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domenica 25 gennaio 2015

Il Giorno della Memoria. La forza di un video.



La potenza dell'arte ci porta dentro altri mondi... 
(Enrico Benaglia, immagine tratta da facebook)
Proponiamo un video ideato e realizzato nel 2003 dagli alunni dell’Istituto d’Arte di Imperia, con la supervisione di alcuni docenti tra i quali non posso esimermi dal citare il mitico prof. Dolmetta. Ho conosciuto in modo non superficiale questa Scuola (che ho diretto in qualità di preside per due anni dal 2002 al 2004) e ancora è ben viva in me – in un intreccio di care memorie e di riconoscente gratitudine -  la caparbia dedizione di tanti docenti e la genuina freschezza e gioia di vivere di tanti/e giovani, anche se costretti a gestire e vivere  non poche difficoltà esistenziali.

La giornata della Memoria...
(immagine ripresa dalla pagina facebook 
dedicata ad Auschwitz Memorial)
Sono loro che hanno costruito, spronati da ben altro che la  legge del 2000, la “giornata della memoria” fuori dal retorico rituale di una celebrazione mistificante  e controproducente, se vissuta come alibi dei  nostri silenzi e delle nostre viltà. Sono  proprio i giovani che ci spronano a non dimenticare ed a comprendere che l’universale grido di dolore che si leva dai campi di sterminio è  struggente invocazione che deve servire non agli ebrei ed a tutte le altre vittime sterminate, ma a noi tutti,  giovani ed anziani, per mettere a nudo il nostro  passato e le nostre responsabilità (la Shoah è anche un crimine italiano, basta pensare alle fascistissime leggi razziste del 38 ed alle loro implicanze), per non chiudere gli occhi sulle stragi  del presente, per non legittimarle con la nostra indifferenza ed il nostro silenzio.

... per non chiudere gli occhi... 
(immagine tratta dalla pagina facebook 
dedicata ad Auschwitz Memorial)
Nota sul video.

Il rischio delle immagini – anche le più crude e terribili che raccontano la Shoah – è  quello dell’assuefazione, della ritualità, del “già visto”.

Qual è la chiave per aprirci all'esperienza terribile del dolore... 
per farci provare com-passione?
Nella pletora delle informazioni, del fluire liquido delle comunicazioni, vi è la reale possibilità che il segno rimanga muto, sepolto nell’insignificanza di ciò che scorre davanti a noi, senza più coinvolgerci.

Come condividere un'esperienza 
tanto lontana?
Il merito di questo breve filmato – che rivela la notevole maturità umana di chi lo ha prodotto – è quello di scrollarci dal torpore, di strapparci dall’estraneità e di trasportarci subito all’interno di un vortice d’ansia, di paura, di angoscia. Nel video non si indugia sulle figure tristemente note della Shoah, anzi vengono anche utilizzate immagini apparentemente lontane da quell'esperienza, eppure noi ci sentiamo portati DENTRO un’emozione, uno stato d’animo, un sentire che rimanda, in qualche modo, all’esperienza tragica del lager.

Come sentirci dentro una storia 
che non abbiamo vissuto?
E proprio l’uscita dall’indifferenza ci può permettere di trovare il senso di una giornata come quella della Memoria.

Si consiglia di mettere in pausa la musica del blog prima di avviare il video.




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venerdì 23 gennaio 2015

Lo strano destino dell'utopia

La fede vede ciò che è,
 la speranza vede ciò che sarà.
 La carità ama tutto ciò che è,
la speranza ama tutto ciò che sarà
 (Ch. Péguy)

Che cosa indichiamo 
quando parliamo di utopia?
Il destino delle parole “forti” è inesorabilmente legato al nostro amore per loro: noi le amiamo in base a ciò che davvero siamo ed esse ci pungolano a scegliere le nostre vite.

L'utopia è l'inesistente (a-topos)?
Così è per la parola “utopia”, coniata come si sa da T. Moro nel 1516. All’origine c’è la Repubblica di Platone: “uno stato che esiste solo a parole, perché non credo che esista in nessun luogo della terra. Non ha alcuna importanza che questo stato esista oggi o in futuro, in qualche luogo, perché l’uomo di cui parliamo svolgerà la sua attività politica solo  in questo e in nessun altro”. Utopia (a-topos, ou-topos, eu-topos): essere che non c’è, realtà che non è in alcun dove, terra promessa che non sarà mai posseduta, luogo impossibile chiamato a dar senso e ad animare il mondo.

L'utopia è una realtà che non è 
in nessun luogo fisico (ou-topos)?
L’utopia è per l’esistenza della società, dice Ricoeur, ciò che l'invenzione è per la conoscenza scientifica: progetto immaginario di un altro tipo di società, ricerca di un modo alternativo di pensare ed essere, capacità di trascendere il presente ed anticipare il futuro. Non è  fantasia erratica, fiume senz’acqua, eccentrica schizofrenia, ma promessa di una verità nuova ”anticipata e pregustata in fantasia”.

