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venerdì 13 novembre 2020

Il futuro. Dietro avanti.

Volgersi al passato e alle sue lezioni per affrontare la crisi di oggi.

Post di Rosario Grillo.

Paul Klee, Tramonto, 1930
L’ Ottocento con il conforto di uno sviluppo enorme fu un secolo di fiducia nel progresso. Così quegli uomini portarono a compimento il disegno intellettuale ritratto in epoca illuminista.

Leopardi fu tra i pochi che si rifiutarono di accodarsi a tale fiducia. La cagione di questa disconnessione viene, in genere, attribuita alla smodata influenza del suo pessimismo che rinvia a ragioni personali e soggettive.

In pochi interpreti viene scelta un’altra strada, più attenta a ragioni oggettive: quelle che possono portare a leggere Leopardi come “una voce critica del generale consenso al progresso. In modo specifico si elegge la poesia La Ginestra a documento inoppugnabile della smentita delle “meravigliose sorti e progressive”.

Dovremmo fare uno sforzo maggiore per riuscire a cogliere fuori dal coro trionfante, voce ufficiale ma non per questo universale (1), il sentimento oppositivo, infarcito di fatiche e sofferenze. Certamente ne è partecipe il vasto strato sociale delle persone colpite piuttosto che favorite dal trend di crescita.

L’ottocento fu anche il secolo che, con la documentazione raccolta attraverso i viaggi di scoperta e di conquiste coloniali, diede man forte al decollo della antropologia. Ed è appunto quest’ultima a possedere il canale ricettivo e l’organo euristico per leggere dentro il “senso popolare”. Attribuisco a quest’ultimo, pur mancando di titoli scientifici in antropologia, una valenza dichiarativa autentica, di molto superiore all’opinione pubblica, la quale richiede una discriminazione già tra chi legge e scrive e chi no. (2)

Con questa premessa possiamo avvicinarci alla specie “oracolare della verità dei proverbi e detti popolari ed intenderne il recondito significato. Mi servo allo scopo di un valente antropologo: Vito Teti.

Paul Klee, Terrore animale, 1927

«Lu peju è arrede», «il peggio è indietro», sentivo spesso ripetere nel paese della mia infanzia e della mia giovinezza. E qualche volta questo modo di dire torna nei discorsi delle persone molto anziane. Da bambino avevo pensato alle consuete “lamentele” degli anziani sul loro passato triste, misero, spesso di fame e soltanto, col tempo, avrei capito che non si parlava della smodata influenza di un tempo andato” da dimenticare (altre volte da rimpiangere) ma del tempo che doveva ancora venire. L’«arrede», l’indietro, non indicava (e non indica) un tempo trascorso, ma un tempo “futuro”. Il tempo passato costituiva, in realtà, buon tempo andato, tempo di rimpianto, di valore, di quando si stava meglio. Era spesso il tempo dell’infanzia, altre volte un tempo lontano, mitico. In una concezione “ciclica”, non lineare, del tempo, l’indietro indicava il futuro, un futuro che veniva temuto e “previsto” come peggiore del tempo presente.

Nessun altra espressione potrebbe indicare in maniera più concettualmente ricca la doppia direzione della nostalgia; un sentimento rivolto ora al passato ora al futuro, quasi sempre con una sorta di rifiuto e di disagio rispetto al tempo presente.

La concezione “tradizionale” del tempo, con la quale ho anche convissuto, e che è stata rimossa e cancellata come “arcaica” dal pensiero moderno, in quanto ritenuta nostalgica e passatista, oggi sembra riprendersi una sua rivincita. L’idea “tradizionale” del tempo e di un futuro che può diventare “peggiore” del presente risulta potente e “veritiera” nel momento in cui la “crisi” in corso mostra tutta la falsità e il carattere ideologico del “progresso”. Quanto sta accadendo e si annuncia ci ricorda che la storia dell’umanità non è stata mai progressiva e che a periodi felici sono succeduti periodi di crisi e di catastrofi. Etnologi e archeologi hanno mostrato la fine di civiltà molto “avanzate” e il ritorno a uno stato miserevole e “primitivo” di luoghi che avevano ospitato grandi civiltà.

