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Visualizzazione post con etichetta Massimo Recalcati. Mostra tutti i post
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venerdì 9 maggio 2025

La madre simbolica

Post di Rossana Rolando
 
Odilon Redon, Due giovani donne tra i fiori, 1912
C’è un racconto biblico che, meglio di tanti discorsi, sembra raccogliere il carattere duplice della maternità, l’ambivalenza che si racchiude in ogni dimensione esistenziale originaria. Nella Bibbia, così come nella grande letteratura, si presentano personaggi, situazioni, “luoghi”, “tipi” che comunicano significati universali - al di là della distinzione tra credenti e non credenti - perché toccano l’umano e insegnano a riconoscerne la complessità. Il brano in questione è tratto dal primo libro dei Re. Lo riporto qui, per poi cercare di coglierne il messaggio sotteso (1 Re 3, 16-28).
 
Un giorno andarono dal re due prostitute e si presentarono innanzi a lui. Una delle due disse: «Ascoltami, signore! Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho partorito mentre essa sola era in casa. Tre giorni dopo il mio parto, anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c'è nessun estraneo in casa fuori di noi due. Il figlio di questa donna è morto durante la notte, perché essa gli si era coricata sopra. Essa si è alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal mio fianco - la tua schiava dormiva - e se lo è messo in seno e sul mio seno ha messo il figlio morto. Al mattino mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L'ho osservato bene; ecco, non era il figlio che avevo partorito io». L'altra donna disse: «Non è vero! Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto». E quella, al contrario, diceva: «Non è vero! Quello morto è tuo figlio, il mio è quello vivo». Discutevano così alla presenza del re. Egli disse: «Costei dice: Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto e quella dice: Non è vero! Tuo figlio è quello morto e il mio è quello vivo». Allora il re ordinò: «Prendetemi una spada!». Portarono una spada alla presenza del re. Quindi il re aggiunse: «Tagliate in due il figlio vivo e datene una metà all'una e una metà all'altra». La madre del bimbo vivo si rivolse al re, poiché le sue viscere si erano commosse per il suo figlio, e disse: «Signore, date a lei il bambino vivo; non uccidetelo affatto!». L'altra disse: «Non sia né mio né tuo; dividetelo in due!». Presa la parola, il re disse: «Date alla prima il bambino vivo; non uccidetelo. Quella è sua madre». Tutti gli Israeliti seppero della sentenza pronunziata dal re e concepirono rispetto per il re, perché avevano constatato che la saggezza di Dio era in lui per render giustizia.

domenica 19 gennaio 2025

LA SFIDA DEL CORAGGIO: INSEGNARE OGGI

Post di Gian Maria Zavattaro

Immagini di Franco Matticchio (qui il sito facebook)

Franco Matticchio
“Il vero rischio della cultura contemporanea è il niente. Opinioni in libertà. Il caos non interpretato, mal interpretato, banalizzato.  Per opporsi al niente bisogna ricominciare da capo: sapere su cosa possiamo contare… Tornare alla scuola del mondo e delle idee” (M. Benasayag).                                                    

“Non possiamo aspettarci di raccogliere i fiori che non abbiamo mai piantato"… -  "La speranza non ha niente a che vedere con l'ottimismo: non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo, ma è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno" (V. Havel).

Coraggio: cuori pensanti che sperano, camminano insieme giovani adulti anziani, non si arrendono.

Sfida: provocazione con lo scopo di suscitare comunque reazioni….

Emergenza: situazione critica di estrema pericolosità pubblica che richiede risposte immediate.

Educazione: ex-ducere, condurre fuori (dal caos, dalla frammentazione, e insignificanza).

Insegnare: lat. insĭgnare, imprimere segni.

