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mercoledì 30 marzo 2016

La mutazione del tempo in "non ho tempo". Illustrazioni di Shout.

“…amare qualcuno significa dargli tempo, attenderlo, avere tempo per lui o per lei. […] Così, ad esempio, educare significa aprire la possibilità di un tempo sensato a chi cresce; perdonare significa rigenerare il tempo di una relazione che era morta” (Roberto Mancini, Sperare con tutti, Qiqajon, p.24).

(La percezione del tempo)
Alessandro Gottardo,
Shout
Tutti noi passiamo buona parte del nostro tempo a dire  “NON HO TEMPO” come se “il tempo reale” fosse congelato sine die e non fosse inesorabilmente in divenire. Il paradossale “non ho tempo” è come il condensato del nostro comune vissuto nella costante percezione della sproporzione tra il tempo che abbiamo e le sempre più numerose opportunità, pressanti scadenze ed incombenti urgenze che ci incalzano.
Eppure il nostro vivere dovrebbe consistere proprio nell’avere tempo. Sono i morti che non hanno più tempo.
(La linea del tempo)
Alessandro Gottardo,
 Shout
Nulla riesce a fermare il tempo nel suo inesorabile ed implacabile trascorrere, nel suo muto linguaggio di finitezza. Fugit irreparabile tempus. Non possiamo sfuggire al suo dominio né tanto meno dominarlo, per quanto ci paia intollerabile un tempo noncurante ed indifferente alle nostre singole vite, impietoso di fronte al trascorrere di  ogni vicenda umana. Eppure la temporalità è determinazione essenziale dell’essere umano, insieme dono e compito. Porre un realistico rapporto tra vita  ed aspettativa è condizione per giungere alla  comprensione di noi stessi e possedere davvero la nostra esistenza.

sabato 26 marzo 2016

Resurrezione, Piero della Francesca. Lettura di M. Cacciari.

Su Massimo Cacciari 
e le opere pittoriche “estreme”
il post
Piero della Francesca, 
Resurrezione, particolare
Spazio religioso e contemporaneità.
La Resurrezione di Piero della Francesca è un affresco della metà del Quattrocento – conservato nel Museo civico di Sansepolcro - che ha suscitato nel tempo fiumi di interpretazioni e riflessioni. Come per il Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck, vorrei affidarmi alla coinvolgente ricostruzione di Massimo Cacciari. Nel dipinto di Sansepolcro - considerato anch’esso “estremo”, in quanto visione capace di farsi evento, luogo in cui la verità accade, spazio di una possibile rivelazione del Logos…. - Cacciari ci sollecita a penetrare nei segreti del messaggio pittorico con una lettura di grande intensità, capace di svelare qualcosa del rapporto tra spazio religioso e contemporaneità. 

Piero della Francesca, Resurrezione.
Breve descrizione e significato dell’affresco.
C’è un Cristo enorme che esce dalla tomba con una postura solenne, con i vessilli crociati della vittoria. C’è uno schema geometrico che risponde ad un ordine superiore. C’è una natura che si inchina all’avvenimento, al prima e al poi (a sinistra invernale e spoglia, a destra estiva, rinata a nuova vita). C’è l’evento immenso della Resurrezione. Non è più la Croce, la dolorosa assunzione di tutto il male e il peccato dell’umanità, ma l’offerta della Redenzione. La Promessa si è realizzata, tutto è avvenuto secondo quanto preannunciato. Questo vuole essere il messaggio dell'affresco. Questo e soltanto questo? Piero della Francesca intende comunicarci la gioia trionfale della Resurrezione?

giovedì 24 marzo 2016

L'enigma di Giuda, letture possibili. Video.

Ripubblichiamo un nostro post del 1/4/2015
sulla figura di Giuda.

Il suicidio di Giuda 
(Autun, Rappresentazione medievale)
Anonimo, XII secolo, 
Il bacio di Giuda.
 “Non è facile affidarsi alla misericordia di Dio perché quello è un abisso incomprensibile.[…]
 La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi
decide di essere coerente,
la morale cristiana è la risposta commossa di fronte a una
misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta”
secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce,
 conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso”
(Papa Francesco).