Da anni l’Occidente percepiva e raccontava il suo “declino”, la “crisi dei valori”, la fine della “morale” senza capire che questa crisi annunciava una crisi economica e della qualità della vita e anche la fine dell’idea di un benessere progressivo e illimitato. Bastava del resto guardare nel terzo e nel quarto mondo, dove dominano fame, sete, mortalità, per renderci conto del carattere ideologico ed etnocentrico dell’idea di progresso. Il senso del “crollo” ha accompagnato tutta la storia dell’Occidente e non a caso le “rovine” (e la melanconia ad esse legate) sono parte costitutive del sentimento e del pensiero occidentale. Il “crollo” della borsa, il “crollo” del muro, il “crollo” delle Due Torri non annunciavano (come in una profezia) l’arrivo di un “crollo” più vasto, più rumoroso?

La mia cultura di origine, quella a cui mi sento legato (nonostante le tante fughe e i tanti “tradimenti” compiuti) non si nascondeva, del resto, la possibilità della “fine del mondo”. Sono andato in questi giorni dalla mia anziana, ma lucida, mamma, seduta sulla sua sedia da dove sembra scorgere insieme passato presente e futuro, per farmi ricordare un altro “detto” che avevo ascoltato da giovane. Una “narrazione” della “fine del mondo”. Dice mia madre: «Mia nonna e tua nonna dicevano “’mbiatu cu’ no’ nesciu (beato chi non è nato) perché poi “alli tanti e poi alli tanti” viene la fine del mondo». «Cosa vuol dire mamma?», le domando retoricamente perché ho già capito cosa vuole dire. «E che ne so figlio, dicevano che dopo tanti e tanti anni, non si sa quanto, viene la fine del mondo e beato chi non è nato». Mi guarda con grande pietas, con l’aria di chi è felice di essere nata ed è preoccupata per quelli che resteranno dopo di lei. Le leggende di questo periodo parlavano di un tempo mitico di riferimento e della necessità di rigenerazione. L’idea di un mondo che “muore” e poi rinasce, di un tempo che si rigenera, oggi esce dalla mitologie popolari e si trasferisce nel pensiero di chi non crede più in un progresso senza fine, di chi teme che la crisi ci metterà di fronte a scenari apocalittici e di chi pensa, dopo un lungo periodo di grandi difficoltà, a una rigenerazione del mondo e dell’umanità.

Se guardo al tempo andato, non è soltanto per una ragione personale, o per una sterile nostalgia, ma perché credo che in quel passato, al quale è impossibile tornare, si possano trovare lezioni ed elementi per “affrontare” la crisi, per trasformarla in occasione di riflessione, di ripensamento e, forse, anche di rigenerazione" (Vito Teti, Quel che resta, Donzelli, 2018).

La lunga citazione smuove il mio retaggio culturale. Noto nel frattempo la concordanza con l’amletica definizione che Benjamin dà all’angelo della storia. (3)

Paul Klee, Angelus Novus, 1920

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcuno su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira da paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”

In entrambi i casi il futuro si spoglia del manto dorato del sol dell’avvenire, viene invece concatenato al faticoso trascorrere della storia - nel caso di Benjamin addirittura: un vento di tempesta - .

Non c’è bisogno di evidenziare che l’oggi, inciso dal fenomeno pandemico, rivela in grande la dipendenza del presente reale dal passato: passato di noncuranza ecologica e di “distrazione dai valori umani, la stretta relazione con il futuro che impegna al massimo le nostre forze di rigenerazione. In ogni caso la visione del futuro (l’arrede) che richiede tensione etica - nulla di facile naturale risposta automatica alla crisi; lontana dalla reazione mercatistica comune alla dottrina neoliberista - del rimboccarci le maniche, della “volontà resistente perché imbevuta delle difficoltà quotidiane a tirare avanti. Per essa si può invocare, con la tempra della fede, la bene/dizione: nell’accezione laica o cristiana del votarsi al bene comune.

****************

Paul Klee, Paesaggio miracoloso, 1920

Voglio ancora affiancare alla visione apocalittica, diversamente escatologica (4), del criterio osservato alla disamina che Santo Mazzarino fece della “fine del mondo antico “ (5).

L’insigne storico della grandezza romana inquadra nella cornice della fine di un’epoca: il mondo antico. Così facendo, porta esempi dei legami che il mondo romano aveva con la civiltà greca e con ramificazioni delle civiltà orientali e mette a fuoco il concorso di diversi fattori di disgregazione. Tra esse: il Cristianesimo e le invasioni barbariche, che furono di certo cause erosive della compattezza imperiale, ma che vanno confrontate con altre, varie, cause interne ed esterne che minarono alla lunga il corpo dell’Impero romano.

