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martedì 12 maggio 2015

Lettera di un'amica a Massimo Gramellini.

Una nostra  amica (Patrizia, di Biella) mi ha inoltrato, per conoscenza, una mail diretta a Gramellini. 
“Chissà se la leggerà … - scrive - in ogni caso gli argomenti mi intrigano molto e vorrei condividerli anche con altre persone. Se vuoi puoi pubblicarli o comunque potrebbe essere uno spunto per fare qualcosa. Non so, ma qualcosa bisogna fare”.


Che significa “fare” qualcosa? Fare come “facere-practein” o come “agere- poiein? “Facere” è  agire all’esterno, produrre un‘azione o un oggetto (fare una donazione, devolvere una certa somma, ospitare a casa propria...), insomma agire concretamente e visibilmente. “Agere"  è agire all’interno, dentro di me, rendermi conto delle mie responsabilità, avviare un processo interno di cambiamento, di sollecitudine verso l’altro anche se il suo volto mi è sconosciuto.


Lasciamo il “facere” alla responsabilità, alla sensibilità, alla disponibilità e discernimento di ciascuno.
“Agere” forse è anche  più impegnativo e la lettera di Patrizia, che condividiamo, forse ci può sollecitare  a “guardare”, a non girarci dall’altra parte, a farci carico delle nostre responsabilità in quanto uomini e donne che si dicono civili, solidali e magari anche cristiani.


Lettera di Patrizia Pezzuolo.

Gent.mo Sig. Gramellini, Buongiorno.
A dire la verità non so dire l'oggetto di questa mia mail, ma credo di trovare in Lei una persona che sa ascoltare la mia preoccupazione e la mia inquietudine, dato che quando leggo i suoi articoli o ascolto i suoi editoriali in televisione, mi sento sempre molto in sintonia con le sue parole.

Vorrei esprimerle 
la mia preoccupazione ...

Abito in un paese vicino a Biella e anche da noi ci sono alcuni centri che accolgono ragazzi richiedenti asilo, nella nostra provincia per il momento ce ne sono poco più di cento. Insegno in un liceo cittadino e abbiamo avuto modo, tramite le associazioni che si occupano di queste persone, di incontrare i ragazzi, stare con loro, farli venire a scuola e ascoltare i loro racconti, non solo del viaggio per arrivare in Italia, spesso troppo doloroso e straziante,  ma la storia della loro terra. I nostri incontri si sono trasformati in lezioni di storia, geografia, inglese, francese, antropologia: insomma una vera e propria Scuola.

... sui richiedenti asilo ...
Abbiamo saputo, in questi giorni, che il viceprefetto ha comunicato a molti di loro, provenienti dal Mali, che la loro domanda di asilo non è stata accettata e presto riceveranno un foglio di via e ...diventeranno clandestini, come le persone che cercano di prendere il treno per andare in Germania, di cui parlava l'altra sera.

... che diventano 
clandestini ...
Dopo questa notizia, sono rimasta molto colpita, ferita oserei dire, senza parole. Ma non si può fare silenzio, non vedere cosa ci sta davanti. Le persone che continuano ad arrivare sono il nostro futuro, non possiamo far finta di non vederli o lavarci le mani con un foglio di via - perché noi non sappiamo cosa fare - o rivendicare che altri se ne occupino. Questi Uomini, Donne, Bambini sono un fatto concreto che ci riguarda e dobbiamo continuare a fare tutto quello che è nelle nostre forze per aiutarli, chiedendo certamente anche l'aiuto, necessario, di tutta l'Europa. SIAMO TUTTI RESPONSABILI DI LORO. 

... di cui dovremmo sentirci 
tutti responsabili ...
Per difendere i diritti di queste persone varrebbe la pena scendere in piazza, fermare il mondo, perché tutti insieme si trovi una soluzione ad una situazione umanitaria sempre più grave.
Sono stanca di vedere gente che sa fare tanto clamore per difendere i propri privilegi di casta, ma non riesce a guardare il proprio vicino che non ha riconosciuti i diritti fondamentali. 

... perché siano riconosciuti 
i diritti fondamentali ...
Lo sfarzo dell'expo sicuramente esprime anche valori sani e buoni e potrebbe essere un'occasione, una prima pagina da usare per denunciare e sollecitare il ministero degli interni e tutto il nostro governo affinché si sprema fino in fondo per creare un cordone umanitario, per trovare una via di salvezza per queste persone che stanno scappando da situazioni terribili, causate molto spesso danostri interessi.