Cimabue (1240-1302), 
Il bacio di Giuda.
“Un giorno un  santo entra per la prima volta nel Paradiso
e siccome sa  che la Vita Eterna è una Cena con Dio,
non fa nessuna meraviglia di essere invitato a sedersi a tavola. Tutto il Paradiso è seduto a tavola, ma la cena non comincia.
 Dopo un po’ il santo nuovo arrivato azzarda:
“Ma quando si comincia a mangiare?”
 Ed il Signore risponde:
Non si comincia a mangiare fino a che non sia arrivato Giuda”.
 (Racconto di Don  Giovanni Debernardi (1907-1975),
citato da  Don A. S. Bessone in Prediche della domenica).

Giotto, (1267-1337),
Il bacio di Giuda.

All'inizio del Triduo Pasquale della Settimana Santa, mi è venuto istintivo meditare sull’enigma  Giuda  (“il traditore”, “colui che tradì”) e riflettere su alcune letture a me care.
 
Duccio di Buoninsegna (1255-1319), 
Patto di Giuda, retro della Maestà.
Giotto (1267-1337), 
Giuda viene pagato per il suo tradimento.
1. Don Angelo Stefano Bessone, studioso biellese e soprattutto profondo e schivo testimone di vita sacerdotale e cristiana, le cui omelie domenicali ti scavano dentro quasi a costringerti all’urgenza della tua conversione, ha dedicato a Giuda una sua riflessione raccolta in Prediche della Domenica (anno A, Tipografia Ferraro, Ivrea, 1993, pagg.111-114). Giuda, nostro fratello, fratello di Simon Pietro (che tre volte  ha rinnegato Cristo), è una dodicesima parte della Chiesa, ma anche una dodicesima parte di noi stessi: “è quello che sarebbero stati gli altri undici, se avessero disperato del perdono di Gesù”. Ma se la chiesa impegna la sua infallibilità per affermare che un uomo è in paradiso, non si impegna affatto per dichiarare che un uomo è perduto, all’inferno, “anche se perdersi è una reale possibilità dell’uomo”. E conclude con la  parabola sopra riportata.

Pietro Lorenzetti (1280-1348), 
Giuda impiccato.

martedì 22 marzo 2016

Forme di Cristianesimo: presenza, mediazione, paradosso.

Sul tema dei volti in Italo Mancini 
post 
 
Benozzo Gozzoli, 
Lorenzo il Magnifico, bambino
(Palazzo Medici Riccardi, Firenze)
C'è una dolcezza nella luce/E gli occhi vedono/Felici il sole
L’uomo di lunga vita/Tra i piaceri di tutti i suoi anni/Tanto più penserà/Ai giorni della Tenebra infiniti
Tutto passa in un soffio/Ragazzo goditi la giovinezza/Va’! dove va il tuo cuore/E dove va lo sguardo dei tuoi occhi
Ma sappi che per tutto/ Dio ti giudicherà
E getta via il tormento/Strappati dalla carne il dolore/Perché un soffio è la giovinezza/Nerezza di capelli/Un soffio”
(Qohelet, 11, 7-10, trad. di G. Ceronetti,
cit. in Italo Mancini, Tornino i volti, Marietti, 1989, pp. 30-31).

Sul finire del 900 Italo Mancini si chiedeva: con quale cristianesimo nel terzo millennio si può  procedere, testimoniare, fare comunità?
In un saggio che a suo tempo fece scalpore, e che ha poi raccolto in “Tornino i volti” (pp. 3-31, e sinteticamente in “Tre follie”, ed. Camunia, Mi, 1986 pp. 71-82), esaminava  tre modalità di vivere il Cristianesimo: come cultura della presenza, della mediazione, del paradosso.
Benozzo Gozzoli, 
Il viaggio dei Magi: 
il corteo di Gasparre
(Palazzo Medici Riccardi, 
Firenze)
1. Cultura della presenza. Per cattolicesimo della presenza Mancini intende il modo di vivere la fede cristiana che fa leva sull’essere immediatamente riconosciuti perché visibili: “presenza” integralista ed inadeguata, intesa a creare nel mondo un altro mondo connotato come cristiano; presenza che non è testimonianza gratuita e disinteressata, perché ha “bisogno del nemico e dell’avversario invece di considerare tutti gli uomini fratelli e bisognosi d’amore”, perché considera la fede “un bastone per rompere il capo degli altri, invece di  tremare per l’infedeltà che può coprire il loro cuore e per il dubbio se la parola di Dio parla veramente dove si parla di lei”. Specie i giovani ne sono sedotti, per la “cementazione psichica” e sicurezza anche psicologica che offre loro. Ciò che le manca è la comunione con gli altri, in particolare con gli altri credenti ritenuti di serie inferiore. La sua proiezione culturale è la filosofia-teologia dell’immediatezza dogmatica, senza il travaglio ermeneutico, senza la “fatica del concetto”.