Oppure l'utopia è anticipazione 
di un mondo diverso e migliore (eu-topos)?
E’ denuncia ed annuncio: denuncia che ogni sistema può essere messo in discussione; annuncio che il futuro è campo per modi alternativi di vivere. L’utopia “porta nei suoi lineamenti segnati il tempo e il luogo reali della sua nascita; basta rovesciarla per avere il contorno della realtà di cui è negazione; è l’immagine rovesciata di una realtà di fatto. L’utopia che sola merita questo nome è un irreale, sì, ma un irreale che nasce dalla realtà per il fatto stesso di negarla e  ritorna alla realtà perché è forza che trasforma la realtà per renderla simile a sé”(A. Tilgher in Tempo nostro, a cura di Salvatorelli, Bardi, Roma, 1946, pp.8-13).

L'utopia è rovesciamento 
e negazione dell'esistente.
Molti filosofi, non ultimo Popper, si sono scagliati contro le tare profonde e le contraddizioni di molte utopie storiche, delle quali giustamente condannano il pensiero statico ed inevitabilmente totalitario, la rigidità del perfezionismo e la meticolosità dove nulla è lasciato al caso, l’intolleranza del dogmatismo e del totalitarismo, la preoccupazione patologica del controllo dei giovani e del monopolio dell’educazione.

L'utopia può generare violenza, 
se diventa rigida e dogmatica.
Ma l’utopia, la “nostra” utopia, non teme queste critiche: non solo conserva di Platone la cocciutaggine, non solo si libera da ogni forma di intolleranza, ma ritrova la speranza nel futuro ridisegnando perennemente il proprio volto, consapevole che ogni volta deve morire per risorgere in altra. E’ pensiero in cammino, pensiero nomade, sempre incompiuto ed in conclusivo, verso una terra promessa mai posseduta. Anche  per questo o forse soprattutto in questo è la grandezza di Platone, cui dobbiamo la gratitudine di essere stato il paradigma di questo modo di pensare alternativo.

L'utopia di cui parliamo positivamente 
è movimento, è pensiero in cammino.
In realtà oggi ciò che va di moda è la sua antitesi, l’anti-utopia,  che non si aspetta nulla, che vive giorno per giorno la vita segnata dall’assenza di ogni progetto, che si perde nel presente liquido e nella frenesia delle vite di corsa, dove non c’è spazio per la resistenza tragica o per le scelte di Francesco d’Assisi.

L'anti-utopia è la ragnatela 
di un quotidiano senza progetti.
Quanti oggi desiderano davvero un futuro in cui sperare di assumere su di sé il proprio destino e non semplicemente uscire al più presto dalla crisi, riempire il frigo, divertirsi a tutto spiano nel mondo reale e virtuale?

L'utopia è ampiezza di orizzonti.
Non c’è utopia  nel disincanto e  nelle vite spogliate, segnate dall’assenza non dico di un progetto grandioso, ma anche solo moderatamente ragionevole. Nell’attuale oscurità mi sembra non poca cosa mantenere la tensione corale di una proiezione utopistica, coltivare la speranza in una società comunitaria sottratta alla tirannia del danaro,  società di creazione e non di consumo.

L'utopia è proiezione creativa 
verso il futuro.
Ad ognuno di noi il compito e l’impegno di  continuare, senza tracotanza, a far pratica di utopia, sempre provvisoria, e  riscoprire possibilità che ancora ignoriamo.

L'utopia è la porta 
aperta sul nuovo 
(René Magritte, L'embellie).
P.S. Come credente so bene  che in ogni caso il discorso rimane monco e non posso nascondermi l’“impotenza dell’utopia”: nessuna speranza terrena può rappresentare il traguardo definitivo perché ogni risultato viene superato nel momento stesso in cui è raggiunto, perché il male che ogni giorno si espande  con insolenza oltre ogni immaginazione (luoghi di sterminio, torture, sofferenze indicibili delle continue guerre, atti di violenza che sembrano moltiplicarsi, sistemi diversi di sfruttamento,  fallimenti di ogni genere) è una sfida alla speranza, tanto più quando il male viene da noi stessi. Soprattutto so bene che l’utopia inevitabilmente si scontra con l’ultima sfida, lo scacco della morte ineludibile per ognuno di noi. Per Jaspers la morte, rivelando l’intimo nucleo dell’essere umano come aspirazione insopprimibile a vivere, è la situazione-limite per la speranza:  o ci chiude  inevitabilmente nei limiti della nostra esistenza mondana o ci apre fiduciosamente alla speranza di un futuro trascendente. E’ possibile una speranza che dia significato anche là dove sembra regnare il non senso e l’assurdo, che inglobi nella sua prospettiva le speranze terrene che mirano alla trasformazione del mondo, ma insieme  vada oltre la loro presunzione  perché in esse non trova la salvezza che attende? Per il cristiano sì: speranza che spera, che  prende in carico le nostre aspettative, le nostre utopie, i nostri insuccessi e li  oltrepassa,  li porta più lontano, al di qua  ma anche al di là della morte. E’ la speranza in Dio morto e Risorto, risposta alla Sua chiamata ed alla Sua promessa di salvezza. Ma questo è un discorso che meriterebbe ben altri approfondimenti.
  
