Viene ripreso il tema dello straniero - con riferimento al libro di Umberto Curi di cui si è trattato in un precedente articolo - e viene rivolta una particolare attenzione all'aspetto psicanalitico della paura nei confronti dell'alterità.
🖋 Post di Rosario Grillo (complementare a questo articolo: Lo straniero)
🎨 Tutte
le immagini riproducono fotografie di Lewis Hine (1874-1940) sociologo
statunitense considerato il padre del fotogiornalismo, per l'uso
sapiente e toccante della fotografia come denuncia sociale, con
particolare riferimento alle condizioni dell'infanzia sfruttata, nei
primi decenni del Novecento, e alle situazioni degli immigrati, degli
emarginati e dei più deboli. Per osservare altre immagini dello stesso autore cliccare qui.
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Lewis Hine, La piccola Giulia abbraccia bimbo sulle scale di casa, 1911 |
La prova per dominarla è uno stadio
importante dell'evoluzione di ognuno di noi.
Parlando con l'angolo visuale della
mia infanzia, debbo confessare di aver sofferto molto la psicosi della paura:
alcune volte indotta da “bravate” di gente adulta, altre volte intrinseca alla
timidezza del mio carattere.
Mutando forme, inoltre, la paura
contrassegna momenti critici, occasioni decisive di scelte esistenziali:
accompagna sempre, insomma, l’uomo.
Un'incubatrice, di notevole importanza,
di paure incontrollabili è la società: in quello stadio che sta tra
l'immaginario e il reale. Veicolo speciale ne è diventata la società di massa,
dove la coscienza critica è sopraffatta da istanze pilotate ad arte, o da
sentimenti del tutto irrazionali.
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Lewis Hine, Bambina che conversa con una bambola, 1911 |
Freud, padre riconosciuto di tale
scienza, dopo aver svelato il versante pulsionale insito nell'inconscio,
servendosi dell'interazione tra “principio del piacere” e “principio di realtà”,
istigato dal contesto storico sconvolto dal conflitto mondiale, impresse una
svolta alla sua dottrina, mettendosi a studiare la natura del perturbante.
I due principi (forze) di Eros e
Thanatos adesso prendevano il sopravvento e annunciavano la svolta: Aldilà del
principio di piacere (1920).
Lo studio del perturbante consente
una scoperta di grande rilievo: il pauroso, l'orco, l'oscurità non penetrano
dall'esterno ma agiscono dall'interno. Il movimento, al contrario di quel che si
crede, va dall’interno all'esterno.
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Lewis Hine, Bambino mostra il dito ferito in seguito al lavoro del taglio delle sardine, 1911 |
Caso specifico di una certa
diffusione è la strumentalizzazione di questo gap (o défallaince?) per mano di
attori sociali, più spesso politici leader, interessati a cavalcare le psicosi
sociali.
La paura, oggi sappiamo, è fattore di
successo di movimenti qualunquistici, neonazionalisti, e molto spesso, xenofobi.
Occorre capire, a questo punto, che
il confronto è insidioso. Avendo al nostro interno questo agente, dovremmo
possibilmente per via razionale, con una certa sagacia dialettica, trovare la
soluzione, volta per volta, non in chiave distruttiva ma costruttiva.
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Lewis Hine, Famiglia italiana vicino alla casa degli immigrati, 1910 |
Oggi, non solo oggi, ma soprattutto
oggi, che il potere dell'informazione, repentino, ad angolo globale,
tempestivo, ci passa il dato dell'aumento incontrollato dell'immigrazione,
fondamento di paure incontrollabili, è necessario un atto di consapevolezza sulla
natura dello straniero.
Una relazione stretta lega il perturbante
(unheimlich) allo straniero.
La scomposizione di heim-lich ci
mette davanti: heim, a qualcosa di familiare (heim=casa).
Questa volta sono intellettuali
francesi, a 360° si direbbe, visto che i loro interessi spaziano dalla
filosofia alla antropologia, alla sociologia, alla psicologia, alla letteratura
(insomma cultori delle scienze umane), a condurre l’analisi.
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Lewis Hine, Famiglia italiana alla ricerca del proprio bagaglio smarrito, 1905 |
Sul tema, risulta di grande
importanza l’opera letteraria di Albert Camus, culminata nel romanzo
pluripremiato Lo straniero, passata per opere, come L’ospite.