venerdì 18 marzo 2016

Ritratto degli Arnolfini, lettura di Massimo Cacciari.

Jan van Eyck, 
Il ritratto dei coniugi Arnolfini,
particolare
Il capolavoro di Jan van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini, narra il matrimonio tra Giovanni Arnolfini - ricco mercante lucchese residente a Bruges  - e Giovanna Cenami. La simbologia è densa e piuttosto nota. Ad essa accenno appena: all’interno della stanza nuziale arredata secondo i canoni della più alta raffinatezza fiamminga,  il cavaliere è ritratto con il braccio sollevato nel gesto solenne del giuramento di fedeltà e la donna, con lo sguardo abbassato in segno di umiltà, porge il palmo vuoto allo sposo e appoggia l’altra mano sul ventre, promessa e presagio di fertilità. 
Jan van Eyck, 
Il ritratto dei coniugi Arnolfini,
particolare
In fondo alla parete uno specchio convesso (speculum sine macula, simbolo della purezza virginale), incorniciato dalle dieci scene della Passione, riflette la presenza di altre due persone nella stanza – testimoni dell’unione - di cui una è senz’altro quella del pittore van Eyck che ha posto la sua firma sopra lo specchio (van Eyck è stato qui, 1434). In primo piano, nella scena, il cagnolino indica la fedeltà matrimoniale così come l’unica torcia accesa del lampadario ricorda l’amore coniugale. Gli zoccoli abbandonati lì davanti e in fondo, nel retro della stanza nuziale, evocano la consapevolezza della sacralità di quel luogo in cui camminare scalzi, in segno di rispetto, come fu richiesto da Dio a Mosè nel calpestare la terra santa (Es, 3,5)…
Jan van Eyck, 
Il ritratto dei coniugi Arnolfini,
particolare
Massimo Cacciari ha definito quest’opera - insieme a poche altre - “estrema, intendendo indicare con questo termine la capacità del dipinto di andare oltre la propria semplice presenza per dare vita ad un pensiero filosofico, ad una specifica visione del mondo. Nei suoi vertici l’arte suscita filosofia, l’immagine diventa concetto e il linguaggio pittorico – nelle sue forme e nei suoi colori – si carica di un contenuto spirituale. Ne deriva un approfondirsi della comunicazione artistica che fa dell’opera d’arte luogo ri-velativo, s-velamento, a-lètheia, nel senso dell’heideggeriano evento. L’arte non riproduce la realtà semplicemente, ma mette in opera la verità, si fa luogo di apertura al vero, spazio in cui la verità accade. Perciò alcune opere d’arte possono risultare “decisive”.

martedì 15 marzo 2016

I volti e l'ethos del futuro. Italo Mancini.

Omaggio ad Italo Mancini
Matthias Grünewald, 
Crocifissione,
particolare
“Nell’età futura (il terzo millennio!) il termine comprensivo di tutto dovrà diventare l’altro e il suo volto, biblicamente il prossimo, e gli si stenderà intorno una cultura di pace, e comincerà ad albeggiare, finalmente, il vangelo”
(I. Mancini, Tornino i volti, Marietti, Genova, 1989, p. 69).