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mercoledì 21 gennaio 2015

La scuola tra pensiero convergente e divergente.

Convergente? ...
... o divergente?
Dirò subito che non vedo contraddizione ed incompatibilità tra pensiero convergente e divergente. Abbiamo bisogno di entrambi per orientarci nel mondo e per decifrare la complessità delle relazioni sociali: abbiamo bisogno di convergere e divergere, di annunciare e di denunciare, di possedere nozioni e conoscenze ma anche competenze, di possedere la parola di tutte le scienze  e della  tecnologia, ma anche la parola della poesia e dell’arte nelle loro splendide varietà, dell’ésprit de géometrie ma anche dell’ésprit de finesse. C’è contraddizione ed opposizione solo quando si enfatizza uno e si nega l’altro.

Convergente.
Divergente.
Ho pochi dubbi circa il fatto che nelle scuole italiane sia di gran lunga prevalente  il pensiero che Guilford definiva “convergente”, per il  quale le persone convergono sull'unica risposta accettabile a un problema e producono efficaci soluzioni. Non a caso le nostre scuole sono subissate da interrogazioni scritte ed orali volte a verificare le conoscenze e le capacità ripetitive-mnemoniche dei nostri studenti, da test di “intelligenza” e  prove Invalsi che si concentrano prevalentemente su item che richiedono un'unica risposta corretta accettabile, dato ma non concesso che il pensiero divergente possa essere  attendibilmente misurato  con test cosiddetti a risposta aperta.


Convergente.
Divergente.
Evidentemente nelle scuole italiane - fatta eccezione forse per poche attività come quelle artistiche - vige il più o meno consapevole convincimento che il pensiero convergente si adatti  meglio alla risoluzione dei nostri problemi particolari.

Convergente.

Divergente.
Ma ciò che Guilford e altri hanno tentato di dimostrare è che, dando rilievo al pensiero convergente, spesso la scuola trascura il pensiero divergente e non fa abbastanza per l’insegnamento e lo sviluppo della creatività. Il pensiero divergente, per Guilford strettamente connesso all’atto creativo, è la capacità di produrre una gamma di possibili soluzioni per un dato problema, soprattutto quando non prevede un'unica risposta corretta. La creatività dunque è un modo particolare di pensare che implica originalità e fluidità, che rompe con i modelli esistenti introducendo qualcosa di nuovo.

Convergente.
Divergente.
Non so fino a che punto i docenti, quale che sia la loro materia, siano consapevoli dell'opportunità, se non  della necessità, di incoraggiare il pensiero divergente negli studenti. So invece che solitamente si  premiano le risposte «giuste» e si penalizzano quelle ritenute «sbagliate»  e allora gli studenti, per non correre rischi in un clima educativo che approva solo soluzioni convergenti, preferiscono risposte caute e convenzionali rispetto a vie nuove od originali di ricerca. La mia impressione è che gli studenti che hanno un alto grado di divergenza siano, anche qui ad Albenga, poco apprezzati  dagli insegnanti rispetto a quelli con alto grado di convergenza, i quali ultimi vivono  sicuramente  in modo più sereno e rassicurante le regole ed i modelli di procedura e di condotta delle  scuole.

Convergente.

Divergente.

Fermo restando che il pensiero convergente ha  punti di forza che  vanno coltivati, forse varrebbe la pena  intraprendere nuovi sentieri, rivedere nel profondo lo stile di certe lezioni, l’anima  di certe interrogazioni che richiedono intenzionalmente la ripetizione degli  appunti  dettati o delle pagine del libro “lette” a scuola od assegnate allo studio domestico, le lezioni private vissute da scuola e famiglia come “ripetizioni”, le prove scritte ed orali d’esame (quelle che il ministero subdolamente definisce “colloqui”), le modalità di valutazione e di assegnazione dei voti di profitto (i mezzi voti, i + ed i –:  un’orgia di calibrature volte a sofisticate differenziazioni del modo di ripetere il pensiero e la visione del mondo altrui e non ad esprimere un proprio personale motivato giudizio), i voti di condotta con i quali troppo spesso si premia, più che la partecipazione e l’impegno solidale, il  comportamento di sudditanza e la silente sottomissione. 

Convergente.
Divergente.
Infine esempio insigne ed illuminante sono le “ricerche” e le cosiddette “tesine” copia-incolla, che i docenti più sprovveduti, privi di competenze informatiche, spesso premiano, magari sbalorditi per l’ottimo lavoro svolto… Non è facile uscire dal tunnel del conformismo: solo lavorando e costruendo insieme nella prassi quotidiana -  docenti studenti genitori - un progetto educativo condiviso, è possibile trovare, per prove ed errori, il giusto equilibrio tra ciò  che deve rimanere ambito del pensiero convergente e ciò che invece deve divergere. Entrambi i tipi di pensiero hanno un loro ruolo fondamentale, se  utilizzati in termini complementari e se non sono vissuti in perenne competizione  in quanto ritenuti reciprocamente incompatibili...

Convergente e divergente....
... la scuola del pensare.
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domenica 18 gennaio 2015

Le sfide educative e la scuola zona di frontiera.

Per chi fosse interessato ad un'analisi delle problematiche educative legate alla scuola e alla società, riportiamo di seguito la nostra relazione tenuta il 9 gennaio 2015, durante il Convegno Agesci “Le sfide educative”, nei termini colloquiali in cui è stata pensata. Data la lunghezza del testo si è ritenuto di suddividerlo in paragrafi in modo tale da renderne più facile la lettura e l'eventuale concentrazione su alcune parti piuttosto che su altre.

La sfida educativa.
Premessa: la scuola zona di frontiera.
Vorrei raccontare la quotidianità delle sfide educative, così come le vedo oggi da cittadino che continua a coltivare la passione per la scuola e che fino a due anni e 4 mesi fa viveva in trincea come preside.

Il compito educativo...
Dopo il riferimento ad alcuni segni del tempo, vorrei raccontarle sviluppando tre momenti:  - il compito educativo della scuola  - l’emergenza scuola e le sfide educative connesse -  le risposte che spettano alla società in generale, agli adulti, ai genitori, ai docenti, agli studenti.

... come rispondere...
 1. Il compito educativo della scuola.
In questa scuola sempre più zona di frontiera le sfide educative sono tante: mi limiterò a cenni su quelle che ognuno di noi – nel diverso ruolo di cittadino, docente genitore studente - può in qualche modo contribuire a risolvere.
Non tutte le cose che dirò piaceranno, ma esse poggiano su due postulati: 1. la SPERANZA, segno e cuore della scuola; 2. tutti siamo responsabili e diversamente coinvolti, tutti possiamo fare di più,  anche qui ad Albenga.


... nell'orizzonte della speranza.
1.1 I segni del tempo.
Viviamo un  tempo contraddistinto da fatti - e i fatti sono “segni del tempo” - positivi e negativi. Mi soffermerò su quelli positivi, quelli che sollecitano, qui in questo momento storico, ognuno di noi a connettere il proprio agire con quello degli altri, a potenziare la prassi del camminare insieme, che esige reciproca fiducia e  corresponsabilità.  Volete esempi di questi fatti, segni del tempo?  Li ho scelti in base alla mia soggettiva sensibilità e forse ciascuno di voi con la sua fresca capacità di discernimento ne potrebbe trovare ad iosa di migliori e più significativi:

La carta del coraggio.
1.1.a. La   vostra “carta del coraggio”: in particolare la pagina sulla scuola, ben consapevole delle sfide dell’emergenza, le azioni da intraprendere, gli impegni da assumere. E, nella premessa, il vostro sguardo  tenerezza verso il mondo creato che  voi dichiarate “terra da abitare” nella dimensione globale e locale. Qui, concretamente, terra da abitare non è forse la scuola? Dichiarazione fantastica e terribilmente impegnativa, perché suona come appello, promessa, impegno  per una   comunità educante.

L'alluvione di Genova.
1.1.b. “Gli angeli del fango” non solo a Genova, a sfidare l’alluvione e spalare fango, come generazioni di giovani prima nel Belice-Firenze-Friuli-Campania-Aquila… E Iacovello, il vecchio prof. di musica, ex scout, che non ha tempo di scegliere cosa salvare e riesce solo ad abbrancare dal tavolo le posate. E poi arrivano i giovani: “Per me, che vedevo la mia casa sprofondare, sono stati come una grazia, un segno del cielo. Il cuore c’è ancora”. 
Premio Nobel Malala.
1.1.c. Il premio Nobel a Malala, la giovane 17enne pakistana che ha sfidato  gli estremisti islamici in nome dei piccoli (Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo” dice). E’ in classe, ora di chimica, quando riceve notizia del premio: nonostante l’emozione rimane a scuola, segue l’ora di fisica e inglese e solo dopo, al suono della campanella, va a casa a godersi la festa: un inno all’intensità delle lezioni.

I vandali di Bari 
e l'esempio dei genitori.
1.1.d. In questi ultimi mesi in tutta Italia si sono moltiplicati gli episodi di vandalismo nelle scuole, sintomi di un male, di una rabbia che rode dentro e che esplode ed imperversa soprattutto nelle periferie delle grandi città. A Bari vandali hanno letteralmente distrutto di notte un asilo ed una scritta beffarda ”siamo stati qui”. Cosa fanno i genitori? I protestatari in piazza, accuse al preside e alle maestre? No: si  incontrano, decidono di creare un gruppo su facebook proprio con lo stesso nome  “siamo stati qui”. Guardate che sono tanti i gruppi di genitori  che in tante scuole coltivano  il “noi  siamo qui” e  vivono in prima persona il destino della scuola dei loro figli. E non perché considerano il loro agire una terapia politicamente corretta all’assenteismo istituzionale. Non lo è per nulla. Ma non è questo il punto, perché non è solo l’emergenza che innesta questi comportamenti e queste esperienze che parlano una lingua diversa, quella della responsabilità  di cittadini che non si limitano a  rivendicare ciò che altri dovrebbero fare, ma danno l’esempio di una scuola bene comune che è proprietà di tutti e che dunque spetta a tutti curare. Tutti esempi interessanti di rinnovato rapporto scuola-città-famiglia.