Camus, provocato dal suo
esistenzialismo tragico, coglie nel protagonista la doppia figura di
ospitante-ospite e costruisce la sua relazione sull'effetto straniante
della duplicità.
Il “Due” è categoria indispensabile
alla trama dell'Uno: quest'ultimo non è senza il Due.
Ci si trova dentro la rilettura dei
frammenti di Parmenide, in grado di dare risposta alla ‘aporeticita’
dell'essere a-cosmico.
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Lewis Hine, Ragazzo al mulino di Loray, Nord Carolina, 1908 |
Ancora meglio, ciò è possibile in
Platone (vedi il Timeo), che in uno degli ultimi dialoghi (il Sofista) enuncia
il parricidio, il superamento dell'essere (nulla) di Parmenide, tramite la
categoria dell'alterità (il diverso).
Caratteristico: il personaggio
protagonista del dialogo è lo straniero.
Arrivando ad una conclusione (che è
provvisoria, come tutte le conclusioni): lo straniero è in noi, siamo
noi.
(Interessante su questo piano
l'interazione Jabes-Lévinas, che potrà essere oggetto di altro post).
La conclusione attuale evidenzia che,
in quanto doppio, lo status dello straniero è, sempre e dappertutto,
problematico e porta insito la duplicità di accoglienza-ospitalità.
Una messa a punto che aiuta, che
allontana paure artefatte e assurde, che non giustifica l'intempestività e il
provincialismo di certe politiche dell'immigrazione.
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Lewis Hine, Maude e Grade Daly, di 5 e 3 anni, 1911 |
(1) Straniero, ed. Raffaello Cortina;
AA.VV. Il volto dello straniero da Jabes a Leopardi, Marsilio.
Non a caso le tue riflessioni hanno la data del primo maggio: Una benedetta provocazione sui “nuovi” lavoratori nel nostro paese, gli stranieri. Aleggiano sordità, diffidenza, voglia di barriere di muri di apartheid: tonalità emotive a cui tutti istintivamente siamo tentati, nella dualità che più volte sottolinei. E paura. E la “politica” divenuta scambio e baratto spudorato al posto della politica come progetto, come capacità di governare i conflitti e ricomporre interessi diversi a volte opposti; il compromesso al posto della mediazione; i valori ridotti a vuote parole buone per tutti gli usi. Abbiamo subito impreparati l’invasione silenziosa degli stranieri, ma ancor più stiamo subendo quella insopportabile dei mercanti di parole che, in luogo di produrre informazioni, seminano visceralità, evocano immagini e fantasmi emotivi dove lo straniero è pericoloso (qualcosa di più che diverso): è il nemico dal quale ci si deve guardare e difendere, il soggetto non pienamente umano che finisce per divenire subumano e antiumano, colui che sistematicamente può annegare nel Mediterraneo senza scossoni… Le parole non sono innocue: stranieri “clandestini irregolari” e non semplicemente cittadini del mondo e di altri paesi. Alla fine di questo processo diventa conseguente espellere senza processi, erigere muri, introdurre un diritto separato per gli “irregolari”. Non si tratta di essere buoni ma di essere giusti. Non c’è solidarietà senza giustizia vera. Proviamo a riflettere in questo primo maggio anche sul lavoratore immigrato vittima, sui nuovi schiavi, i nuovi ghetti, i nuovi luoghi di sfruttamento e di miseria, i lavori infami, le donne costrette a vendere il loro corpo per comprare un’impossibile libertà di cui noi siamo giocoforza testimoni e di cui ognuno di noi porta la sua parte di responsabilità anche attraverso il silenzio o il voltar faccia del levita nella parabola del buon samaritano.
RispondiEliminaGrazie Gian Maria dell'attenzione che mi dedichi, esplicitando il Bisogno di Giustizia, che , come tu dici, progetta Solidarietà.
RispondiEliminaLa data di pubblicazione, che avete programmato, risulta quanto mai opportuna, perché ribadendo la centralità del Lavoro, indica la chiave del riscatto dell'Uomo, senza discriminazioni. Ricordo ancora, vista l'opportunità, che in grande misura Lavoro è Preghiera.
Così facendo rendiamo grazie a Dio, partecipando alla Grazia che ci dona.