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sabato 28 giugno 2014

La musica: una narrazione di Albenga.



Ci sono giorni in cui  
una musica si espande ...
... in tutta la città... 
(Albenga, come appare da lontano, 
tutta protesa verso il mare)
Ci sono alcuni giorni dell’anno in cui per le vie di Albenga aleggia una  canzone triste triste triste: da Vadino lungo il ponte rosso si insinua nel cuore del centro storico ed echi giungono sino alla marina ed alle frazioni.


...i suoi echi si diffondono...
... fino a San Fedele ... 
(il nucleo antico del paese, "la costa")

... e in tutte le frazioni ... 
(da lontano si intravvede Bastia)
Perché? Non so, non è facile spiegarlo. Forse sono i giorni degli esami di coscienza, inconsci esercizi spirituali collettivi, o forse è la memoria della città che nonostante tutto si fa viva e s’impone ogni tanto alle coscienze. I martiri della foce, i morti nelle strade, le violenze domestiche, le vite tormentate dei migranti e stranieri di ieri e di oggi, le sofferenze invisibili di chi è invisibile agli altri, la solitudine insopportabile degli anziani, il grido di rivolta dei giovani, le stupide polemiche e sterili querelle che attanagliano la città ma che non portano a nulla se non a soffocarsi nelle accuse reciproche … 

... musica triste e malinconica ...
... scende sulle case ...
(Albenga vista dal monte, la zona di Vadino, 
il fiume Centa che taglia la città)
In quei giorni si ha l’impressione che in piazza del Popolo si raccolga  una folla immota e spaesata, che  diventi impossibile passeggiare per le strade di Albenga, frastornati da quella silenziosa canzone triste triste triste  che  rovista dentro  ogni passante e lo rende inquieto, teso, disorientato.  E non ci sono occhi di marmo che ti guardano troppo lontano, non ci sono cartelle di sogni e fugge l’aria che si  respira. Nessuno assume il coraggio di osare quando la canzone triste triste triste aleggia da Vadino lungo il ponte rosso sino al cuore del centro storico ed echi giungono alla marina ed alle frazioni.

... musica che racconta 
dolori antichi e nuovi ...
... e corre ...
(il ponte rosso, 
sul fiume Centa)
In quegli stessi giorni però può accadere, e molti raccontano sia accaduto proprio a loro, un fatto stranissimo. Mentre la canzone triste triste triste sembra assorbire in sé i muri, le strade, le case e tutti coloro che vi abitano, inghiottendo tutta la città, può succedere - dicono - che altri suoni, altre note, altre armonie si sovrappongano e trasportino in mondi diversi.
... una musica che penetra
nei punti più oscuri ...
... entra nel centro storico ...
(una delle porte della città: 
Porta Torlaro)
Raccontano che, passando per Porta Torlaro ed entrando nel centro storico, quella stessa canzone triste triste triste a volte si sfumi, si assottigli, si stemperi in un canto di gioia malinconica, appena accennata. All’orecchio sembra che una sonata di Chopin – o di Schumann? - cominci a sprigionarsi tra le case e a penetrare pian piano in chi l'ascolta. 


... la musica poi si assottiglia e si sfuma...
... in via Torlaro...
Se però poi si gira per via Medaglie d'Oro, si ha l'impressione che tante note sbuchino da ogni caruggio e vadano a costruire un primo movimento allegro, ma non troppo. Si avanza e le note si affastellano in un loro ordine meraviglioso, sembra proprio una sinfonia: è la nona di Beethoven o l'adagio della settima? Dicono che il suono sia così coinvolgente da portare con sé in altezze mai viste, mai prima sentite.


... un'altra musica trasporta 
in mondi mai visti ...
...in via Medaglie d'Oro...
... in via Bernardo Ricci...

...nei vicoli...
Ecco che si gira per via Bernardo Ricci, la sinfonia si attenua fino quasi ad ammutolirsi. Il cuore – sostengono ancora - rimane sospeso. Lontano, di nuovo, la canzone triste triste triste sembra riemergere, quasi un canto dominante. Ma no, non è così, perché appena si sbuca in piazza San Michele – raccontano -  il dolce suono di un oboe  comincia ad insinuarsi, e poi i violini pian piano prendono voce, in un incalzare forte forte: è Vivaldi, è sicuramente la Primavera di Vivaldi. 

