Iscriviti ai Feed Aggiungimi su Facebook Seguimi su Twitter Aggiungimi su Google+ Seguici tramite mail

Per alcune aree tematiche cliccare sulle immagini.

tag foto 1 tag foto 2 tag foto 3 tag foto 4 tag foto 5 tag foto 6 tag foto 7 tag foto 8 tag foto 9 tag foto 10 tag foto 10

venerdì 29 agosto 2014

E' bene avere segreti? Leggendo Claudio Magris.

Post di Rossana Rolando.

Nei miei vagabondaggi in libreria “ho incontrato” un libretto sottile sottile, dal titolo Segreti e no. Una mia cara amica e collega dice proprio così: i libri ti vengono incontro, non sei tu che li scegli, ti scelgono loro. E’ un libretto di Claudio Magris – noto scrittore e intellettuale triestino - edito da Bompiani nel gennaio 2014.

Un piccolo libro...
... di Claudio Magris...
Mi ha intrigato il tema e ho quindi avvicinato il libro con in testa una serie di pensieri e di domande, con una mia “pre–comprensione”. Come sostiene Gadamer, ciascuno di noi si accosta ad una pagina scritta con le proprie attese, i propri interessi, interrogativi e preconcetti, quelli che abbiamo acquisito nella nostra storia e che fanno parte della nostra identità, salvo poi  sostituirli con concetti più adeguati a mano a mano che la nostra lettura procede.

... sul segreto.
(J.W.Waterhouse, La sfera di cristallo)
Per farla breve, provo a scrivere le domande con le quali ho avvicinato questo libro e le risposte che ho trovato. Alla fine della lettura – come accade in ogni vero incontro – avrò portato con me qualcosa di nuovo.
Anzitutto, prima di iniziare a leggere, mi chiedo questo: oggi, nel tempo in cui siamo rintracciabili in ogni luogo, attraverso i telefonini, le carte di credito, i social network … nel tempo del Grande Fratello … si può ancora ragionevolmente parlare di una dimensione segreta della nostra vita?

Esiste una dimensione segreta? 
(J.W.Waterhouse, Psiche 
apre la scatola d'oro)
Inizio a leggere e capisco che Magris è convinto che si possa e si debba parlare di questo, del segreto della vita individuale, sostenendo le ragioni di chi rivendica  “il diritto all’opacità, a non essere passato da parte a parte, nel profondo del suo essere e del suo sentire, dai raggi X di alcuna conoscenza globale …” (pp. 35-36).
Però penso …  siamo sicuri che questo segreto esista sul serio? Il problema è se c’è veramente qualcosa di nascosto nelle persone e in noi o il segreto è semplicemente una cosa non detta, una stanza buia non ancora illuminata? In altre parole – mi domando - il segreto è nella natura delle cose o è una nostra costruzione?

... o il segreto è 
una nostra costruzione? ... 
(J.W.Waterhouse, Tisbe)
E, nel libro, un po’ più avanti trovo scritto questo:  “Il mondo è pieno di sorprese e di segreti. Crediamo di conoscere chi ci vive accanto, ma il tempo porta con sé molte più incognite che certezze e in proporzione si sa sempre di meno, con il tempo si allarga la zona d’ombra” (p. 42).
Proprio in questi giorni sento riparlare di un presunto patto segreto (il patto del Nazareno) e se rifletto sulla storia tanti sono stati i segreti coperti dalla ragion di stato. Nelle pagine iniziali del libro Claudio Magris si riferisce ai segreti della politica, a personalità  inquietanti come quelle di Hitler e di Stalin e afferma questo: “I grandi despoti, i tiranni totalitari – in quanto detentori di un potere che si estende all’intera sfera dell’esistenza, alla totalità – sono sempre avvolti da un cupo alone di mistero, di arcano, di segreto” (p. 14)

Il potere si circonda di segreti...
(J.W.Waterhouse, I favoriti 
dell'imperatore Onorio)
Quindi – penso tra me e me - il segreto può avere un volto opprimente, può essere uno strumento del potere difficile da smascherare. E Magris aggiunge: “I segreti sull’assassinio di Kennedy, su tante stragi che hanno insanguinato l’Italia negli anni settanta, su Ustica e così via, verranno alla luce quando non avrà più importanza, almeno per quel che riguarda l’esercizio del potere, conoscere la verità” (p. 20).