... i diritti violati...
Stamattina ho ascoltato la trasmissione Uomini e Profeti di Gabriella Caramore, su Radio Tre: don PierLuigi Piazza, parroco di Zuliano in Friuli, responsabile del centro Balducci, ha portato una bella testimonianza che ha dato uno sprazzo di speranza.

... perché tutti possano 
avere un po' di speranza.
Spero di ascoltare ancora testimonianze, segni che possono cambiare le situazioni anche più difficili se vogliamo e, soprattutto, queste esperienze sono segni che possono insegnarci a leggere la realtà in un altro modo, con meno paura.
Insomma, ci sarebbero tante parole da dire... 
La ringrazio dell'attenzione e per questa volta, auguro io a lei Buongiorno. Patrizia Pezzuolo”.

... perché tutti hanno il diritto di godere 
di un po' di felicità.
Le immagini che accompagnano la lettera sono quelle di Banksy, noto e impegnato artista della street art.

Chiunque, tra gli amici o le persone interessate, voglia seguire le nostre pubblicazioni sul blog e ricevere l’avviso tramite facebook, può cliccare sul mi piace della pagina Persona e Comunità di facebook e, nella tendina che si apre, sul “ricevi le notifiche”. Grazie a tutti.

mercoledì 14 gennaio 2015

Lettera dei professori di Parigi riguardo ai fatti di Charlie Hebdo.





Nella Francia ... 
cuore dell'Europa ...
Questa mattina di buon’ora mia moglie ed io siamo andati a caccia, un po’ in tutte le giornalerie, di una copia de “Il Fatto Quotidiano” e  dell’inserto “Charlie Hebdo”. Niente da fare: tutto esaurito. Prima di noi tantissime persone si erano precipitate ad assicurarsi una copia. Sarebbe interessante sviscerare il perché e che cosa questa corsa all’acquisto possa significare.

La copertina del numero di Charlie Hebdo uscito oggi: 
Maometto in lacrime con il noto cartello tra le mani.
Poi, mentre tra una sosta e l’altra ascoltavamo, come ogni mattina,  radio rai 3, ecco che salta fuori la lettera dei professori di Seine-Saint-Denis, la periferia di Parigi, pubblicata da Le Monde e che rai 3 "Pagina3" traduce per gli ascoltatori, rinviando poi alla versione riportata sul blog della genovese Claudia Vago. Allora abbiamo capito che era tempo perso  ricercare ancora, era invece  urgente e necessario fare propri gli stringenti interrogativi della lettera e cercare risposte, ognuno di noi  con le sue responsabilità, i suoi limiti ed il suo ruolo sociale.
 
La forza della cultura per opporsi all'orrore.
La rilevanza di questa lettera - riguardo ai fatti tragici di Parigi - è tutta nello scoperchiare il vaso di Pandora, nel presentare impietosamente il nodo fondamentale: come è stato possibile che questi giovani nati in Francia, vissuti in Francia, giovani che parlano francese, che sono andati a scuola in Francia... come è stato possibile che proprio questi siano diventati preda di culture di morte?

Come è stato possibile?
Perché la scuola, l’educazione, la società francese (ma anche la nostra) non hanno saputo trasmettere i valori di una cultura alta come quella maturata nel nostro Occidente?  Forse questi valori si sono svuotati? Sono dati per scontati? Sono deboli? Come è possibile che questi giovani abbraccino un pensiero fondamentalista e integralista dopo aver respirato la cultura occidentale di libertà e di tolleranza?


Il prezzo antico e nuovo della libertà...
Debbono prevalere il dolore e la rabbia oppure la vergogna e la collera?  Quando, a cominciare dalla classe politica, capiremo “che la virtù si insegna solo attraverso l’esempio”?.

Si possono abbattere le teste, non le idee... 
Ne riportiamo, con la traduzione sopra citata, le  sequenze che ci sono parse più significative, lasciando ad ognuno la responsabilità del pensare:

