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martedì 29 maggio 2018

Gioco di parole.

Post di Rosario Grillo
Immagini delle illustrazioni di Marco Somà (qui il sito).
 
Il primo pensiero di Dio fu un angelo.
La prima parola di Dio fu un uomo 
(Khalil Gibran).

Una parola muore appena detta: dice qualcuno. 
Io dico che solo in quel momento comincia a vivere 
(E. Dickinson).

Marco Somà
Oh le parole!
Foglie ramificate di una facoltà privilegiata degli esseri animati: comunicare.
Comunicano gli esseri umani, in diversi idiomi ed anche con il gesticolare.
Comunicano gli animali, e solo pochi linguaggi della loro comunicazione vengono percepiti e compresi dagli umani.
Ma si sospetta che siano molteplici, invece, immediati ed efficaci, i loro modi di comunicare.
Comunicano financo gli esseri vegetali, ed anche lì sono tanti i modi che rimangono segreti agli uomini.
Nella Natura c’è corrispondenza!
Le parole, che sono membra del nostro mutevole linguaggio, si prestano al vasto campionario delle nostre facoltà.

martedì 22 maggio 2018

Inno alla primavera.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagine del dipinto di Claude Monet, Tempo di primavera. 

Primavera non bussa, lei entra sicura, 
come il fumo lei penetra in ogni  fessura. 
Ha le labbra di carne, i capelli di grano
che paura, che voglia che ti prenda per mano, 
che paura, che voglia che ti porti lontano
 (Fabrizio De André, Un chimico).

Claude Monet. Tempo di primavera, 1872.

“Tu cosa fai veramente?”.
L’eremita rispose:
“Vivo qui”.
Vivere qui è una chiamata, l’opera di una vita,
ma anche la cosa più basilare che si possa immaginare.
Prima di ogni altra cosa noi viviamo sulla terra;
viviamo nell’ambiente che ci attornia.
(E. Theokritoff, Abitare la terra).

La natura ogni anno, ogni primavera, si risveglia umile e silenziosa. Si ripresenta nella sua veste più delicata: splendore di gemme, di fiori, di intensi colori. Vorremmo trattenerla questa stagione in cui tutto rinasce e germoglia, vorremmo fermarla, rimanere in questo incanto. Ma è come un battito d’ali.

sabato 19 maggio 2018

Su Sciascia, L'affaire Moro.

Post di Rosario Grillo.

La coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive d’immaginazione
(Oscar Wilde).

Leonardo Sciascia, 
L'affaire Moro
Comincio con il commento dell’epigrafe: è il ritratto del “bacchettone”, colui che radicalizza un principio estrapolandolo dal flusso della vita reale, anche se la norma serve appunto a dirimere la vita reale.
La dialettica deve avere corso… ed è la soluzione!
Nel suo pamphlet, Leonardo Sciascia, quasi in diretta lasciò epigrafica ed acuta memoria “dell’intelligenza della storia”. Parlo della storia che si fa, mentre essa diviene, confutando la tesi crociana circa l’impossibilità della “storia contemporanea”.
Io arrivo, dopo molto tempo, spinto dalla commemorazione del 40° anniversario di quel tragico episodio, motivato dalla ricostruzione che Ezio Mauro ha fatto di recente e dal ricordo personale di Raniero La Valle, uno dei pochi a battersi allora per la liberazione di Moro.
Per me è anche occasione per omaggiare Sciascia: la sua lucidità, la straordinaria vena narrativa. Per questo motivo ricordo, prima di cominciare il tema principale, le sue caratteristiche: pubblicista, autentico suscitatore dello studio della mafia e della mafiosità intrecciate con la sicilitudine, testimone politico dell’Italia dagli anni sessanta a quelli novanta.

domenica 13 maggio 2018

Elogio del 'non finito'. Rilke su Rodin.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle sculture di Auguste Rodin (1840-1917). 

Auguste Rodin, 
La Pensée, particolare, 1886-1889
🌟 Il ‘non finito’, contrapposto al finito, indica generalmente qualcosa di non completo, di cui si avverte ciò che manca: per esempio un’opera che deve essere portata a termine o un progetto parzialmente realizzato. Per questo i filosofi antichi (i Pitagorici in particolare) ponevano nel finito la perfezione e nell’infinito – inteso come ‘non finito’ – l’imperfezione. Anche il linguaggio comune suggerisce questo significato di manchevolezza proiettando la conclusione di un’azione nel tempo futuro: “non ho ancora finito”; “domani lo finisco”, “quando avrò finito”. 
🌟 C’è tuttavia un luogo in cui il ‘non finito’ ha “la pienezza di un tutto” ed è quello rappresentato dall’opera d’arte. Lo dice poeticamente Rainer Maria Rilke nella stupenda monografia dedicata ad Auguste Rodin (1903), con riferimento alle statue senza braccia del grande scultore francese¹.

martedì 8 maggio 2018

Il '68 in chiave geopolitica.

Post di Rosario Grillo
Fotografie di autori vari (nel pubblico dominio).