... ma il segreto di cui si parla 
è quello della persona ... 
(J.W.Waterhouse, Destino)
Ora il campo è sgombro da equivoci: il libro non intende elogiare i segreti politici, ma vuole difendere solo quei segreti che riguardano la vita della persona. Proprio quello che mi interessa. Torno però a dubitare. Il tempo in cui viviamo è quello dei sentimenti sbandierati, delle emozioni messe in piazza, del “nudismo psicologico”, dell’esibizione narcisistica … Come possiamo essere capaci di salvaguardare una sfera di segretezza? E poi ci interessa davvero? 

...nel tempo dell'esibizione narcisistica ... 
(J.W.Waterhouse, Eco e Narciso)
Secondo Magris, se capisco bene quello che vuole sostenere, c’è un arcano in noi che resiste ad ogni esteriorizzazione: “il segreto del nostro stesso cuore ignoto a noi stessi” (p. 33). E c’è una dimensione di segretezza che va coltivata per  difendere “la dignità della persona e della sua intimità, della sua verità interiore” (p.49). A sostegno di questa tesi trovo questo bellissimo aneddoto a pagina 50: “Ricordo che una volta, in un colloquio con alcuni carcerati condannati a lunghe pene per gravi reati commessi, uno mi disse che anch’egli scriveva, ma che c’era una grande differenza tra noi due, perché io scrivevo per pubblicare, per rendere noto ciò che scrivevo ovvero i miei pensieri e sentimenti, mentre lui – e altri come lui – scriveva per avere, in quella prigione in cui ogni dettaglio della sua vita era controllato, qualcosa di suo e solo suo, che nessuno poteva frugare”.

...un luogo in cui nessuno 
può frugare ...
(J.W.Waterhouse, Diogene)
Non mi dispiace questa idea di un mondo segreto, inaccessibile anche a noi stessi, questo pensiero di un'identità profonda, di una libertà da preservare. Ma -  mi chiedo ancora -  avere segreti non segna una distanza nel rapporto con gli altri? Non è sintomo di scarsa trasparenza, di doppiezza? E lì trovo la risposta più originale, quella che mi sorprende di più: “Tacere la verità, il segreto, può essere anche generoso, se le persone che conservano segreti per molto tempo non lo fanno solo per proteggere se stesse, ma anche per proteggere gli altri, per conservare amicizie o amori, per rendere loro la vita più tollerabile o per sollevarli da un’angoscia”.

... un segreto che non separa dagli altri...
(J.W.Waterhouse, 
Un racconto del Decamerone)
Certo è un ribaltamento di prospettiva. Tacere la verità può essere segno di protezione nei confronti dell'altro. Avere rapporti autentici non vuol dire necessariamente dire sempre e totalmente la verità. Mentre rimugino queste cose mi sembra di raggiungere il cuore del problema ovvero capire qual è il confine tra tacere la verità e dire il falso. Fino a che punto si può tacere senza cadere nella finzione, nella falsità? Certo Magris si è posto questo interrogativo, perché a un certo punto trovo scritto questo: “Se simulare comunica il falso, dissimulare può essere un modo non di falsificare la verità, bensì di rispettare il suo pudore. Non apre cassetti che potrebbero esplodere distruttivi, ma lascia che il loro potenziale esplosivo si disinneschi poco a poco, senza portare precipitosamente alla rovina” (p. 44).

... un segreto che non allontana...
(J.W.Waterhouse, Apollo e Dafne)
Però – continuo a pensare - ci sono rapporti così intimi e totalizzanti da richiedere una piena  trasparenza, un affidarsi senza timore all'altro, un denudarsi di fronte all'altro. Penso per esempio al rapporto di coppia. E qui, ancora una volta, Magris mi stupisce con una risposta sulla quale mi riservo di riflettere: “In particolare, forse ogni rapporto a due – e per eccellenza quello di convivenza amorosa – ha bisogno, nei momenti di incomprensione e di scontro, di una dose non eccessiva di dissimulazione piuttosto che degli sfoghi laceranti cui ci ha abituati tanta letteratura sui conflitti coniugali, in cui la verità annidata nel cuore – o meglio quella rancorosa lontananza che si crede definitiva e talora è invece solo provvisoria – si distorce e si falsifica nella declamazione del risentimento, magari inconsistente ma, se sbandierato, ormai irreparabile” (pp. 44-45).
Non so bene cosa pensare...