Il coraggio di questa lettera 
può far pensare tutti noi...
“Siamo professori di Seine-Saint-Denis.[…] Quelli di Charlie Hebdo ci facevano ridere; condividevamo i loro valori. In questo, l’attentato ci colpisce. Anche se alcuni di noi non hanno mai avuto il coraggio di tanta insolenza, noi siamo feriti. Noi siamo Charlie per questo. Ma facciamo lo sforzo di un cambio di punto di vista, e proviamo a guardarci come ci guardano i nostri studenti. Siamo ben vestiti, ben curati, indossiamo scarpe comode, siamo al di là di quelle contingenze materiali che fanno sì che noi non sbaviamo sugli oggetti di consumo che fanno sognare i nostri studenti: se non li possediamo è forse anche perché potremmo avere i mezzi per possederli. Andiamo in vacanza, viviamo in mezzo ai libri, frequentiamo persone cortesi e raffinate, eleganti e colte. Consideriamo un dato acquisito che La libertà che guida il popolo e Candido fanno parte del patrimonio dell’umanità. Ci direte che l’universale è di diritto e non di fatto e che molti abitanti del pianeta non conoscono Voltaire? Che banda di ignoranti… […] 
 
Per riprendere in mano la penna, con efficacia, 
è necessario un serio esame di autocritica.
Se i crimini perpetrati da questi assassini sono odiosi, ciò che è terribile è che essi parlano francese, con l’accento dei giovani di periferia. Questi due assassini sono come i nostri studenti. Il trauma, per noi, sta anche nel sentire quella voce, quell’accento, quelle parole. Ecco cosa ci ha fatti sentire responsabili. Ovviamente, non noi personalmente: ecco cosa diranno i nostri amici che ammirano il nostro impegno quotidiano. Ma che nessuno qui venga a dirci che con tutto quello che facciamo siamo sdoganati da questa responsabilità. Noi, cioè i funzionari di uno Stato inadempiente, noi, i professori di una scuola che ha lasciato quei due e molti altri ai lati della strada dei valori repubblicani, noi, cittadini francesi che passiamo il tempo a lamentarci dell’aumento delle tasse, noi contribuenti che approfittiamo di ogni scudo fiscale quando possiamo, noi che abbiamo lasciato l’individuo vincere sul collettivo, noi che non facciamo politica o prendiamo in giro coloro che la fanno, ecc. : noi siamo responsabili di questa situazione.

Siamo responsabili di questa situazione...
Quelli di Charlie Hebdo erano i nostri fratelli: li piangiamo come tali. I loro assassini erano orfani, in affidamento: pupilli della nazione, figli di Francia. I nostri figli hanno quindi ucciso i nostri fratelli. Tragedia.[…] Allora, noi diciamo la nostra vergogna. Vergogna e collera: ecco una situazione psicologica ben più scomoda che il dolore e la rabbia. Se proviamo dolore e rabbia possiamo accusare gli altri. Ma come fare quando si prova vergogna e si è in collera verso gli assassini, ma anche verso se stessi? Nessuno, nei media, parla di questa vergogna. Nessuno sembra volersene assumere la responsabilità.
 
Siamo responsabili 
per non aver impedito la manipolazione...
Quella di uno Stato che lascia degli imbecilli e degli psicotici marcire in prigione e diventare il giocattolo di manipolatori perversi, quella di una scuola che viene privata di mezzi e di sostegno, quella di una politica urbanistica che rinchiude gli schiavi (senza documenti, senza tessera elettorale, senza nome, senza denti) in cloache di periferia. Quella di una classe politica che non ha capito che la virtù si insegna solo attraverso l’esempio.[…] Quelli che li hanno uccisi sono figli della Francia.

Siamo responsabili 
della nostra incapacità di incidere nell'educazione...
Allora, apriamo gli occhi sulla situazione, per capire come siamo arrivati qua, per agire e costruire una società laica e colta, più giusta, più libera, più uguale, più fraterna. «Nous sommes Charlie», possiamo appuntarci sul risvolto della giacca. Ma affermare solidarietà alle vittime non ci esenterà della responsabilità collettiva di questo delitto. Noi siamo anche i genitori dei tre assassini.


Grazie ai professori che hanno usato la penna 
per scrivere questa lettera a tutti noi.

Chi desidera intervenire può andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail.

mercoledì 11 giugno 2014

Dialogo con la gioventù ferita e indignata.



Ci sono giovani che si ostinano 
a non essere indifferenti...
Qualche giorno fa un giovane ventenne  così scriveva su questo blog: 
Non riesco ad accettare il fatto che la politica sia una cosa così viziata. La politica è un'attività di cui ogni persona dovrebbe interessarsi, è un aspetto fondamentale che pone in essere la persona nelle sue relazioni con i suoi simili e il mondo che la circonda. […] Ritengo che la politica sia molto lontana dai giovani, perché come giovani non abbiamo le stesse possibilità materiali che hanno gli adulti e quindi non possiamo essere presi in considerazione perché è in nostra possibilità proporre solo idee, prospettive nuove che tanto scomodano il vecchio così ben radicato e consolidato. ...
Giovani che vorrebbero sognare 
e avere voce....

Giovani che non accettano 
il cinismo di tanti adulti...
 ...Si ha paura del nuovo perché si hanno poche garanzie (mai lasciare la strada vecchia per quella nuova). E' anche vero che i giovani di oggi sempre più raramente hanno passione e formazione per essere delle persone critiche sulla politica. L'istruzione è stata declassata, vengono proposti sballi e non più divertimenti per riempire il tempo libero dei giovani, per indurli a non pensare, perché sembra che sia per tutti meglio il fatto che le cose non cambino, oppure non vogliamo prenderci le responsabilità necessarie a farle cambiare, e pur di non sporcarci le mani accettiamo tutto. ...
Giovani che si rendono conto...
...giovani che hanno una percezione molto forte 
del disorientamento del mondo adulto...
Altri giovani... che, invece, stanno affogando...
nello sballo... nello stordimento...
... Mi hanno sempre insegnato che le cose si cambiano proponendosi in maniera attiva e propositiva e non semplicemente criticando in maniera non collaborativa. Noi giovani abbiamo bisogno del supporto dei più grandi per osare ed esprimere le nostre idee. Abbiamo bisogno perché parliamo un linguaggio diverso che spesso non ci permette di comunicare, creando di fatto stratificazioni all'interno della società che favoriscono solo i seminatori di zizzania. Noi giovani siamo ancora capaci di sognare, ma è davvero scoraggiante provare a portare avanti i sogni, resistono solo i sognatori più convinti, ma oggi non è più sufficiente. ...
Giovani che rischiano 
di perdere ogni speranza...
 ... Abbiamo bisogno noi giovani di sapere che voi adulti vi fidate di noi e non che ogni volta ci si trovi di fronte alla necessità di guadagnarsi una gentile concessione di fiducia, che sfinisce le nostre energie ancor prima di aver incominciato a proporre i nostri sogni, le nostre idee. La speranza è sempre l'ultima a morire, e non è davvero solo un proverbio, ma credo che la fiducia sia la moneta che deve circolare in abbondanza per creare una buona rete di relazioni tra le persone e quindi la politica”. 

Giovani che chiedono 
verità e fiducia...


Riflessioni su questo intervento...



Un atto di denuncia ma anche di annuncio. Non so  quanti giovani egli rappresenti con la sua rabbia, le sue aspettative deluse, ma ancor più con la sua speranza per quanto amara, la sua invocazione di fiducia, il suo bisogno di non sentirsi espropriato dei propri sogni e del proprio futuro.
Giovani che vorrebbero 
avere un futuro...
Quali risposte possiamo offrirgli  noi adulti ed anziani che non contiamo nulla, che non abbiamo alcun potere, se non la nostra parola, la nostra intelligenza ed il nostro testardo impegno perché tutti, in primis i giovani, possano esercitare il diritto-dovere costituzionale di  cittadinanza attiva?
Come possiamo intervenire 
noi adulti?
Offrire ciò che chiede: fiducia. Lasciamo ai parlamentari seri, giovani e adulti, varare le giuste norme giuridiche che ridiano fiducia ai giovani e facciano una radicale ripulitura della scandalosa corruttela, sperando che i giovani  rappresentati da Renzi (anche se non è di primo pelo…)  ed i vecchi come Napolitano facciano ciò che deve essere fatto. Ognuno di noi può invece intervenire in  famiglia, nella scuola, nella comunità locale,  ossia in quelle realtà a nostra portata che quotidianamente viviamo e nelle quali possiamo agire.
Il compito di ridare fiducia 
è affidato ad ognuno di noi...
Non è un’impresa facile: i giovani non sono un mondo a se stante, sono immersi nel mondo “liquido” degli adulti, di cui subiscono pregi e difetti, condizioni, contraddizioni. Ogni giorno siamo sopraffatti dalla  spudorata corruzione dilagante, dall’arroganza gerontocratica del potere, dalla disoccupazione giovanile e non solo giovanile, dall’insicurezza permanente, da un’istruzione azzoppata di una “generazione dei monosillabi”, da un tempo libero reso sempre più alienato ed alienante, dalla solitudine  di tante persone, dall’incomunicabilità di insormontabili distanze generazionali. Altro che adulti maestri e testimoni coerenti, figure esemplari, forti ed autorevoli! E’ più che comprensibile la diffidenza dei giovani nei riguardi degli  adulti, che non trasmettono speranza  e nel contempo si lamentano che i giovani non sanno progettare nè guardare a quel futuro di cui sono stati deprivati proprio dagli adulti.
Non è un'impresa facile... 
in un tempo di "crisi" non solo economica...
Eppure questo giovane non accetta di  dare per scontato il conflitto generazionale, per quanto da lui rabbiosamente vissuto sulla propria pelle.  La giovinezza non è in sé una virtù, piuttosto un'opportunità, e la vecchiaia non è una colpa maledetta, piuttosto una diversa altra opportunità. Oggi  ci vuole coraggio  ad essere giovani ed anziani: anziani mai rassegnati, che intendono continuare a testimoniare la volontà di  rendere migliore il mondo; giovani consapevoli e capaci di decisioni radicali e totali  in rapporto  all’intera esistenza,  persone libere che non tollerano  di sottomettersi al ”sono come tu mi vuoi”.
Non è facile ristabilire il giusto rapporto 
tra adulti e giovani...
C’è comunione tra  molti giovani e tanti adulti: certo, non tutti i giovani  e  non tutti gli adulti. Ma proprio in questi giorni 30.000 ragazzi hanno detto “Sì” con coraggio: sono gli scouts italiani, Rover e Scolte, pronti a mettersi in gioco per migliorare il nostro territorio, per costruire un futuro migliore, partendo da un presente accessibile a tutti".