Il sinodo dei vescovi.
1.1.e. Il sinodo dei vescovi sulla famiglia, su cui possiamo dare il giudizio che vogliamo: troppo? Troppo poco? Non c’è dubbio però circa il trionfo dell’accoglienza nella verità, l’ascolto delle persone, la valorizzazione del positivo ovunque si trovi, specie nelle varie situazioni di crisi e la fede proposta con misericordia. Il che significa per la  scuola laica che la cultura sta nell’ascolto, nell’accoglienza e nella valorizzazione di ogni singolo studente soprattutto di chi è in situazione di svantaggio - con rigore certo e fermezza, perché a scuola non si vendono caramelle - ma con magnanimità, grandezza d’animo, con empatia.

2. La scuola e la sfida educativa: le emergenze.

E' capace la scuola di educare?
La sfida nuova ed antica di cui voglio parlare  è quella che ogni giorno affrontano docenti studenti, le loro famiglie: è capace la scuola di educare, cioè promuovere processi di trasformazione personale e incidere sul sociale? Sfida obnubilata dai tanti volti dell’emergenza educativa. Mi soffermo su tre.

2.1 La scuola e l'integrazione.


La scuola laboratorio di integrazione.
La scuola è il primo laboratorio di integrazione interculturale, nel quale la globalizzazione e l’interdipendenza diventano una realtà che porta studenti provenienti da ogni parte del mondo ad abitare gomito a gomito e l’insegnante ha il difficile compito di essere mediatore culturale per far sì che ciascuno possa in pieno diritto imparare a comunicare e dialogare in termini di reciproca accoglienza ed ospitalità di ogni identità e diversità. La scuola è il luogo dove si gioca in buona parte il destino dell’integrazione culturale.

2.2 La scuola e l'emergenza edilizia.

La scuola e l'emergenza edilizia.
L’emergenza edilizia. A fine novembre si è svolta la XII  Giornata Nazionale della Sicurezza nelle Scuole: andate a leggere i dati riportati da Cittadinanzattiva… Beh, certo Albenga sta decisamente meglio, ma se l’Italia piange Albenga non ride…. La sicurezza è ovvia condizione elementare ed inderogabile di vita, ma la qualità della  struttura scolastica è la prima condizione materiale del fare scuola, elemento stesso del processo e del successo educativo.. La scuola è la prima istituzione pubblica sociale che lo studente, il bambino,  dopo la famiglia, vive: immaginate come possa essere segnato da un imprinting di un ambiente inadeguato, degradante ed estraneo e come questo segno negativo  possa per associazione contaminare la percezione di tutte le altre istituzioni pubbliche e statuali.

2.3 La scuola e l'abbandono scolastico.

L'abbandono scolastico.
2.3.a. Alcuni dati rilevati dal rapporto Eurydice. 
Il rapporto (realizzato dal network educativo europeo Eurydice), presentato un mese fa a Montecitorio mostra che in Italia il 17,6% dei giovani abbandona il ciclo scolastico prematuramente e troppi bocciati vanno ad ingrossare le file degli sconfitti: 115.00 ogni anno fra i 14 e 17 anni  lasciano la scuola, (i cosiddetti early school leavers) con tassi decisamente più elevati al Sud e negli istituti tecnici e professionali. Gli abbandoni avvengono prevalentemente nel primo biennio delle superiori, in genere a seguito di bocciature: “un massacro didattico. Non è più solo allarme educativo, è allarme sociale, dramma culturale e socioeconomico: il NEET (not engaged in education, employed  or training), ossia  i giovani tra i 15-29 anni che non studiano, non lavorano e non svolgono attività di formazione, è passato dai 1.946.000 del 2004 ai 2.435.000 del 2013. Già don Milani denunciava la scuola ospedale che cura i sani e respinge i malati, quel don Milani di cui tutti ci riempiamo la bocca a proposito ed a sproposito, anche a Montecitorio. 

... la scuola ospedale che cura i sani 
e respinge i malati?
2.3.b. Il mal di scuola e l'origine degli insuccessi.
Perché si abbandona la scuola? Il mal di scuola è spesso un enigma, un messaggio opaco. Il soggetto dell’insuccesso, secondo gli esperti, non è facile da individuare. Sicuramente sono i giovani che si arrendono, ma attorno al loro insuccesso si rispecchiano gli insuccessi della società nel suo insieme, soprattutto laddove i giovani vivono in contesti sociali disagiati, in quartieri ed in periferie lasciate allo sbando.