Italo Mancini
Sacerdote, filosofo, teologo, Mancini (1925-1993)  è noto per il suo ampio orizzonte culturale e gli studi su Kant Hegel  Dostoevskij Nietzsche Marx Heidegger Gadamer Ricoeur..., ma soprattutto Bonhoeffer e Lévinas. Ho ripreso in mano in questi giorni i quattro saggi raccolti in “Tornino i volti”. La lettura di un libro è sempre un’avventura ed un’incognita. Lo si apre, si spera che sia come ci si attende che sia, che sazi cioè la nostra fame e plachi la nostra sete; si spera  di trovare e scoprire qualcosa di cui siamo privi – e che  cosa sia non sempre si sa – e magari alla fine il cercare e lo scoprire si concludono in un ritrovarsi e  riscoprirsi.
Italo Mancini, 
Tornino i volti, 
Marietti
Poiché leggere è sempre interpretare e selezionare alcune conoscenze, ci si accorge che il conoscere si può trasformare in un riconoscere: la lettura diventa incontro extratemporale con il mondo (l’autore, idee, valori, persone, personaggi) in una fusione od anche contrapposizione di orizzonti. Ogni buon libro finisce per mettere noi stessi  in questione: un nostro problema, una  nostra presunta certezza, quasi sempre la nostra übris, oppure qualcosa di sopito, di velato,  che reclama  di emergere alla luce. Se tutto ciò fa un buon libro, lo è “Tornino i volti”, in cui ho  riscoperto spunti di sorprendente attualità.


venerdì 11 marzo 2016

La scuola nell'Europa frantumata. Illustrazioni di Anna Forlati.

Anna Forlati, 
Il veliero lascia l'isola
Il tornado dei migranti, cartina di tornasole  dell’incapacità o non volontà di accoglienza, ha disarticolato, disgregato e frammentato l’Europa attuale, ha interrotto bruscamente il sogno di un’unione europea dei popoli, ha disvelato una spirale di chiusure narcisistiche, di contrastanti visioni ed interessi privati e nazionali tra loro irriducibilmente estranei. Il destino dell’Europa pare avviarsi verso una pluralità di destini imprevedibili.
L’irrompere della  frenesia della disgregazione e della frammentazione non può non avere ripercussioni su tutti gli aspetti della vita organizzata, scuola compresa.
Anna Forlati, 
Primo Manifesto per commemorare 
la strage dell'Istituto Salvemini, 2014
(Illustrazione digitale)
Europa e scuola, disgregazione dell’Europa e frammentazione della scuola. Non mi riferisco alle disfunzioni strutturali e logistiche, agli edifici cadenti, alle carenze legislative, ad una riforma da poco varata in cui troppi non si riconoscono, ai contratti scaduti, ai nuovi oneri  imposti dall’alto sempre più pesanti e senza vera contropartita salariale… Penso invece al senso della funzione docente, alla sua costante ambivalenza tra professione e semiprofessione, tra ”volontariato” e frammentazione di motivazioni e comportamenti i più eterogenei,  che di fatto impediscono  e rendono impossibile una definizione univoca.

martedì 8 marzo 2016

Invidia: meccanismo di difesa.

Hieronymus Bosch, 
Invidia
In un noto dipinto di Hieronymus Bosch l’invidia (da in e vǐdēre, composto dal verbo vedere e dal prefisso “in” nel significato di “in, dentro, sopra o di negazione: non poter vedere, odiare) viene rappresentata come desiderio di possedere quello che altri hanno, quello che sta sopra, in termini di ricchezza e di gerarchia sociale. In questa accezione, essa ha storicamente avuto una funzione di rivendicazione della uguaglianza e della giustizia, assumendo quindi una funzione addirittura positiva. 
H. Bosch, 
Invidia, particolare
Ma è nella dimensione privata dei rapporti interpersonali che l’invidia esprime tutto il suo potenziale distruttivo e può definirsi come “malattia spirituale” delle relazioni.  Essa può, infatti, attraversare i rapporti sociali più prossimi e inquinare le relazioni più intime, finanche le stesse amicizie. Per questo, nella tradizione filosofica e religiosa l’invidia è annoverata tra i vizi capitali. Denominarla “malattia spirituale” o “dolore della mente” aiuta a comprendere che non è solo questione riguardante la sfera morale dei comportamenti, ma è situazione relativa ad uno stato interiore che impedisce di vivere la pienezza del proprio essere, nel penoso tormento di impotenza e limitazione.
H. Bosch, Trittico del giardino 
delle delizie
Inferno musicale, particolare 
(L'uomo albero nella cui cavità  
alloggiano ubriaconi e biscazzieri)
Meglio di altri Galimberti l’ha definita:
«Più che un vizio, l’invidia è un meccanismo di difesa, un tentativo disperato di salvaguardare la propria identità quando si sente minacciata dal confronto con gli altri. Un confronto che l’invidioso da un lato non sa reggere e dall’altro non può evitare, perché sul confronto si regge l’intera impalcatura sociale […]. E chi dalla comparazione si sente diminuito ricorre all’invidia per proteggere il proprio valore attraverso la svalutazione degli altri».