Non è facile rimettersi in discussione... 
in dialogo...
Liberiamoci insieme  da due tentazioni: l’immobilismo  tracotante dei “vecchi”, spesso mascherato dietro un patetico giovanilismo; l’arroganza ignorante dei "giovani" senza memoria, senza conoscenza e consapevolezza critica del passato, persi nello sballo e nella dissipazione di un fantomatico fasullo tempo reale che irreparabilmente fugge a loro insaputa, lasciandoli svuotati. Perché il tempo tutto spiana   e risolve: i vecchi una volta erano giovani ed  i giovani tra un po’ diventeranno vecchi;  le fratture generazionali sono  girandole  di un teatrino sempre dejà vu e i disincanti, le occasioni mancate, la vita sprecata o, viceversa, i sogni e le speranze della gioventù poi ce li ritroviamo tutti, amplificati,  nella vecchiaia.
... in un atteggiamento 
di fiducia reciproca...
Parliamo di fiducia reciproca. La  modalità conflittuale seppellisce il rapporto fiduciario alla base della convivenza sociale. Senza fiducia reciproca, risorsa sociale indispensabile, non c’è speranza e non si fa niente.  Senza primario reciproco riconoscimento di fiducia, senza una necessaria complementarietà non  possiamo vivere, respirare, muoverci  in questo mondo, lavorare, amare, vivere la quotidianità.
Facciamo percepire ai giovani ed agli studenti che possono   trovare nella loro città, nella loro scuola persone adulte che ”scommettono” su di loro,  li responsabilizzano, insieme a loro creano le condizioni perché possano venire allo scoperto, avere voce e parola, incrementare la nostra  e la loro speranza. Percorriamo insieme questo sentiero tutto in salita, per produrre e moltiplicare fiducia, per ritrovare insieme il gusto di accogliere le nostre diversità. Qualcuno deve fare il primo gesto ed il primo passo:  non possiamo non essere noi adulti.  Ho speranza che qui ad Albenga con il nuovo Sindaco ciò possa verificarsi, anche con l’accelerazione dei tempi.  Si può costruire insieme una società inclusiva e capace di fare spazio ai giovani, senza sbarazzarsi degli "anziani", del loro sapere e delle esperienze accumulate negli anni, radicandosi nella storia e nella memoria.
Per costruire insieme una città inclusiva, 
capace di dare spazio a tutti 
e, in particolare, ai giovani.
Quando lavoravo nella scuola vivevo il rapporto docenti-giovani studenti  come un turbine di dare e ricevere,  sbagliare e correggersi, crescere insieme ognuno con i suoi compiti, provare insieme l'emozione dell'apprendimento e dell'insegnamento, sognare e far sognare, dirsi sinceramente la verità, ferirsi anche ma poi per-donarsi reciprocamente: che è quel che succede quando ci si incontra per davvero e niente resta più come prima. Anche per questo ho di quegli anni nostalgia (non rimpianto, perchè la vita continua ed è sempre bella).


Tutte le immagini riproducono vignette satiriche del celebre fumettista e disegnatore Francesco Tullio Altan (Treviso 1942), collaboratore di riviste  quali L'Espresso e Panorama e del quotidiano La Repubblica.


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