Una generazione di sdraiati?
Insuccessi delle famiglie e dei genitori che in questi tempi di crisi non riescono a reggere l’onere del mantenimento né la capacità di sostenere emotivamente e moralmente i propri figli. Insuccessi della scuola, quando la didattica polverosa di certi approcci rigidi di non pochi docenti, asservita ad un pensiero “predittivo (il ben noto ”effetto Pigmalione” per il quale  ciò che uno oggi è lo sarà anche nel futuro), pregiudica il singolo studente, condannandolo alla sfiducia in se stesso e ad essere facile preda di un’indotta “impotenza acquisita”. Scuola che  non mantiene le sue promesse formative, distribuisce indiscriminatamente il sapere ad alunni che hanno diversa cultura personale e familiare, trattando i disuguali in modo uguale,  come ben denunciava don Milani.

Il ruolo dell'insegnante.
2.3.c. I dati dell'Istituto G. Toniolo.
La ricerca dell’ISTITUTO G. TONIOLO (in libreria in questi giorni  “La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2014” ed. il Mulino) ci presenta un ritratto multidimensionale ed articolato dei giovani di oggi. Sempre più complicato trovare la propria strada: il percorso di transizione all’età adulta è simile ad un labirinto nel quale è facile trovarsi disorientati; il tutto aggravato dalla cronica congiuntura economica negativa, dalle differenze sociali sempre più marcate e dalle opportunità  sempre più scarse per chi ad esempio ha entrambi i genitori solo con la scuola dell’obbligo, rispetto a chi  ha almeno un genitore laureato.


Il difficile percorso verso l'età adulta.
E’ un universo giovanile che si sta polarizzando sempre più: da una parte coloro che in qualche modo reagiscono; dall’altra quelli che si sono arresi: scivolano sempre più ai margini ed oltre la sfiducia nelle istituzioni e nella società, perdendo fiducia in se stessi e nel proprio futuro. La linea di demarcazione tra i due poli è data soprattutto dal sostegno umano ed emotivo fornito dal cerchio magico della famiglia, degli amici, della scuola. 


Come aiutare i giovani 
ad uscire dalla sfiducia... dalla paura?
La ricerca vuole dimostrare come sia importante assumere lo sguardo dei giovani stessi e cercare di veder la realtà in trasformazione con i loro occhi per capire le sfide che si trovano davanti e per dotarli di strumenti efficaci. Se nessuno può vincere per loro, nessun giovane può farcela se abbandonato a se stesso.

Nessuno può vincere per loro ... 
nessuno può farcela se abbandonato a se stesso.
2.3.d. La scuola come non-luogo.
E' che la scuola per troppi giovani è un non-luogo, a cui non sentono di appartenere, non sono legati né intellettualmente né ancor meno affettivamente perché non riescono a vederla come strumento per crescere, capire il mondo, se stessi, gli altri. Si aspetta che passi la giornata, si va a casa e se qualcuno ti chiede, se c’è qualcuno, che cosa hai fatto tu rispondi “niente”: la scuola votata al nulla, perdita di tempo dove si imparano cose inutili e alla fine dell’anno inesorabilmente sei espulso.

La scuola come non-luogo.. 
per troppi giovani.
Tutto ciò  esigerebbe una complessa decifrazione che esula dalle mie competenze. A me preme ricordare che l’emergenza educativa, il mal di scuola, riguarda tutti, bambini, giovani, adulti, anziani, donne, uomini. Nella nostra società interdipendente e globalizzata, - “società liquida”, suggestiva connotazione metaforica di Bauman - le nostre “vite di corsa” sembrano ormai la condizione umana generalizzata, tutti presi in un perpetuo e trafelato presente in cui tutto è affidato all’esperienza del momento, appunto  liquida.

La società liquida... le nostre vite di corsa.
3. Quali risposte possono essere date dalla società, dal mondo adulto, dai genitori, dagli insegnanti?

3.1 Il rapporto Censis sulla nostra società.
Il 48° rapporto Censis del dicembre 2014  descrive la nostra società stremata da sei anni di crisi e un’Italia della solitudine segnata dalla diffidenza: solo il 20,4% degli italiani pensa che gran parte della gente sia degna di fiducia, mentre il 79,6% è invece convinto che bisogna stare molto attenti. Domina la paura: il 60% degli italiani ritiene che "a chiunque possa capitare di finire in povertà", mentre permane la solitudine del singolo, che non sa dove andare in una società profondamente “asistemica", spaventata, impoverita e ripiegata su se stessa, cinica nel rispondere alla domanda su quali siano i fattori più importanti per riuscire nella vita: non l'intelligenza (solo il 7%), all'istruzione va meglio (, 51%), ma battiamo tutti i Paesi europei sulle risposte relative alle “conoscenze giuste” ( 29%) e alla provenienza da  famiglia benestante (20%). 