E evidente, almeno per me e per tanti, che la scuola è strettamente connessa al processo educativo: non è il tutto dell’educazione soprattutto nell’odierno pullulare mediatico dei social, I.A., agenzie alternative dalle forme più svariate: suadenti, seducenti, efficaci e per questo molto pericolose.  La scuola - con la famiglia - rimane  il “luogo” intenzionale e sociale più rilevante. Insegnare non è solo trasmettere nozioni: è entrare in relazione, interagire, comunicare in una dialettica di messaggi dati e ricevuti, verbali e non verbali, che compongono la comunicazione e relazione interpersonale. L’insegnamento, qualunque cosa si insegni, è sempre proposta di conferimento di senso. Non esiste scuola neutrale: non lo è la confessionale, non lo è la privata, non lo è quella laica Costituzionale. Chi non crede nel compito educativo della scuola (ogni scuola!) offende la propria ed altrui intelligenza, riduce la scuola a non-luogo, (1) che provoca ciò che Mounier, in riferimento a certe perverse prassi educative, chiamava “strage degli innocenti”.

sabato 23 novembre 2024

La chiarezza della mente

Post di Rossana Rolando
Immagini di Quint Buchholz (qui il sito instagram)

“Tendono alla chiarità le cose oscure…”
(Eugenio Montale)
 
💥 La chiarezza del pensare
Quint Buchholz, Il faro del libro, 1992
Assumo la chiarezza come valore programmatico da perseguire e da proporre. Non mi riferisco alla chiarezza dei rapporti interpersonali, auspicabile, ma non sempre possibile, specie nelle situazioni in cui le zone d’ombra, le parole non dette sono talora necessarie, per non ferire e conservare equilibri altrimenti precari. Parlo invece della chiarezza come esigenza mentale: nello sviluppo dei pensieri, nella comunicazione delle idee, nell’elaborazione della scrittura. Una qualità che non è immediatamente disponibile, non è dentro le cose, ma è invece il frutto di un lavoro della mente, conquista di una progressiva trasparenza del pensiero di fronte a se stesso, elaborazione di una parola pienamente afferrabile nella limpidezza finalmente raggiunta. A questo proposito leggo un passo di una lettera di Primo Levi, inviata ad Heinz Riedt, nel carteggio da poco uscito per Einaudi: “i miei gusti personali sono orientati verso la clarté, o la ricerca della medesima”, mentre altri scrittori più giovani tendono piuttosto “verso l’oscuro e l’indistinto. Benché scrittore, io tengo per chi legge: credo che se qualcosa si capisce male, la colpa non è di chi legge, ma di chi ha scritto”.¹ Per il testimone degli orrori di Auschwitz, la chiarezza non è solo preferibile sul piano estetico, ma è anche e soprattutto una scelta di tipo etico e politico
.²

lunedì 3 aprile 2023

L'educazione, Tara Westover.

Post di Rossana Rolando.
Immagini delle illustrazioni di Patrik Svensson (qui il sito).
 
Tara Westover, L'educazione
Ho letto in pochi giorni il libro di Tara Westover, L’educazione, uscito nel 2018: una narrazione biografica e non solo una finzione letteraria. Avevo già avuto modo di meditare la recensione di Massimo Recalcati che, da psicoanalista, la definiva una storia esemplare (qui) e poi altre interessanti analisi (qui).
 
💥 Una prigione familiare.
Si tratta di un’epopea che impressiona e scaraventa in un mondo familiare in cui convivono, in una mistura inestricabile, lucidità e convinzione con assurdità e violenza.¹
La storia si svolge nell’Idaho, una terra americana dai paesaggi selvaggi e vasti, belli e crudeli, dove la natura è così grande da rendere irrilevante ogni dramma umano.² Ai piedi della grande Montagna vive una famiglia mormone, la cui fede fondamentalista è contrassegnata dalla netta distinzione tra la Verità, che è una sola, e le Menzogne che attraversano il mondo, dominato da Satana e dagli infedeli. Da questa certezza discende il rifiuto della modernità, nel suo sviluppo culturale e scientifico: infatti, lo Stato è il nemico da cui salvare i figli (quattro su sette figli non frequentano la scuola pubblica e non sono iscritti all’anagrafe), la medicina è demonizzata e sostituita dai rimedi omeopatici, caricati di un valore salvifico. In un isolamento totale tutti – compreso Tara, la protagonista - lavorano nel preparare le riserve utili ai giorni dell’Abominio (la fine del tempo) e nella discarica del padre, tra ferri, ruspe, rimorchi, scarponi dalle punte d’acciaio, fiamma ossidrica - e non mancano atroci incidenti…

venerdì 30 dicembre 2022

Natale - Luce.