... è la Primavera di Vivaldi ....
... in piazza San Michele...
Cosa sono queste musiche meravigliose? Fanno pensare alla bellezza di
sorrisi scambiati, alla meraviglia di incontri inaspettati, a desideri di pace, alla gioia di reciproci doni. Che strani pensieri... Si continua a camminare e da piazzetta delle Erbe si sbuca in via Palestro.


... poi è la polifonia a penetrare
nella mente ...
... in piazza delle Erbe, 
un bel salotto a cielo aperto...

... in via Palestro...
Lì è una sensazione inspiegabile: Mozart, Haydn, Brahms, Scarlatti, Bach, Čajkovskij, la Tosca di Puccini, la canzone triste triste triste... è come se si sentissero tutte insieme, eppure ben distinte, in una strana polifonia, fatta di chiaroscuri.

... e ogni nota è un sentimento, 
un'emozione diversa...
... in piazza del Popolo...
Città incredibile questa Albenga! Chi vi entra - da Vadino lungo il ponte rosso nel cuore del centro storico sino alla marina ed alle frazioni -  deve sapere che non è monocorde la musica di cui è fatta: tante vibrazioni, tanti movimenti e motivi, e l'uno non esclude l'altro. Bisogna sentirli insieme e assaporare tutte le note: la malinconia, la gioia, il dolore, la tristezza, l'allegria, la felicità, la nostalgia, il desiderio, l'amore, il rimpianto, la speranza.... Questa è Albenga.  

... questa è la città...
... la sua musica...
(l'isola Gallinaria, 
tanto cara agli ingauni).

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martedì 24 giugno 2014

Essere genitori oggi: missione impossibile?



Cosa resta del genitore?
 Provocazione:
due grandi nuove angosce 
dei genitori di oggi.

"La prima è relativa all’esigenza di sentirsi amati dai loro figli … non sono più i figli che domandano di essere riconosciuti dai loro genitori, ma sono i genitori che domandano di essere riconosciuti dai loro figli. Per risultare amabili è necessario dire sempre “Sì”, eliminare il disagio del conflitto, delegare le proprie responsabilità educative, avallare il carattere pseudo democratico del dialogo".
 ...
"La seconda grande angoscia dei genitori di oggi è quella legata al principio di prestazione. Lo scacco, l’insuccesso, il fallimento dei propri figli sono sempre meno tollerati. Di fronte all’ostacolo la famiglia ipermoderna si mobilita, più o meno compattamente, per rimuoverlo senza dare il giusto tempo al figlio di farne esperienza".
 
Un'analisi intrigante ... 
una proposta da valutare ...
Chi ha esperienza in campo educativo, chi vive nel mondo della scuola, chi si occupa di problematiche sociali sa quanto le parole sopracitate siano vere. 
Per questo riteniamo utile presentare il libro da cui le affermazioni sono tratte: Cosa resta del padre, Raffaello Cortina Editore, Milano 2011. L’autore del libro è Massimo Recalcati, uno psicanalista molto noto, spesso invitato in televisione o in pubblici dibattiti. Potremmo dire anche molto "di moda" e questo ci potrebbe creare qualche sospetto se non fosse che ci rendiamo subito conto di quanto siano a ben vedere scomode e quindi poco adatte ad un facile consenso le cose che l’autore dice e scrive. A parere nostro il messaggio di Recalcati non è nuovo o inedito in se stesso (le tesi che egli sostiene si riconoscono già in diverse fonti del pensiero occidentale, da Nietzsche alla Scuola di Francoforte – per quel che riguarda il punto di vista filosofico –, attingono ad una antica sapienza educativa – per quel che concerne il punto di vista pedagogico - e si ritrovano ad es. nel "44° rapporto sulla situazione sociale del Paese 2010" del Censis). Ad essere nuovo è piuttosto il modo vivace, chiaro, efficace in cui il suo messaggio viene comunicato e applicato all’oggi. 
  
Lo psicanalista Massimo Recalcati.

Il genitore e la legge. 

Oggi è scomparsa la legge, intesa come
il no, il divieto ...
Al di là dei tecnicismi che fanno riferimento alla psicanalisi di Jacques Lacan cui Massimo Recalcati aderisce, la tesi di fondo del libro è questa: perché ci sia un’educazione del desiderio, perché si impari a desiderare è necessario che ci sia una legge, una norma, un No, un limite. Per "desiderio" Recalcati intende un motivo per vivere, una spinta, un progetto che esca dal qui ed ora, dall'immediato e che permetta di proiettarsi nel futuro.
E’ nell’esperienza dell’impossibilità – “non puoi sapere tutto, non puoi avere tutto, non puoi essere tutto, non puoi godere di tutto” – che matura il desiderio come slancio verso la vita. 


... ed è scomparso il desiderio 
ovvero la capacità di progettare 
oltre il qui ed ora ...
Un esempio del rapporto tra legge e desiderio, tratto dalla comune esperienza dei genitori di oggi, potrebbe essere questo: non puoi rientrare all'alba tutte le notti (ecco la LEGGE, il DIVIETO), perché così facendo non avrai il tempo e le energie per costruire un progetto nella tua vita (DESIDERIO)... e quindi non riuscirai a dare spazio a una prospettiva, a una speranza, a un futuro per cui valga la pena vivere.
  
... se scompare la legge, 
scompare anche il desiderio di vivere, 
di spendersi per qualcosa ...
Noi viviamo in un tempo senza legge e quindi senza desiderio. La figura del padre (o del genitore, in generale) è stata, nella tradizione dei nostri nonni, quella che ha incarnato la legge e l’ha fatta valere. Questa immagine del padre, questa figura di genitore – afferma Recalcati sulla scia di Lacan – è venuta meno, è tramontata, evaporata … e con essa la possibilità del desiderio. Perché la legge non ha e non deve avere una funzione semplicemente repressiva, piuttosto essa crea la condizione per la quale può nascere l’esperienza del desiderio. Dove non vi è legge non vi è neppure desiderio e quel che rimane è una pseudo liberazione del desiderio ridotto a capriccio, ad appagamento immediato, a “godimento compulsivo e sregolato, privo di desiderio” (p. 52). Si ha tutto, si dispone di tutto, perché nulla è interdetto, ma manca il desiderio di vivere.
... sostituendosi al desiderio 
il capriccio ...
Il genitore di oggi non incarna più la legge perché incapace  di reggere il conflitto che la legge implica.   
Dire no significa entrare in conflitto e il conflitto è la condizione della formazione, dell’educazione. Venendo meno la figura del genitore che incarna la legge è venuta meno anche la capacità di sopportare il conflitto generazionale che il no implica. Al conflitto si sostituisce la retorica del dialogo che appiattisce le relazioni tra genitori e figli e rovescia i rapporti di subordinazione: non è il figlio che si adegua all’organizzazione dell’ordine familiare, ma è il genitore e la famiglia che si adeguano alle esigenze del “dio-bambino e alla sua volontà resa assoluta” (p. 99). 

La delega prima 
e poi la rinuncia alla fatica educativa 
è ben visibile nel rapporto 
tra genitori e insegnanti...
L’incapacità di sopportare lo scacco.  
L’accondiscendenza del genitore si accompagna al progetto sul figlio, un progetto che non tollera fallimento e sconfitta. I figli sono idealizzati per rispondere alle angosce narcisistiche dei genitori. Perciò i giovani oggi non sopportano l’insuccesso perché anzitutto non lo sopportano i loro genitori.

... nell'angoscia narcisistica 
dei genitori...

Il disagio della giovinezza. 
Essersi liberati della legge non significa però essere più liberi e più felici: i giovani di oggi sono intossicati per eccesso di godimento, hanno tutto, ottengono tutto, ma non accedono all’esperienza del desiderio, non sanno desiderare. Così non li rende più felici e più liberi la loro ansia da prestazione, il loro dover riuscire ad ogni costo, per corrispondere ai progetti che i genitori hanno su di loro. 

... nella inversione dei ruoli ...
Eppure il fallimento, l’errore, la sconfitta costituiscono importanti vie di formazione della propria identità. Voler proteggere ad ogni costo i giovani dalle delusioni e dai fallimenti, anziché accompagnarli come adulti anche nelle loro sconfitte, non educa persone vere, ma soltanto ego ipertrofici, presi dal culto dell’apparenza e dal falso prestigio dell’io.

... che porta a soggettività ipertrofiche...

... incapaci di far tesoro degli errori.
Crisi dell’educazione. 
Come reagire a questa crisi? Pensare di tornare alla figura del padre che incarna la legge all’interno di una società consumistica che non conosce divieti e che si fonda sul “perché no?” è impossibile: quella figura del padre e quella società che ne reggeva la possibilità non esistono più. E allora: come recuperare in una forma oggi possibile la responsabilità educativa? Come raccogliere la sfida: quella di essere capaci di dire un “no” che sia davvero un “no” (a questo proposito Recalcati racconta di un suo paziente tossicomane che affermava di non aver mai incontrato un “NO!” di quel genere) e nello stesso tempo di trasmettere un desiderio di vita e di realizzazione?