...società stremata dalla crisi...
3.2 Gli adulti disorientati.
Uguali risultati ci offre l’indagine Demos 2014: adulti spiazzati dalla crisi, dal fisco e dalla corruzione, spaesati, senza riferimento, frustrati dai problemi economici, dall’inefficienza e dalla corruzione politica, senza illusioni nel futuro. Trionfo della sfiducia e del senso della solitudine: i cittadini che non si sentono soli di fronte allo stato  sono il 15%, hanno fiducia nella politica e nei partiti il 3%, nel parlamento il 7 %, nella magistratura il 33% rispetto al 50% dello scorso anno; resistono la scuola con il 53% e la chiesa, 49%. Unica eccezione papa Francesco: lui  è a quota 90%... Insomma una generale assuefazione alla sfiducia. In questo quadro allarmante  si pone la scuola, un quadro che rivela che  noi adulti siamo il vero problema.

... adulti senza riferimenti... 
in crisi di identità...
Formare gli adulti dovrebbe essere una delle scelte da inserire nei compiti più urgenti con i quali dobbiamo confrontarci. E dove sono i genitori, i docenti, gli studenti?

3.3 I genitori.
Ci sono i genitori di cui narravo prima, quelli che insieme ai docenti ricostruiscono la scuola ogni giorno. Ci sono i genitori che la crisi costringe all’impotenza,  stretti nel loro disincanto sconforto rabbia, troppo impegnati su altri versanti per accorgersi dei rischi formativi dei figli, troppo distratti dalle fatiche del vivere quotidiano per partecipare, angosciati dal presente e preoccupati del futuro ingrato dei loro figli, aggressivi o indifferenti e passivi, in  crisi di identità, senza  fiducia nella società che li circonda e li chiude nella loro individualità.

I genitori sindacalisti dei figli ...
E poi ci sono i genitori – debbo dirlo, soprattutto nei licei - dalla  petulanza assolutoria nei confronti dei figli, che percepiscono il docente come giudice incapace e non autorevole, autorità inferiore rea di presunti affronti nei riguardi dei  figli: in una spirale di reciproci rimproveri e colpe che vedono genitori contro figli e, a favore dei figli, contro i docenti; docenti contro genitori; alunni contro tutti… E così il processo educativo,  essenzialmente processo fiduciario, agonizza o muore. La sfida educativa per i genitori è questa: partecipare, dialogare, dare fiducia, riconoscere il ruolo difficile delicato dei docenti, essere meno “sindacalisti dei figli”, vivere il “Noi siamo  qui” in modo  costruttivo.

La sfida educativa per i genitori...
3.4 I docenti.
Oggi un buon numero di docenti è in crisi profonda di motivazione: sottopagati, caricati di mille oneri, senza il prestigio sociale di cui la società dovrebbe onorarli, vittime di pregiudizi  ancora dominanti nell’opinione pubblica.


Ma la crisi profonda sta nella perdita dell’anima della scuola: cambiare la scuola significa ritrovare la passione di insegnare, interrogare se stessi, chiedersi  se si è ancora capaci di emozionarsi.


Per molti docenti non più giovanissimi il pensiero dominante in questi ultimi anni è quello della pensione, andar via al più presto: secondo recenti dati OCSE nella secondaria i docenti sopra i 50 anni sfiorano il 60% e meno dell’1% è sotto i 30 anni. Comprendo, pur senza accettarla, la “libido pensionis” di molti docenti: si pensa alla pensione e invece bisogna spendersi, avere passione, prendersi cura dei propri alunni.


Non si può cambiare la scuola se non si cambia la propria vita: “non c’è nessuna astuzia che possa rendere creativo chi è sterile, motivato chi è depresso,  ricco di cultura chi è povero di essa”. Solo il docente che vive il rischio di non arrendersi, che sogna con i propri studenti un mondo che non c’è (e tutte le materie possono farlo), che oppone alla cultura della fretta l’incanto della lentezza, possiede qualcosa da dare e veramente in-segna, etimologicamente conferisce significati.

Lo studio esige lentezza, solitudine, fatica.
Sono tanti i docenti che non si arrendono qui ad Albenga. E se volete sapere il perché ve lo dirò con le parole pronunciate da Mariapia Veladiano, insegnante-scrittrice due mesi fa al Convegno promosso per i 60 anni dell’editrice il Mulino: ”Mi chiedete se è rimasto qualche buon motivo per fare il nostro mestiere. La mia risposta è che è un’attività libera, che rende liberi e che permette di trasmettere libertà, di favorire l’integrazione, E questo, credetemi, è qualcosa che ormai solo la scuola può fare”. 

3.4.a Il gap generazionale.


