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sabato 11 aprile 2020

Pasqua, auguri e rimandi.

Raffaello Sanzio, Resurrezione di Cristo, dettaglio (1501-1502)
A tutti,
 uomini e donne,  credenti di qualsiasi fede e non credenti 
 ed  in  particolare a coloro che ogni giorno si impegnano
 a favore delle vite altrui 
rivolgiamo in questo tempo di pandemia
 il nostro pensiero augurale di Buona Pasqua, 
perché sia  diversa da tutte le altre.

La  quaresima  trascorsa in quarantena  
ha rivelato il bisogno di fratellanza  in noi. 
 La  nostra preghiera  
è metterci tutti  in opera  per incamminarci su strade 
che ci facciano sognare le vette più alte, 
che riempiano il nostro  cuore di tenerezza e di speranza,
 che si aprano al nuovo,  alla sorpresa, 
alla profondità di questo tempo “deserto”.

E così
la Pasqua (ebraico  pesah, passaggio) sarà vero passaggio 
alla Vita che ci affratella.  

Raffaello Sanzio, Resurrezione di Cristo, dettaglio (1501-1502)

✴️Infine, un breve racconto.
 “Allorché si fa silenzio intorno a me, nelle ore del giorno  e della notte, un pianto che scende dalla Croce mi colpisce e mi fa trasalire. ... - Lasciate che vi stacchi dalla Croce - gli dissi.  E cercai di togliere i chiodi dai suoi piedi; ma Egli mi rispose: “Lasciali dove sono, poiché non scenderò dalla Croce fino a quando tutti gli uomini, tutte le donne, tutti i fanciulli, non s’uniranno insieme per distaccarmi”.   Gli dissi allora: “Come posso sopportare il vostro lamento? Che cosa posso fare per voi?”. Ed Egli mi rispose: “Va per tutto il mondo e dì a quelli che incontrerai che c’è un Uomo inchiodato ad una croce” (J. F. Sheen).

giovedì 9 aprile 2020

La quarantena che stiamo vivendo.

Post di Gian Maria Zavattaro.

Fotografie dal deserto, 
autore Charlie Fong
“La passione di  Cristo in sé riassume la lunga striscia di sangue, di violenza, di odio, di dolore disseminata nella storia. L’appuntamento pasquale che la liturgia ci propone si vela, perciò, di lacrime: ci sembra di essere ancora nella Passione, una lunga serie di ore di sofferenze di torture che il Cristo ha vissuto e continua a vivere nel corpo martoriato dei suoi fratelli. Sono vere le parole del grande Pascal: Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire fino a quel momento (Pensieri 736)” (1).
“Diamoci appuntamento nella categoria della speranza,  che non è rimozione del dramma o attesa statica del lieto fine,  ma certezza di vedere il passaggio di Dio” (2).

Non so come andrà a finire, ma  so che vorrei condividere con mia moglie e tutte le persone a me care la memoria della speranza quaresimale in questa quarantena che stiamo vivendo non più come interregno ma come imprevisto indesiderato appuntamento di un possibile affrancamento da un’esistenza di “routine”, come esperienza di un dover e poter essere altrimenti, come prova generale - singola e collettiva - di nuovi modi di vivere, di relazionarci con noi stessi e gli altri, di rapportarci con il mondo e, per me credente, di sentire la quotidiana presenza di Dio. Con la consapevole certezza che tutti, volenti o nolenti, siamo allo spartiacque di una scelta: cogliere o rifiutare un imprevisto tempo di inattesa passione, espletata nell’interdizione o isolamento o romitaggio o clausura. Tempo che hic et nunc ha richiesto un cambio di direzione, che non consente a nessuno di proseguire nel cammino di comportamenti abituali, che costringe a nuove consapevolezze e richiede a tutti, a ciascuno di noi  - come costrizione o libera dedizione nel dono di se stessi - di condividere il peso di altri fratelli.

venerdì 3 aprile 2020

Il mistero e la fede, Kierkegaard.

Post di Rosario Grillo

Luplau Janssen, 
Ritratto di Søren Kierkegaard
Scrivevo in Fede-mistero che il mistero si accompagna alla fede, offrendo conferma con lo scritto di Rudolph Otto (Il sacro).
Sul mistero, si è soffermato il 19/03/20 il Sommo Pontefice, riconoscendolo proprietà di San Giuseppe. Per mezzo suo, seppe svolgere il paradossale compito di educatore di Gesù, Dio-uomo (1).
Pascal, grande tempra di credente, da una parte lesse il mistero nell’uomo, proteso tra infinito e nulla, dall’altra ricondusse la fede al cristocentrismo: la fede passa esclusivamente attraverso Gesù (2).
Con queste premesse ci avviciniamo al percorso di fede di Kierkegaard, il quale, pur essendo riconosciuto come un testimone della fede in Cristo, fu anche un grande maneggiatore della parola come arte del discorso (3).
Fermo restando il centro del nostro interesse, la fede, si esce dalla difficoltà se ci si rifà ai maestri del pensatore danese, rovistando nella trama della sua biografia, della sua formazione intellettuale, del suo apprendistato di fede, ineluttabilmente filtrato dal ruolo del padre (4).

sabato 28 marzo 2020

Paura e angoscia in Kierkegaard. La filosofia illumina il presente.

Post di Rossana Rolando. 

“Chi ha imparato a sentire l’angoscia nel  modo giusto,
ha imparato la cosa più alta”¹.

Søren Kierkegaard, 
The Royal Library, Denmark
Galimberti, Recalcati e altri importanti analisti hanno interpretato la crisi coronavirus che stiamo vivendo utilizzando la distinzione tra paura e angoscia. La paura - dicono - non è adatta ad esprimere lo stato d’animo che noi proviamo oggi, perché essa è sempre generata da un pericolo ben preciso: si ha paura di un incendio, di un animale feroce, di un incidente. Più evocativa è l’angoscia che si genera di fronte ad un nemico invisibile, sconosciuto, non localizzabile: e il contagio da coronavirus ha una tentacolarità che sfugge ad ogni individuazione, ad ogni preciso “dove”, “quando”, “che cosa” può essere origine della malefica infezione.
La distinzione, posta in questi termini, è ripresa dal filosofo danese Søren Kierkegaard (1813-1855) che ha connotato la differenza tra paura, di fronte al determinato, e angoscia davanti al nulla di determinato:
“Il concetto dell’angoscia è completamente diverso da quello della paura e da simili concetti che si riferiscono a qualcosa di determinato, mentre invece l’angoscia è la realtà della libertà come possibilità per la possibilità”².

venerdì 20 marzo 2020

70 anni del genetliaco di Emmanuel Mounier (22 marzo 1950).

Post di Gian Maria Zavattaro
Le immagini sono riprese dalla pagina facebook dedicata a Mounier (qui).

Emmanuel Mounie

“Bisogna salvarsi insieme; bisogna arrivare insieme dal buon Dio, bisogna presentarsi insieme; non bisogna arrivare a trovare  il buon Dio  gli uni senza gli altri. Dovremo tornare tutti insieme nella casa del padre. Bisogna anche pensare un poco agli altri; bisogna lavorare un poco gli uni per gli altri. Che si direbbe se arrivassimo, se tornassimo gli uni senza gli altri?” (Ch . Péguy, Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, AVE, Roma, 1966, pag. 35).

Nel pieno della virulenza del coronavirus in Italia e nel mondo ricorre  il 70° della morte - notturna improvvisa  per infarto - di E. Mounier non ancora 45enne. Indubbia casualità che tuttavia mi consente qualche riflessione correlata con il nostro smarrimento in questo inquietante ed incerto interregno temporale che ci sollecita a “riconciliarci profondamente con la nostra umanità”: “non pensavamo di essere anche noi vulnerabili e così tremendamente fragili”, convinti del “privilegio di una sostanziale e durevole immunità dalla paura e dal senso così umano di insicurezza […] tanto da sentirci in dovere di negare agli altri - i popoli più poveri e svantaggiati - il diritto a sedere al banchetto della nostra felicità” (1). Ebbene scriveva Mounier a J. Guitton nel 1928 “Io voglio accogliere e donare: è tutto”; due giorni prima di morire ancora scriveva a l'abbé Depierre:"Io vorrei con mia moglie dare almeno un po', e prepararmi al giorno in cui gli avvenimenti forse ci spingeranno a donare tutto". A questa istanza  è rimasto fedele per tutta la vita.

lunedì 16 marzo 2020

Parole, al tempo del coronavirus.

Post di Rosario Grillo
Immagini delle opere del pittore francese Robert Delaunay (1885-1941).

Robert Delaunay, 
Arcobaleno 
(simbolo di speranza nei disegni dei bambini, 
nel tempo del Coronavirus)
La morsa del coronavirus si stringe ancora di più obbligando il nostro governo a dichiarare tutto il territorio italiano come zona rossa, mentre il responsabile di OMS dichiarava lo stato di pandemia.
Un autorevole professore di scienze, David Quammen, ripassa, attraverso un’intervista su Wired, le ragioni dell’allarme lanciato nel suo libro Spillover del 2012 (1). Ragioni che si restringono nel principio di Darwin dell’unità stretta degli esseri viventi; esse costituiscono un momento fondamentale della responsabilità ecologica, che tutti dobbiamo assumere.
La condizione di allarme e di paura ha scatenato un’indagine sui rimedi, che abbisogna di un arco temporale di articolazione, onde assumere la veste della oggettività.
Un tumulto di passioni soggettive accompagna il momento, tanto più che, inevitabilmente, nello spazio in cui siamo ristretti e dentro... una certa inattività forzata, il pensiero vaga di qua e di là, turbato e, solo a tratti, in “zona critica” attiva. Per questo, penso di affrontarla più che con una proposta organica, con un excursus attraverso le parole correnti al tempo del coronavirus.
Debbo, per correttezza, premettere un augurio che mi faccio e che rivolgo a tutti: prendere lo sprone dell’evento pauroso per riorganizzare ogni cosa da cima a fondo: Istituzioni, politica, economia, relazioni, atteggiamento morale, bisogni e consumi.

giovedì 12 marzo 2020

A cosa serve l'arte, nel tempo ferito?