La luce della testimonianza...
La via della testimonianza.  
Se la figura del padre come legge, come No normativo, e quindi come via per l’interiorizzazione del limite – "non puoi sapere tutto, non puoi godere di tutto, non puoi essere tutto, non puoi avere tutto" - e dell’autentico desiderio non è più possibile perché un certo modello di famiglia, di auctoritas e di società è definitivamente scomparso, quello stesso senso del limite va trasmesso come eredità alle nuove generazioni attraverso la testimonianza singolare del genitore o, in generale, dell'adulto che sa testimoniare nella propria vita il trasporto verso qualcosa, anche in assenza di un senso ultimo, anche se questa fosse l’unica vita. 

... qualcosa per cui 
valga la pena ...
L'insegnante che senza volerlo - non perché si propone di farlo - trasmette il proprio amore per la poesia, si emoziona e sente trasporto di fronte ai versi di un poeta... dà testimonianza. Testimonianza di qualcosa per cui spendere la vita, qualcosa che trasporti, che dia energia - magari diverso per ciascuno: amore, politica, professione, musica … - qualcosa che permetta di non annegare nella depressione, in quella condizione terribile in cui tutto è lì, tutto è disponibile, tutto si può avere ... si è circondati da oggetti del godimento, ma non si desidera vivere.



... può permettere l'uscita 
dalla depressione?
Invito a discutere. Fino a qui la tesi di Recalcati - senza dubbio intrigante - che si muove nel puro ambito dell'immanenza.  Ci domandiamo: è una proposta che ci convince fino in fondo? E' troppo debole una testimonianza priva di un senso ultimo? E' l'unica possibile? Si può sperare in una testimonianza non votata all'illusione? Perché non riparlarne?
...  per riaccendere il fuoco ...


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giovedì 19 giugno 2014

La resistenza nel quotidiano.


Resistere...
 ...resistere, resistere, resistere...

Quando, dove, a che cosa, fino a che punto è nostro dovere opporci ... non cedere ... resistere?

Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è l’obbedirla. 
Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle 
quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). 
Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) 
essi dovranno battersi perché siano cambiate.
Don Milani.

Resistere è faticoso... 
implica uno sforzo, un impegno, 
un discernimento quotidiano...
La quotidianità del resistere. Ogni giorno, alzandomi presto al mattino, mi chiedo: su che cosa punterò oggi il mio quotidiano resistere? Su di me, i miei errori e le mie pochezze? Sugli altri? Sugli scandali che ogni giorno rischiano di sommergerci, sulle ingiustizie che ci circondano anche qui ad Albenga, sulle violenze invisibili cui non si fa caso? Sulla mia incapacità di vedere il bene ovunque presente ancorché nascosto?
Mi riferisco al nostro resistere quotidiano espresso con la frase che ormai tutti sentono il dovere od il bisogno di utilizzare e di reiterare a proposito e a sproposito: “resistere resistere resistere” di Borelli.

Ogni giorno mi chiedo 
su cosa resistere...
Dove, in quali ambiti resistere? La vita di ognuno di noi è costellata di resistenze ed anche - tutti lo sappiamo bene - di cedimenti, veniali e mortali, su tutti i piani della nostra vita interiore e sociale: il mio io, la famiglia, l’amore e le amicizie, le interazioni sociali, i rapporti con chi detiene il potere, grande o piccolo che sia.

martedì 17 giugno 2014

Il coraggio della "normalità".



La dimensione normale della quotidianità... 
(Carl Larsson, Cucina).
Normalità è la vita quotidiana e la vita quotidiana non è da confondere né con la banalità né con l’agire stereotipo né con l'impulso-coazione a fare sempre le stesse cose. Neppure va identificata con tutto ciò che è irrilevante dal punto di vista della storia personale e sociale. Al contrario la normalità della nostra vita quotidiana appartiene profondamente alla storia personale ed interpersonale di ognuno di noi, anzi è la prospettiva a partire dalla quale  va analizzata ed interpretata. 