Post di Rosario Grillo.

Massimo Recalcati, La luce delle stelle morte, 2022
Natale – Luce.
E=mc² Da ignorante di fisica comincio con la legge di Einstein, recuperando la funzione della luce, presente come costante (c).
La luce è una costante universale e, in quanto tale, assoluta.
Non sbagliavano, nel Medioevo, coloro che predicavano Dio attraverso il simbolo della luce. Quando Roberto Grossatesta improntava la metafisica della luce.
Nello scritto di Stefano Della Torre, Dio, (1) si sceglie di dar conto della duplicità, visto che la costante presente nella dottrina einsteiniana della relatività, assume un connotato di assolutezza. Potremmo dire che essa domina il tempo.
Il Big Bang conflagra nella Luce (o attraverso); un fenomeno luminoso accompagna la morte delle stelle (stelle cadenti), molto ma molto tempo dopo che essa è avvenuta.
Sempre S. Della Torre evidenzia la radice della parola con cui chiamiamo Dio. 
(theoreo = Theos). Scrive: Ha dunque a che fare con la vista e, più esplicito, la “radice div, da cui il latino divus, e poi dia, ‘giorno’, e ‘diurno’, che recano il senso della luce (che pure ha a che fare con la vista)”. (2)
Andando al pratico e sfiorando la banalità, mi basta mettere sotto osservazione l’associazione luce-vita e, a contrasto, oscurità-morte.
L’oscurità invade tutto ciò che collassa. Nel Nuovo Testamento si conferma la combinazione tenebre-morte (“Mi hai gettato nella fossa profonda, nelle tenebre e nell’ombra di morte” (3) ).
Ora, assodato ciò, voglio prendere spunto dall’ultimo libro di Massimo Recalcati, che si sofferma sul “dolore della morte e della nostalgia”.

sabato 3 dicembre 2022

L'esperienza dell'ingovernabile.

Post di Rossana Rolando.
Immagini degli acquarelli di Nicola Magrin (qui la pagina facebook).
 
“In quanto esseri viventi, siamo morsi, rosi dal sintomo.
Siamo malati, tutto qui.”
(Jacques Lacan).¹
 
Nicola Magrin, Iceberg
Ciascuno di noi ha provato, nel corso della sua vita, in modo più o meno forte e sconvolgente, qualcosa che si oppone al dominio della mente - alla lucidità della coscienza - e che risulta ingovernabile. Si esprime attraverso un sintomo, spesso ripetuto o solo occasionale, e mette in discussione l’ordine esteriore della nostra esistenza. Il sintomo, insegna la psicoanalisi, è l’indizio rivelativo di un malessere, non è il malessere stesso, ma il suo segno, come la febbre rispetto ad una malattia. Esso ha una forza che l’Io non comanda, è il primo avviso dell’ingovernabile.

sabato 15 ottobre 2022

Salvare la scuola.

Post di Gian Maria Zavattaro.
Illustrazioni di Monica Barengo (qui il sito instagram).

Illustrazione di Monica Barengo
“Tutto il problema si riduce qui, perché non si può dare che quello che si ha. Ma quando si ha, il dare viene da sé, senza neanche cercarlo, purché non si perda tempo. Purché si avvicini la gente su un livello da uomo, cioè a dir poco un livello di parole e non di gioco. E non una parola qualsiasi di conversazione banale, di quelle che non impegna nulla di chi la dice e non serve a nulla in chi l’ascolta. Una parola come riempitivo di tempo, ma parola scuola, parola che arricchisce”. (don Lorenzo Milani, in Esperienze pastorali)
 
"Avanti la Brigata Leggera!" C'era qualcuno sgomento? No, anche se i soldati sapevano che qualcuno aveva sbagliato. Loro non fecero domande, loro non si chiesero perché, loro non fecero altro che farlo e morire. Nella valle della Morte cavalcarono i seicento. (Tennyson Alfred)
 
La scuola non ha bisogno dell’antitesi tra scienza, tecnologia e studi umanistici. Il mondo è un enigma che ogni scuola dovrebbe esplorare tramite plurime letture tra loro complementari, base del futuro bagaglio di tutti gli studenti: capacità di pensiero convergente e divergente, stupore e pragmatismo, poesia e prosa, arte e formule matematiche, affermazione personale e solidarietà, gratuità ed utilità, humanitas e tecnologia. Ci vogliono docenti dal doppio coraggio: non rinchiudersi nel mala tempora currunt e non cadere nella spirale delle sirene di moda, destinate a svaporare nel cimitero del demodè. Il rinnovamento della didattica, l’aggiornamento tecnologico sono imprescindibili doveri dei docenti, ma non sono fini a se stessi, bensì strumenti per conseguire le finalità della scuola: insegnare (da insĭgnare) imprimere segni nella mente e nel cuore, istruire (da in-struere) inserire/portare dentro conoscenze e competenze, educare (da ex-ducere), condurre fuori dalla frammentazione, dal caos, dall’insignificanza uomini e donne consapevoli di sé e del mondo).
Strada da fare. Camminando insieme.

sabato 14 maggio 2022

La rimozione delle lucciole.

Post di Rossana Rolando.

Massimo Recalcati, Pasolini, 2022
Nel piccolo libro di Massimo Recalcati, da poco uscito, dal titolo “Pasolini. Il fantasma dell’Origine”, si dà molto spazio all’elemento del religioso e del sacro nella poetica pasoliniana.¹ In particolare, si insiste sulla tesi del mondo disincantato che caratterizza la società consumistica borghese:
“non esiste un borghese che possegga un autentico sentimento religioso”.² Per Pasolini il tentativo del fascismo storico di colonizzare le coscienze è riuscito solo superficialmente. Viceversa, il nuovo fascismo consumista (tecno-fascismo) ha permeato la mentalità collettiva, assorbendo in sé ogni desiderio e chiudendo l’uomo contemporaneo nella cerchia dei beni continuamente inseguiti e raggiunti. L’Altro, l’Origine, la Madre, l’Inedito - i tanti nomi di cui si riempie lo scarto tra l’aspirazione e la realtà – si eclissano dall’orizzonte del mondo, appiattendo il desiderio nell’ultimo prodotto, illusoriamente nuovo, che il mercato incessantemente propone. Il mondo non conosce più la meraviglia dell’Origine e le lucciole scomparse dalla campagna ne sono l’emblema: l’industrializzazione e le luci artificiali di stadi, concerti, schermi televisivi, hanno oscurato la capacità di vedere nel buio, da una parte, ma hanno anche azzerato la presenza stessa delle fonti di luce, metaforicamente rappresentate dai piccoli corpi volatili: “Le lucciole sono il simbolo di un tempo dove il mistero abitava ancora il mondo, un tempo che ha preceduto la violenza demitizzante della civiltà dei consumi”.³

martedì 24 agosto 2021

Errore, fallibilità, errare.

 Post di Rossana Rolando.

Monica Barengo, Errore, per Edizioni Motus
Queste riflessioni prendono avvio dal discorso tenuto presso l’Università Normale di Pisa, da parte di tre giovani neolaureate, al momento della consegna dei diplomi (video in fondo al post). Il contenuto espresso ha richiamato molti commenti positivi e qualche critica.¹ Per parte mia vorrei soffermarmi sulle parole conclusive: “la retorica dell’eccellenza è incompatibile con l’incompletezza e la fallibilità di ognuno”.
Ecco, il tema dell’errore, della fallibilità di cui le tre studentesse hanno acquisito piena consapevolezza, mi pare centrale. Non solo come antidoto all’arrivismo, alla competizione esasperata che ammorba la nostra scuola, anche fuori dalle sedi universitarie - per esempio nei percorsi liceali, nelle attese dei genitori sui propri figli, nella corsa degli istituti scolastici ad emergere con le valutazioni più alte - ma soprattutto come via di una reale umanizzazione che non resti semplicemente intrappolata nelle maschere vuote dell’apparenza.

sabato 27 febbraio 2021

Tradimenti.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle illustrazioni di Pietro Tenuta (qui il sito instagram).

Pietro Tenuta, Dipendenza
Il tradimento è esperienza dolorosa che ciascuno di noi ha provato. 
Non intendo riferirmi al modo in cui questo vocabolo è solitamente inteso: la doppia vita all’interno di una coppia o la rottura di vincoli sacri quali l’amicizia e la fraternità. In questa accezione del termine, le strade di chi ha tradito - con il carico di violenza psichica che l’atto del tradire infligge - e, specialmente, di chi ha subito il tradimento sono difficilmente ricomponibili e spesso sfociano, come avverte Massimo Recalcati nelle sue Brevi lezioni sull'amore, in sentimenti d’odio che passano per la via della distruzione reale o simbolica dell’oggetto precedentemente amato e idealizzato. In rari casi è possibile intraprendere la via umanamente ardua del perdono. Per essi vale l’insegnamento che proviene dalla stupenda pratica del kinsugi, l’arte di riparare con l’oro le spaccature di un vaso, per ricordare che le ferite non possono essere cancellate, ma - eventualmente - ricucite, impreziosendo ciò che è stato rotto e restituendolo ad una diversa rinnovata vitalità.¹

Tuttavia, dicevo, non è questo tipo di tradimento che ho in mente in questo post. 

venerdì 15 gennaio 2021

Umano Inumano. Verso un nuovo Umanesimo.

 Post di Rosario Grillo.

Gaetano Previati (1852-1920), La creazione della luce (1913)
1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta.
6 Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8 Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
9 Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10 Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11 Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
12 A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13 i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14 E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni I

✴️ Premessa.

Il Verbo-Parola si è fatto carne. L’uomo è creato: figlio di Dio. Dio si è fatto uomo. Ecco il fondamento dell’Umanesimo.

domenica 6 settembre 2020

Ritorno della scuola. Sarebbe stato diverso.

Post di Rossana Rolando
Immagini di Andrea Ucini (qui il sito).


“Io amai in lei qualcosa di più che il professore”
(Lettera di Cesare Pavese ad Augusto Monti, agosto 1926)¹.

Andrea Ucini
Sarebbe stato diverso parlare di ritorno della scuola anziché di semplice ritorno a scuola. La preposizione “della” avrebbe cambiato tutto il significato: non soltanto ritorno “a” scuola in presenza – che è una delle condizioni per poter davvero in-segnare, nel senso di imprimere segni – ma ritorno “della” scuola al centro dell’agenda politica e sociale, in quanto obiettivo prioritario per la costruzione del futuro di ciascuno e di tutti.
Non è così nella prospettiva politica, ma soprattutto - mi sembra di capire - nel sentire di molta parte della società.

✴️ Negli ultimi giorni di agosto si è scatenata, su twitter (e non solo), un’ondata d’odio nei confronti degli insegnanti descritti come nullafacenti: «solo cinque ore al giorno, gite gratis, 7 mesi di “lavoro”, 3 mesi di vacanza estiva, in ferie da febbraio 2020, con lo scoppio della pandemia e lo stipendio garantito…». Sono solo alcune delle invettive rimbalzate in rete.
Andrea Ucini
Non ho intenzione di confutare la falsità di queste affermazioni, molto lontane dalla realtà della maggior parte degli insegnanti, frutto di luoghi comuni estranei al mondo della didattica odierna, tanto più in questo difficile periodo inaugurato dal coronavirus con la scuola a distanza. Non è su questo tipo di accuse che vorrei soffermare l’attenzione. Piuttosto mi concentrerei sull’idea di insegnante e di scuola che si cela dietro queste dichiarazioni e che coinvolge anche chi non si esprime in questo modo: tutta quella parte di società che vuole docenti sempre in aula, sempre coinvolti in attività con gli studenti, intrattenitori cui è affidato il ruolo di sostegno alle famiglie, funzionari di un sistema economico, fondato sul successo che la scuola deve sempre garantire ecc… Questo si vuole dalla scuola, questo si chiede agli insegnanti.

giovedì 9 luglio 2020

Alterità e cura nemiche della aggressività.

Post di Rosario Grillo
Immagini delle illustrazioni di Marco Melgrati (qui il sito instagram).

Marco Melgrati, 
Affronta le tue paure
L’uomo riesce a sfuggire alla aggressività che lo abita?
Psicanalisi ed etologia hanno riconosciuto questa matrice che accomuna l’uomo agli animali.
Freud la esplorò in lungo e in largo, approntando ragioni clinico-analitiche e scrupoli umanistici. Si soffermò sul principio di piacere, che porta il bambino a superare il trauma della nascita relazionandosi con la mamma (1).
È già la presenza dell’Altro! Che apre l’orizzonte  della soggettività e mette in comunicazione con un universo, che andrà allargandosi fino alla società.
Non ho intenzione però di esporre minutamente le fasi del quadro psicanalitico; descrivo così con stretta sintesi il ruolo del padre che investe il Super-Io, al quale è demandato il compito della normazione etico sociale.
Evidentemente non tutto trova equilibrio e soluzione nello sviluppo della personalità, considerate le tracce della morbosità, delle nevrosi e delle défaillance.
Freud, fedele al metodo scientifico, procede per via empirica.
Vado ad aggiungere il contributo della antropologia culturale, che mette a disposizione il vasto retaggio di riti e tradizioni, di miti e religioni. Da esso si evince il contorto filo di sviluppo dell’umanità, attraverso le sue guerre, i cerchi concentrici di comunità via via allargate, i suoi elaborati culturali.

sabato 15 febbraio 2020

Non esiste gioco senza perdita, Massimo Recalcati.

Post di Rossana Rolando.

Massimo Recalcati,  
Le nuove melanconie
Leggo il capitolo di Recalcati Non esiste gioco senza perdita, contenuto nel suo ultimo libro Le nuove melanconie¹ sotto l’influsso di una doppia suggestione: da una parte, come insegnante, l’esperienza di alunni che vorrebbero ritirarsi dalla scuola, non per fare qualcos’altro, ma per rimanere a casa, spaventati dalla fatica della vita scolastica e dal complicato intreccio delle relazioni; dall’altra parte, come semplice osservatrice, il fenomeno nato in Giappone e diffusosi altrove - anche in Italia - dei cosiddetti hikikomori², giovani che si chiudono in una stanza e si autoescludono dal mondo, rifugiandosi nella dimensione virtuale.
Naturalmente nessuno è immune dalla tentazione di fuggire l’esistenza, soprattutto quando essa si presenta - per le più svariate ragioni, soggettive ed oggettive - come un peso difficile da portare. Ma quello che può rimanere un retropensiero nella vita adulta, finisce invece per apparire come l’unica strada percorribile in alcune situazioni di fragilità adolescenziale.

Recalcati inizia la sua riflessione con un doppio racconto che mette bene in luce il desiderio di fuga.

martedì 5 novembre 2019

Il tabù della gratitudine. Massimo Recalcati.

Post di Rossana Rolando. 

L'immagine di copertina è di 
Gabriella Giandelli
La gratitudine viene posta, da Massimo Recalcati, tra i tabù del nostro universo mentale. Perché un tabù?
Il termine indicava, nel passato, “un luogo inaccessibile, inviolabile” e, nello stesso tempo, un limite da trasgredire, un restringimento da oltrepassare. Oggi, nell’epoca della liberazione da qualsiasi legge, il tabù può assumere il significato di un ammonimento che rimanda all’esperienza umanizzante del limite, esso stesso tabù: “segno che la vita non ci appartiene mai come una semplice presenza di cui siamo proprietari, ma è qualcosa che porta con sé la cifra – trascendente e impossibile da svelare – del mistero” (1).
La gratitudine si collocherebbe in questo spazio del riconoscimento del limite, nell’avvertimento della propria dipendenza da altri e nella consapevolezza di essere in larga misura il frutto di quello che abbiamo ricevuto.

domenica 9 giugno 2019

Il Gesù di Massimo Recalcati.

Post di Rossana Rolando.

Massimo Recalcati, 
La notte del Getsemani
Di Gesù si è molto occupata la filosofia.
Non mi riferisco alla elaborazione teologica medievale e moderna, tutta incentrata sul Dio di ragione, sulle possibili dimostrazioni della sua esistenza e sulla elaborazione dei suoi attributi.
No, penso proprio alla figura cristologica, presa in considerazione in molteplici modi da filosofi moderni e contemporanei, anche molto lontani dall’ottica confessionale o critici nei confronti del fenomeno religioso:  da Spinoza a Nietzsche, da Fichte ad Hegel, da Jaspers a Bloch… per citare solo alcuni nomi. Non a caso, su questo tema, è stato scritto da Xavier Tilliette  un poderoso libro dal titolo Filosofi davanti a Cristo¹, a testimonianza del fascino che la figura di Gesù ha saputo sprigionare nel corso del tempo. 
Non vi è quindi nulla di strano nel fatto  che Massimo Recalcati, filosofo e psicanalista a tutti noto, abbia dedicato alla figura di Gesù il suo ultimo lavoro, La notte del Getsemani, frutto di una meditazione rivolta ai monaci di Bose (cui il libro, infatti, è dedicato). Semmai può colpire - in chi non abbia familiarità con i suoi scritti - la profondità della sua visione, la freschezza del suo racconto, capace di suscitare coinvolgimento ed emozione nel cuore di chi legge, trasformando il già conosciuto in qualcosa di totalmente nuovo.  E forse può anche sorprendere la coraggiosa scelta di parlare di Gesù - da parte di chi, come Recalcati, si dichiara laico -  in un tempo indifferente e in alcuni casi ostile nei confronti di tutto ciò che richiama, in qualche misura, la storia del cristianesimo.
Illuminanti allora possono risultare, per porsi nella giusta prospettiva, le parole che  Bonhoeffer scrive nel suo Resistenza e resa e che lo stesso Recalcati cita: «l’ateo – colui che fa esperienza dell’assenza di Dio, del suo silenzio – è assai più vicino a Dio dell’uomo di fede, perché il “Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona”... “essere cristiano non significa essere religioso, ma significa essere uomo”»².

Chi è dunque il Gesù di Massimo Recalcati? Lo direi, sinteticamente, in tre punti.

domenica 4 novembre 2018

Le istituzioni hanno un cuore.

Post di Rosario Grillo 
Immagini di Carlo Stanga, raffinato illustratore italiano, con gentile autorizzazione (qui il sito).

Carlo Stanga, Illustrazione 
per il progetto speciale "Sentimenti 2015" 
de l'Espresso
Da un po’ la mia mente si arrovella su una domanda: il limite della ragione e, complementarmente, l’estensione e il ruolo delle forze a-logiche (1).
Nella gamma di queste forze: il sentimento, l’emozione, l’immaginazione.
In via esterna, momenti occasionali mi hanno condotto verso la stessa domanda.
Oggi, ad esempio, si sono incrociati due eventi: la puntualizzazione fatta da un relatore (A. Stoppa) sulla communitas base dell’istituzione e la lettura di un articolo di Massimo Recalcati dedicato alla ricerca della motivazione vera che condusse Pasolini a prendere partito per i poliziotti di viale Giulia, 1968, anziché per i manifestanti.

martedì 16 gennaio 2018

Amore oggi, due sentieri.

Relazione sul tema dell'Amore, tenuta da Gian Maria Zavattaro, il giorno 12 gennaio, presso il Liceo Scientifico "G. Bruno" di Albenga.