....nei momenti di incomprensione...
(J.W.Waterhouse, La tempesta)
Verso il termine della lettura mi domando se questo discorso possa valere anche per la vita, per il mondo … Nel tempo della secolarizzazione in cui sembra essere venuto meno il senso del Mistero, di un segreto ultimo della vita e della morte … nel tempo della scienza, della tecnologia … nel tempo demitizzato del mondo disincantato … ha ancora senso parlare di una dimensione segreta e inaccessibile?
Lo vorrei chiedere a Magris e al lettore immaginario di questo blog che certo si sarà fatto le sue idee e saprà meglio di me rispondere.

Quanti segreti oltre la porta? 
(J.W.Waterhouse, 
Psiche apre la porta 
del giardino di Cupido)
Intanto lascio a tutti questa bella citazione che trovo al termine del libro:

“Esistono segreti che il cuore non può rivelare alle labbra
e finiscono nella tomba.
I salici ne mormorano, i corvi ne gracchiano,
le pietre tombali parlano di essi silenziosamente,
nel linguaggio della pietra.
I morti risorgeranno un giorno, ma i loro segreti rimarranno
all’Onnipotente e al Suo Giudizio
sino alla fine di tutte le generazioni” 
(Singer, Taibele e il suo demone)


Chi desidera intervenire può andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail.


domenica 24 agosto 2014

L'Amicizia, bene raro da custodire.

A tutti coloro 
che coltivano l'Amicizia

Nel nostro ultimo viaggio a Firenze abbiamo visitato la mostra dedicata al Pontormo e al Rosso Fiorentino, due pittori del manierismo cinquecentesco, entrambi provenienti dalla scuola di Andrea del Sarto. Ricordiamo questa mostra, rimasta aperta fino al 20 luglio, presso Palazzo Strozzi, per la qualità e la bellezza delle opere esposte.
In questo post vorremmo provare a parlare di un tema che ci sta a cuore – il tema dell’Amicizia – proprio a partire da un’opera del Pontormo (Jacopo Carrucci, detto il Pontormo, 1494-1557) da cui siamo rimasti molto colpiti: la Visitazione di Carmignano, un dipinto che ha come protagoniste Maria ad Elisabetta.
 
Lo sfondo delle amicizie. 
Nel quadro: non c’è uno sfondo preciso. Probabilmente una via cittadina, avvolta nell’oscurità … non proporzionata rispetto alle figure che risaltano in primo piano. La scena scelta dal Pontormo richiama alla mente le piazze di Giorgio De Chirico e della pittura metafisica, paesaggi che ci collocano al di là del tempo e dello spazio.

sabato 23 agosto 2014

La povertà non si rivela se non a colui che la vuole sopprimere.



La povertà è tema che ha occupato 
grandi uomini...
... tema che papa Francesco 
ha riportato al centro della riflessione ecclesiale...
Bisognerebbe che in ogni città, Albenga compresa, i media aprissero  una regolare e periodica ”cronaca degli schiacciati”, per avvicinarci alle situazioni concrete, conoscere i fenomeni sociali emergenti, possedere un quadro di riferimento non troppo approssimativo, ascoltare le riflessioni e testimonianze degli operatori sociali, prendere atto che la povertà si va presentando drammaticamente con molti volti inediti e nuovi.

...dei poveri si è occupata 
la pedagogia...
E poi, decidere di uscire dall’indifferenza scoperta o mascherata, sollecitare interventi in modo sinergico (v. le proposte di Pierpaolo) e scorticarci almeno un po’ le mani.  In concreto che cosa possiamo fare noi semplici cittadini per contrastare in qualche modo la povertà?