venerdì 4 marzo 2016

Un ricordo di Umberto Eco e Il nome della rosa.

Umberto Eco ad Albenga presso il Liceo G. Bruno,
in occasione del Premio letterario C'era una svolta 2011
Umberto Eco ad Albenga, 
presso il Liceo G. Bruno.
Presidenza.
Umberto Eco 
ad Albenga
San Carlo, 
Palazzo Oddo
L’altro giorno un caro amico mi ha ricordato un articolo che tempo fa - era il 1987 - avevo scritto su “Il Biellese”. L’avevo sepolto nei meandri della memoria.  Ora l’ho qui davanti e lo rileggo con una buona dose di autoironia, tanto cara ad Umberto Eco. Esprimevo alcune mie riflessioni su Il nome della rosa che avevo letto d’un fiato e che avevo trovato oltremodo  affascinante  e seducente. Proprio  per questo aveva provocato in me una reazione di ovvia ed aperta ammirazione, ma non scevra da un guardingo sospetto, che nel corso della mia vita ho cercato sempre di conservare di fronte ad ogni fascino seducente. E poi ho conosciuto Umberto Eco nel 2011 quando il Liceo che dirigevo lo invitò a presiedere il concorso annuale “C’era una svolta”.  
 Umberto Eco ad Albenga, 
San Carlo, 
Palazzo Oddo
E’ in quell’occasione che incontrai l’uomo: la sua umanità, la sua saggezza, la sua imprevedibile inventiva, il suo bel rapportarsi con i giovani, il suo sguardo sul mondo e sugli altri ricco di indulgenza e tolleranza condite di fine ironia, ma anche - nei riguardi  di alcuni pubblici personaggi - di qualche irridente arguto strale,  pienamente condiviso. Un incontro per molti di noi, più che significativo e memorabile, unico. Qualche giorno dopo una sua bustina di Minerva”  suggellava l’incontro con il Liceo,  quasi un inno di speranza nelle giovani generazioni...


IL NOME DELLA ROSA
Umberto Eco, 
Il nome della rosa
Sette novembrini giorni del 1327 in un’abbazia dell’Italia settentrionale: tempo e spazio invero ristretti, ma più che sufficienti ad U. Eco per presentare, in un giallo intessuto di morbose vicende ed erudite disquisizioni, la crisi di un mondo che si sta progressivamente secolarizzando, nonostante l’ostinata opposizione del potentato clericale il quale, non pago di teorizzare la sua avversione al riso ed all’ironia, attende con solerzia a che nessuno abbia di che ridere, inquisendo, tramando, abbruciando. Libro di dotta erudizione, opera letteraria, romanzo storico, saggio filosofico?


Disegno del labirinto 
della cattedrale di Reims, 
XVIII secolo 
(Schema riprodotto sulla copertina 
de Il nome della rosa, ed. Bompiani).
Labirinto di segni ed ermeneutica.
Da un pezzo da novanta come Eco era lecito attendersi squarci di documentata cronaca, auree briciole di filosofare, eloqui forbiti e generose dosi di opulenta erudizione. Le variegate interpretazioni che la critica ne ha tratto, i sentimenti contrastanti suscitati, le non sopite polemiche sono – soprattutto nel caso di un’opera dal successo strepitoso con risvolti commerciali assai interessanti – effetti dall’autore esplicitamente previsti, come si conviene a chi deve conoscere l’ermeneutica e la psicologia e ben sa che la lettura è sempre un soggettivo comprendere ed un interpretare in situazione. Ma non è questo a suscitare curiosità o interesse, quanto piuttosto il coacervo di questioni ed eventi dall’autore riferiti o dai protagonisti vissuti e patiti.