La sfida tecnologica.
Torniamo al gap generazionale. Agli occhi dei nostri adolescenti, che ragionano costantemente in modalità on line, i docenti ultra-cinquantenni sembrano provenire da altre coordinate spazio-temporali. Eppure il gap può essere una benedizione, opportunità irripetibile per la scuola, spazio-tempo dell’incontro tra le generazioni in un possibile scambio di dare e ricevere. Ciò vale in particolare nell’ambito telematico delle nuove tecnologie nell’uso della didattica quotidiana: adulti che sperimentano e comprendono che esiste un nuovo modo irreversibile  di comunicare e giovani "nativi digitali" (!?) che possono rendersi consapevoli del rischio di nuove patologie legate alla dipendenza da internet, sempre più diffusa tra gli adolescenti, ai disturbi di relazione indotti dall’uso eccessivo della comunicazione digitale; possono essere guidati alla scoperta e riscoperta fisico-visiva della vita e del mondo che  lo schermo fa percepire in modo differente, stravolgendo i concetti di distanza e vicinanza, trasformando le emozioni e rendendo  difficile guardarsi negli occhi. Insomma ogni giorno la scuola deve fare i conti con una fragilità profonda, che è di tutti. La scuola è lo spazio dell’imperfezione: imperfetta perché viva.

Lo scambio tra giovani e adulti.
3.4.b In questa scuola imperfetta e viva che ruolo ha il docente  nella vita di ogni suo alunno? 

Il ruolo è in rapporto al suo quotidiano relazionarsi con loro. Non ci sono molte alternative:  l'insegnante o  è l’incubo persecutorio, il nemico irriducibile oppure è il compagno di viaggio che si rende disponibile a camminare insieme per un tratto della vita, dove il senso del viaggio è nel com-partecipare alla fatica del crescere, dare la possibilità ad  ognuno di dire che ce l’ha fatta a capire, ad andare oltre, a pensare, ad amarsi, a farsi capire, a fare un passo avanti nella scalata delle difficoltà, a conoscersi ed infine sentire che proprio perché tu docente lo apprezzi e lo ami, anch’egli  si può dare agli altri, perché non si dà ciò che non si possiede. 

Non si dà ciò che non si possiede.
3.4.c L'ora di lezione.
La vera sfida per i docenti  e gli alunni è nei 60 minuti di lezione per le 33 settimane dell’anno scolastico: l’ora di lezione, centro attorno al quale gravitano tutti gli altri momenti dell’esperienza scolastica perché lì avviene il passaggio dall’insignificanza  al significato, da non–luogo a luogo reale di relazioni stabili,  luogo che è tale perché ha continuità nel tempo e in quel tempo avviene qualcosa: l’intensità spesso imprevedibile  dell’ora di lezione che fa della scuola un avvenimento vivo, un’apertura senza sosta del cuore e dell’intelligenza alle conoscenze, agli incontri, alla meraviglia ed alla bellezza del vivere, per ciascuno, ragazzi e adulti, dove “una parola da nulla diventa un mondo” (don Milani), che è quel che succede quando ci si incontra per davvero e niente resta più come prima. Allora forse si capisce la lapidaria espressione di Recalcati “Un’ora di lezione può cambiare la vita”.


3.4.d La fatica della scuola.
Pensiamo a quanto ognuno di noi sia stato segnato, da certi  nostri insegnanti nel bene (ma, ahimè, se cattivi maestri anche  nel male).  E non si tratta di descrivere un impossibile idillio, perché la scuola è fatica. Scriveva un mese fa Andrea Monda, insegnante, che la scuola è “un’impresa da eroi; eroi gli studenti, i professori,  tutti coloro che si aggirano sulla scena di quel dramma quotidiano, a volte tragicomico, che chiamiamo scuola”: ragazzi sottoposti a stress molto più grandi rispetto al passato perché le tentazioni sono ben di più eppure resistono, vanno avanti, applicando l’eroica  virtù della pazienza, la più biblica virtù e più vicina alla vita degli studenti, quella che già i greci condensavano nel  pathèin  mathèin:  soffrire è apprendere.

Io ci sono... noi siamo qui.
 3.4.e Dall'io al noi.
Tutto questo richiede  un  rapporto fiduciario e la prassi del camminare insieme, senza cui non si fa niente. Nella scuola tutti insieme - docenti, alunni, genitori - ognuno secondo il proprio ruolo e responsabilità, la propria identità e differenza), si può percorrere il sentiero di un comune cammino teso a rispondere a "Che cosa insieme possiamo conoscere? Che cosa insieme dobbiamo fare?  Che cosa insieme ci è concesso sperare?" Non ho inventato io queste domande, sono le tre domande kantiane (dove però, ed è determinante, io diventa noi), perché  in ogni scuola di ogni ordine e grado, insegnare–apprendere significa porre con leggerezza queste domande pesanti e addentrarsi nel territorio della vera cultura, che Gadamer descrive come ”parola della domanda,  parola della poesia, parola del perdono, della promessa e della riconciliazione  come una prima e ultima parola”. 


Così ogni giorno il “ Noi siamo  qui” può costruire la scuola come “terra da  abitare”, in cui tutti (docenti, non docenti, giovani, genitori, cittadini che amano la scuola) accolgono l’invito, in calce alla vostra “carta del coraggio”, ad ”avere speranza e fiducia nei giovani ed essere (noi adulti) soprattutto testimoni credibili”.

Amare la scuola significa costruire insieme 
un futuro in cui abitare.
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