... per i poveri è stata pensata 
la teologia della liberazione...
Parlo naturalmente per me, mia moglie, i miei amici e tutti coloro che possono e vogliono condividere orizzonti di vita aperti.
- Per prima cosa bandire l’indifferenza, atteggiamento che non solo designa la mancanza di partecipazione emotiva, ma linsignificanza di persone, valori, cose, che non importano affatto. In-differenza è il non-volere-sapere con cui una persona allontana da sé istanze che esigono coinvolgimento e partecipazione.

... la povertà è stata oggetto 
della grande letteratura...
Non si tratta di cercare di commuovere, piuttosto di “fare entrare a forza nelle nostre preoccupazioni quotidiane la presenza permanente della ingiustizia e della sventura” (Mounier).

... e della letteratura ripresa 
dalla cinematografia...
Scriveva P. RICOEUR che non è possibile essere con i poveri se non essendo contro la povertà e che la povertà non si rivela se non a colui che la vuole sopprimere.

... la povertà è stata rappresentata 
nell'arte...
Di fatto ognuno di noi nel suo comportamento quotidiano nei riguardi della povertà patisce un fastidio permanente nel perseguimento legittimo, per sé ed i propri cari, della sicurezza non solo economica, ma anche sociale e culturale. E’ un’operazione scabrosa: la povertà sfugge se non si vive lo scandalo della povertà.

... la povertà appartiene 
alla storia...
Essere con i poveri per noi che non siamo della loro comunità è possibile solo se si rimane per sempre feriti dall’esperienza della loro povertà, se si è presi rivoltati rovesciati, chiamati in causa. Senza mai dimenticare che i poveri non hanno solo privazioni ma anche molti valori, desideri, idee da offrire.
... la povertà ha coinvolto
la riflessione filosofica...
- Le formule pratiche, le possibilità concrete vanno trovate con la propria riflessione, il proprio impegno, la capacità di ascolto e di comprensione delle situazioni e degli uomini, il coraggio di saper andare controcorrente, di sfidare il conformismo di chi sta bene e forse anche l’incomprensione di chi sta male.

... la povertà ha mosso 
grandi artisti...
- E poi l’atteggiamento di solidarietà consapevole che Pierpaolo ha illustrato in modo puntuale e concreto. Sono anch’io d’accordo che in questo i singoli cittadini, le associazioni e le scuole ingaune non sono seconde a nessuno: è un mondo tanto silenzioso quanto indispensabile, costituito da persone che dedicano parte del proprio tempo, delle proprie competenze e risorse personali per intervenire sulla realtà territoriale (e non solo).

... la povertà ha interrogato 
e interroga la politica...
E’dunque in Albenga una preziosa risorsa che il territorio dovrebbe incentivare nella formulazione di politiche di contrasto alla povertà, ovviamente non in sostituzione dei servizi pubblici ma a loro supporto ed integrazione. Il volontariato è l’espressione più coerente della solidarietà tra generazioni e dell’appartenenza alla comunità; è partecipazione alla vita della collettività senza cadere nell’acritica sottomissione a decisioni politiche prese in altre sedi; è un modo per riconoscere che la nostra società presenta zone d’ombra, sacche di povertà e di esclusione sociale che spesso non si vedono ma che non possono essere ignorate.

... alla povertà è sensibile
il volontariato ...
Soprattutto ha una profonda valenza culturale: è dono gratuito, senza reciprocità. La gratuità è modalità relazionale ricca, complessa, anche paradossale, come l’amicizia, la fiducia, l’ospitalità, assumersi responsabilità, prendersi cura dell’altro.

...la povertà spinge ad una riflessione 
su modelli alternativi di convivenza...
Perché si dona? Perché il dono e il suo linguaggio appartengono al nostro mondo, perché sono indispensabili ad orientare il senso complessivo del lavoro sociale, perché fanno parte “dell’armamentario dei concetti che servono ad elaborare un modello critico e alternativo a quello del mercato” (GODBOUT) ed infine perché “non si dona per ricevere, si dona perché l’altro doni” (LEFORT).

... sulle tracce del pensiero 
di Paul Ricoeur.

Si consiglia di mettere in pausa la musica del blog 
prima di avviare il video.
          


Chi desidera intervenire può andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail.