo sul piano dei concetti ma nel concreto del vivere”.

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