Corpo: dice che dobbiamo ricondurci alla versione organicista, che vede le istituzioni, fino al compiuto dello Stato, assomigliare alla vicenda di ogni organismo biologico, che nasce, si sviluppa e declina.

Mazzarino, di vorace curiosità, chiama in causa diversi testimoni ed interpreti, per approdare al suggerimento: la decadenza non è morte definitiva, è metamorfosi, la decadenza è bivalente: così, su un piano presenta morte e distruzione e sull’altro energie e cespiti nuovi (barbari, Cristianesimo, economia curtense con messa in opera della servitù).

E nell’ordine della storia universale sono molte le decadenze che si succedono. Quanta saggezza ha portato nell’orbita storiografica la lettura geoantropologica! Sì, perché anche dalla successione delle epoche geologiche abbiamo imparato a meglio misurare l’orgoglio antropocentrico.

Note.

(1) Si dà qui ad universale una dimensione dichiaratamente quantitativa.
(2) Considerata l’epoca, la differenza è fondamentale.
(3) W. Benjamin, Angelus Novus, 9.
(4) Diversamente escatologica perché la fine (eskaton) prospettata non va considerata “ultima, ma una delle tante
(5) Santo Mazzarino, La fine del mondo antico, Bur 1995.

4 commenti:

  1. Caro Rosario, il tuo post è come una salutare boccata di ossigeno in questo tempo di covid. Le tue riflessioni, lucide ed articolate, spalleggiate da corifei liberanti quali oggi Vito Teti ed ieri Benjamin, ci sollecitano ad operare la necessaria igienizzazione e sanificazione da triti (e tristi) luoghi comuni scambiati per assiomatiche ovvietà. Ci inviti a pensare: a ripensare il nostro esserci nella storia del mondo, il significato e il valore del tempo, anzi la stessa scansione di passato presente e futuro così legata sia a troppe ideologie fuorvianti sia in ognuno di noi alla nostra memoria fallibile, alla nostra ambivalente indotta più o meno consapevole “dipendenza del presente reale dal passato”, ai nostri contradditori desideri ed attese turbate dal “passato di noncuranza ecologica e di “distrazione” dei valori umani”. Rimane giustamente scossa l’ideologica fiducia nel progresso inarrestabile nel futuro, resta fulgida la nostra speranza negli uomini e donne di oggi e di domani.

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  2. Caro Gian Maria, ti ringrazio del sollecito commento; ringrazio pure Rossana per il significativo commento iconografico. Io ho letto dopo il post, che confermo in pieno, confortato da R. Mancini, che ho ascoltato ieri sera in podcast. Rigenerazione e trasformazione possono aiutarci ad uscire dal Buio.
    È il mio augurio !
    Aggiungo visione di un giovane docente di filosofia, R. Mancini. Serve discostarci da una visione meccanica, in sostanza deterministica, pilotata dal Potere ( economico e politico, concorde ) che ordina ed impacchetta passato presente futuro. È necessario pensare con la categoria di metamorfosi (trasformazione). Solo così riusciamo a liberarci dal declino, acquistare slancio e creatività assieme a partecipazione dal basso, in sinergia popolare, verso l’obiettivo del BENE COMUNE.

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  3. Eugenio Borgna che è prima di tutto una grande persona, grande anima, si è occupato di nostalgia (La nostalgia ferita)
    In una intervista alla domanda:
    Che sentimento è la nostalgia, allora?
    «È una scialuppa, una zattera sulla quale dobbiamo salire e non c'è solo la nostalgia che porta tristezza e malinconia, ma anche quella capace di portare gioia, di rianimarci come un sottile venticello. Senza la nostalgia del nostro passato la vita rischia di essere un susseguirsi di avvenimenti, l'uno staccato dall'altro, una circolarità continua deve legare passato, presente e futuro secondo la splendida intuizione di Sant'Agostino. La nostalgia va coltivata in noi come fragile pianticella perché, a differenza della memoria, offre e mette a disposizione progetti aperti verso il futuro e verso la speranza, perché è in quel passato che ritroviamo gli slanci di un tempo. Nostalgia come esperienza del passato e la speranza sono in fondo collegate: la speranza non è altro che memoria del futuro».

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