La normalità della vita quotidiana 
prescinde dall'età ... 
(Carl Larsson, ragazza).
... dal mestiere... 
(Lo scrittore Oscar Levertin
raffigurato da Carl Larsson)
... dal prestigio ... 
(Carl Larsson, Autoritratto)
... è indipendente dal rango sociale.. 
(Carl Larsson, Karin - moglie di Larsson - 
sul lido)
Nella normalità quotidiana vive il travét come me, il presidente Renzi o il presidente Obama. Intere generazioni e milioni di persone sono vissute e vivono nella normalità della loro vita come in una atmosfera naturale e non viene minimamente loro in testa di chiedersi quale avventura più o meno sensata dovrebbe sconvolgerla.  


... è la normalità - comune a tutti - 
dello scorrere dei giorni, 
delle stagioni, degli anni... 
(Carl Larsson, Vigilia di Natale)
... è la normalità delle nostre attività... 
(Carl Larsson, Piselli da sgranare)
...della risoluzione dei problemi quotidiani ... 
(Carl Larsson, Falegname ed imbianchino)
... è la normalità del riposo ... 
(Carl Larsson, camera)
... della cura dei bisogni più elementari ... 
(Carl Larsson, Lisbeth - figlia di Larsson - 
prepara un bagno)
La vita normale è innanzitutto organizzazione giornaliera dell'esistenza  individuale degli uomini e delle donne. La ripetizione delle azioni quotidiane -  categoria cara a Kierkegaard - è  virtù della durata,  è  fedeltà ai compiti ed ai doveri liberamente assunti nella distribuzione  feconda del tempo giornaliero. Non va pensata in contrasto con gli eventi considerati eccezionali, che anch’essi a ben vedere fanno parte della vita normale, un pulsare continuo di alti e bassi,  di avvenimenti previsti ed imprevisti, di traumi lancinanti e gioie sconfinate.  E’ nella quotidianità che un soggetto umano si autocostruisce assumendo la sua specifica identità, le sue capacità, le competenze atte ad interpretare e cambiare la realtà. Il normale  quotidiano è appunto il tempo-luogo nel quale e attraverso il quale si formano e si interiorizzano valori e saperi abituali che ci permettono di comprendere la realtà che ci circonda e di interagire con essa. 

... è nel quotidiano che apprendiamo... 
(Carl Larsson, Karin che legge)
Ecco allora il senso del  coraggio della normalità: non qualche estemporaneo atto eroico,  ma coerente virtù della durata,  fedeltà ad una tensione permanente verso la propria ed altrui liberazione.  
  
... è nel quotidiano che lavoriamo ... 
(Carl Larsson, Estate)
Luciano Manicardi in “CORAGGIO, NON TEMERE”(ed. Qiqajon, Comunità di Bose) ci ricorda due valenze del coraggio della normalità:
- quello  che fa i conti con “il clima sociale ammorbato dall’illegalità diffusa, dalla volgarità imperante, dalla furbizia eretta a sistema, dal carrierismo che non si fa scrupoli di scalzare altri, dalla logica del profitto a ogni costo, dall’asservimento al potente di turno”. Nei tempi bui come il nostro il coraggio della normalità, “esposto cioè alla derisione e al disprezzo, all’incomprensione e all’emarginazione” rischia di essere considerato addirittura eroico, quando semplicemente si  esprime nel compiere il proprio dovere, nel resistere   alla corruttela, nel non essere mai servo o servile... 

... è nel quotidiano che compiamo i nostri doveri ... 
(Carl Larsson, Karin - moglie di Larsson -  
sbuccia le mele)

... adempiamo i nostri compiti ...
(Carl Larsson, Officina)
- quello legato alla nostra finitudine: il coraggio di esistere, di affrontare le fatiche, le difficoltà ed i rischi del vivere, "sopportando l’opacità e la ripetitività del quotidiano senza vedere niente di straordinario all’orizzonte. Anzi, sapendo che l’orizzonte ultimo della vita è la morte”. Il coraggio della normalità è trascorrere i nostri giorni nell’impegno a vivificare la nostra vita e l'altrui esistenza “facendo dell’amore e della giustizia l’azione perseverante quotidiana.”
Meraviglioso coraggio!

Il coraggio della normalità ... 
del perseverare nel nostro impegno...
(Carl Larsson, Fiori alla finestra).

.... il coraggio di affrontare la gioia 
e la fatica del vivere .... 
(Carl Larsson, Piccola colazione nel parco, 
Esbjörn, figlio di Larsson, particolare)



Carl Larsson è stato un pittore svedese vissuto tra il 1853 e il 1919. Si può considerare il cantore della quotidianità dal momento che, nelle sue opere, ha prevalentemente rappresentato, spesso con fine ironia, scene di vita  domestica e figure di familiari (la moglie Karin, i figli …).

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