Post di Rossana Rolando.

Thomas Jones, Un muro a Napoli
olio su carta, 1782, Londra, The National Gallery
Ognuno di noi lo ha sperimentato, in un modo o in un altro: per cambiare vita abbiamo spesso bisogno di un trauma. Ebbene, per cambiare vita tutti insieme sarebbe saggio farci bastare questo trauma: il prossimo potrebbe non lasciarcene il tempo (Tomaso Montanari, qui).
Queste parole, scritte a proposito della “ferita” contingente del Coronavirus, possono ben introdurre all’interno di una riflessione sul significato dell’arte - intesa come viatico di un possibile cambiamento civile e morale - che lo stesso Tomaso Montanari conduce ne L’ora d’arte, un libro uscito nel 2019¹. In esso sono raccolti gli interventi relativi a 100 opere, originariamente scritti per diverse testate giornalistiche.

domenica 8 marzo 2020

La cultura nei tempi della solitudine.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini delle illustrazioni di Guido Scarabottolo (con gentile autorizzazione, pagina instagram).

Guido Scarabottolo
Per molti, in questi tempi di forzato isolamento - civilmente ed eticamente necessario - dovuto alle misure di contenimento del contagio da Coronavirus, leggere un libro, ascoltare musica, seguire una videoconferenza... possono costituire modalità attive per trasformare la solitudine in un'opportunità. 

La riflessione proposta in questo post prende avvio dalla odierna situazione e si sviluppa a partire da una serie di domande:  in quale senso le azioni culturali sopraddette (leggere un libro, ascoltare musica, seguire una conferenza... e altro) possono diventare un'opportunità e provocare un cambiamento? In altre parole, in che modo e quando la cultura può renderci diversi e migliori? La “cultura” è in sé e per sé fattore di crescita delle persone e con loro della società in cui vivono? Tutte le prestazioni culturali? Quale cultura? La mia, la tua, la loro? Che cosa vuol dire cultura  in questo nostro tempo di privazione? E’ riservata a pochi eletti o  potenzialmente appannaggio offerto a  tutti?

✳️ Cultura: parola polisemica, ambigua, ambivalente, sempre oscillante tra umanizzazione  e disumanizzazione. Nella storia umana, ieri come oggi, uomini e donne  hanno prodotto in tutto il mondo sublimi innumerevoli opere “culturali” (artistiche, filosofiche letterarie, musicali, di ingegno, invenzione scoperta…), hanno ampliato a dismisura le conoscenze di  sé degli altri dell’universo, progressivamente ci hanno reso più consapevoli dei valori universali che uniscono tutta l’umanità oltre le frontiere del tempo e dello  spazio. 
Guido Scarabottolo
Ma nella storia dell’umanità, ieri  e tanto più oggi, uomini e donne piegano (aggiungerei: tradiscono) la “cultura” aderendo partecipando programmando orchestrando pianificando la banalità del male: immani stermini di massa, cinici respingimenti di migranti, violenze d’ogni genere, guerre a non finire, business maledetti come la tratta di donne e bambini… e, più silenziosamente e diffusamente, corruzione, clientelismi, favoritismi, non di poveri disgraziati ignoranti  ma di uomini tronfi  superdecorati di titoli e lustrini, feudi baronali annidati  ai vertici delle gerarchie di ogni colore e tipologia. Su tutto ciò non mi soffermo se non per ribadire l’ambiguità della cultura quando si fa disumanizzante, quando si pretende di asservirla al potere, quando si fa elitaria casta,  consorteria che non ha nulla a che fare con la comunità, se non per asservirla e plagiarla.

mercoledì 4 marzo 2020

Expat. Fenomenologia delle migrazioni.

Post di Rosario Grillo
Fotografie di Jerry Segraves.

Jerry Segraves,  
Blue-reflect
Scrive Bachelard: «soltanto la fenomenologia – cioè̀ lo scaturire dell’imma-gine in una coscienza individuale – può aiutarci a restituire la soggettività delle immagini ed a misurare l’ampiezza, la forza, il senso della transoggettività delle immagini».

Proverò a servirmi della fenomenologia, così come la intese Husserl: scienza eidetica, considerato che egli aveva reagito alla riduzione positivista riportandosi al flusso percettivo della coscienza e riconfigurando l’esperienza (Erlebnis) in armonia con la vita.
L’argomento che vado a trattare ben si conviene al suo metodo, che rivela e non occulta l’apparire nella soglia fluida e vivida della percezione: laddove non si consente nessuna operazione di teoresi astratta e si registra l’immediatezza e il  “continuum”.
Oggi, tale approccio, quando si parla del migrare come costante dell’esistere storico degli esseri umani, potrebbe aiutare a penetrare la “crosta dura” di una diffusa opinione sugli “opportunismi” della scelta migratoria.