Uliano Lucas, 
Manifestazione con eskimo
Entrare nel ‘68 da una porta insolita? È un modo per tenere la distanza critica e forbire le antenne ricettive sull’ampio arco delle sollecitazioni insite nel movimento.
Scelgo appunto questa definizione per tenere presente l’asistematicità ad esso connessa. In essa la sua forza e il suo limite.
La forza: legata alla molteplicità delle istanze nella latitudine dell’estensione spaziale.
I limiti: contraddizioni interne che ne inficiano l’evoluzione e che, per certa parte, spiegano le vie d’uscita inappropriate confluite nel terrorismo.
La chiave di lettura allora, da me scelta, è quella geopolitica.
Il ‘68 è stato letto principalmente come culmine. Vertice di un progresso che parte dalla fine della seconda guerra mondiale e contiene sia guerra fredda sia sprazzi di speranze di rinnovamento (Kennedy, Kruscev, Giovanni XXIII e il Concilio, il Welfare State e il programma di Bad Godesberg).

sabato 5 maggio 2018

Il '68 minore.

Post di Gian Maria Zavattaro.


“Io non difendo qui la nostra giovinezza, non quella determinata dall’età della carne, ma quella che trionfa sulla morte delle abitudini ed alla quale accade che si pervenga se non lentamente, con  gli anni. E’ questa che fa il pregio dell’altra giovinezza, che  ne giustifica, di quando in quando, la sua irruzione un po’ violenta nei ranghi calmi degli adulti. […] Se a quest’età l’uomo che nasce non nega con tutte le sue forze, non s’indigna con tutte le sue forze, se si preoccupa  di note critiche e un po’ troppo di armonie intellettuali prima di aver sofferto il mondo in se stesso, fino  al grido, allora è un povero essere, un’anima bella che già odora di morte”. (E. Mounier, Rivoluzione personalista e comunitaria, Milano, edizioni di  Comunità 1945, pp-8-9).

“Questo è un libro a tesi. La tesi è questa: sul Sessantotto sono state dette un sacco di bugie. E’ esistito un Sessantotto Minore che tutti hanno snobbato. […] quel Sessantotto Minore “che non ha mai avuto l’attenzione che ha meritato, e che invece ha rappresentato nei confronti delle categorie deboli un modo di stare con di carattere assolutamente innovativo, e ha anche contribuito a bonificare certe zone equivoche del volontariato.”” (A. M. Fanucci, IO PADRE SESSANTOTTINO NON PENTITO il sessantotto minore, Cittadella ed., Assisi,1999, p.5).

In questi ultimi mesi, in cui i media di ogni colore e parte ci bombardano continuamente di rievocazioni, demonizzazioni ed esaltazioni  del ‘68, ero incerto se valesse davvero la pena aggregarci al coro mediatico. Poi l’amico Rosario  (che dopo questo post mi seguirà con la sua “memoria del ‘68”) mi ha convinto ed ho deciso di narrare della mia partecipazione alla contestazione 68ina e soprattutto fare riferimento ad un libro provocatorio di p. Fanucci, edito nel 1999 (citato in epigrafe). Ne condivido innanzitutto la tesi di fondo: le rievocazioni hanno ignorato“il sessantotto minore, contestazione che da subito si saldò all’impegno radicale con i poveri, più che per loro. “Minore”: quando il tempo avrà cancellato del tutto i volti inutilmente pensosi dei capocomici del Sessantotto che si presume maggiore, allora risplenderà il contributo forte e discreto che nell’associazionismo, nelle grandi battaglie civili, nel rinnovamento delle più tradizionali tra le scelte di vita, la militanza di milioni di persone serie ha dato alla storia di questo paese”(1). Pur con qualche riserva sull’eccessiva  ed a volte liquidatoria semplificazione delle vicende 68ine, condivido le sue riflessioni graffianti, senza sconti eufemistici per nessuno, in alcuni casi forse ingenerose, controbilanciate e temperate dal “controcanto” nella postfazione critica di G. Pinna, al quale rimando in nota (2).

martedì 1 maggio 2018

Dialogare con il mistero, Edgar Morin.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle opere di Davide Peiretti (qui articolo di presentazione: Les Règions inconnues).

Davide Peiretti, 
Ulricht, 1987
🌟L’ignoto. Un termine giganteggia e si impone nel libro di Morin - uscito per Cortina Editore all’inizio di quest’anno - già a partire dal titolo Conoscenza, ignoranza, mistero, ed è, appunto, il termine “mistero”. Morin attraversa gli ambiti e i rami della conoscenza - con ampi riferimenti alla cosmologia, alla fisica, alla biologia, alla chimica - e mostra come la complessità cespugliosa del reale superi di gran lunga ciò che di essa com-prendiamo. Quanto più si espandono le conoscenze, tanto più si acuisce la consapevolezza dell’invisibile nascosto in ciò che si vede, dell’ignoto racchiuso dentro il noto, dell’enigma oltre l’apparente banalità del dato. Il progresso del sapere scientifico sfocia nel non sapere relativamente all’origine, alla fine, alla sostanza di ogni realtà¹. L’uomo stesso, intreccio prodigioso di mente (pensiero, sensibilità, linguaggio) e cervello (base elettrochimica), rimane “il più favoloso dei misteri”². Il cammino della conoscenza non ha quindi esaurito, secondo Morin, la domanda originaria della filosofia, nata dalla meraviglia di fronte alla realtà, nel duplice volto di stupore e terrore, ma l’ha resa anzi più autentica e profonda. Riconoscere e avvicinare il mistero, entrare in dialogo con esso è l’avventura che Morin propone a se stesso e al lettore³.