Jan Vermeer, Donna che legge una lettera 
davanti alla finestra, particolare (1658)
🌟Vorrei iniziare con una riflessione di A. Fabris tratta da “I paradossi dell’amore” (ed. 2002 Morcelliana): “Fin dal mondo antico ben si sa che l’amore è ferita e guarigione al tempo stesso. E dunque che esso condivide con altri fenomeni la natura ambigua del pharmacon, di ciò  che è veleno e medicina insieme. Può emergere così il vero e proprio carattere paradossale dell’amore”. E allora subito dico con U. Galimberti che “la filosofia deve essere il luogo dell’inquietudine, cosa ben diversa, naturalmente, dal luogo delle risposte rassicuranti”¹. Amore è parola talmente evocatrice, potente, terribilmente equivoca da dover essere trattata con molta umiltà e coraggio. Quest’unica parola in italiano esprime in modo onnicomprensivo una vasta gamma di oggetti d’amore per lo più discordanti o contradditori, mentre invece altre lingue come il greco ed il latino hanno avvertito il bisogno di termini distinti per indicarne i vari tipi². Dedicare 15 minuti a discorrere sulle cose dell’amore nella nostra società globalizzata, nell’Italia  che il rapporto Censis 2017 dice carica di rancore, nell’Europa frantumata, in un mondo diviso 
dalle guerre e dalla minaccia nucleare potrebbe sembrare una follia. E poi se ne dovrebbe parlare sicuri che si condivida lo stesso significato, pena l’incomunicabilità. Eppure parlarne qui nel nostro Liceo, in questa notte bianca festosa va proprio bene, è tra le cose più belle ed insieme più provocatorie: lo si può fare per balordaggine oppure come segno di speranza che è il cuore della paideia, speranza che l’amore di ognuno di noi non finisca nel container delle passioni tristi.

martedì 11 luglio 2017

La fine degli esami.

Post di Rossana Rolando
Immagini dei dipinti di Valériane Leblond (qui il sito).


 “Chi non ama la vita
non ha pazienza con essa”
(R. Guardini, Virtù. Temi e prospettive della vita morale)

L'ora di lezione.
Valériane Leblond
Ho terminato - come commissaria interna di Storia e Filosofia - gli esami “di maturità” del Liceo classico: la conclusione di un ciclo per la quinta in cui ho insegnato dall’inizio del triennio.
Nel momento di sintesi, che è l’esame di stato, si raccoglie tutto un mondo di ore e ore trascorse in una precisa classe, con determinati singoli volti, nella quotidianità prosaica di attimi che si vivono senza poter sapere se lasceranno un segno e quale. L’ora di lezione, per quanto frutto di preparazione e non d’improvvisazione, è imprevedibile nei suoi effetti: troppe le variabili soggettive e oggettive di cui non si dispone.

 “Vivete ora le domande”
(Reiner Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta).

domenica 18 gennaio 2015

Le sfide educative e la scuola zona di frontiera.

Per chi fosse interessato ad un'analisi delle problematiche educative legate alla scuola e alla società, riportiamo di seguito la nostra relazione tenuta il 9 gennaio 2015, durante il Convegno Agesci “Le sfide educative”, nei termini colloquiali in cui è stata pensata. Data la lunghezza del testo si è ritenuto di suddividerlo in paragrafi in modo tale da renderne più facile la lettura e l'eventuale concentrazione su alcune parti piuttosto che su altre.

La sfida educativa.
Premessa: la scuola zona di frontiera.
Vorrei raccontare la quotidianità delle sfide educative, così come le vedo oggi da cittadino che continua a coltivare la passione per la scuola e che fino a due anni e 4 mesi fa viveva in trincea come preside.

Il compito educativo...
Dopo il riferimento ad alcuni segni del tempo, vorrei raccontarle sviluppando tre momenti:  - il compito educativo della scuola  - l’emergenza scuola e le sfide educative connesse -  le risposte che spettano alla società in generale, agli adulti, ai genitori, ai docenti, agli studenti.

... come rispondere...
 1. Il compito educativo della scuola.
In questa scuola sempre più zona di frontiera le sfide educative sono tante: mi limiterò a cenni su quelle che ognuno di noi – nel diverso ruolo di cittadino, docente genitore studente - può in qualche modo contribuire a risolvere.
Non tutte le cose che dirò piaceranno, ma esse poggiano su due postulati: 1. la SPERANZA, segno e cuore della scuola; 2. tutti siamo responsabili e diversamente coinvolti, tutti possiamo fare di più,  anche qui ad Albenga.


... nell'orizzonte della speranza.
1.1 I segni del tempo.
Viviamo un  tempo contraddistinto da fatti - e i fatti sono “segni del tempo” - positivi e negativi. Mi soffermerò su quelli positivi, quelli che sollecitano, qui in questo momento storico, ognuno di noi a connettere il proprio agire con quello degli altri, a potenziare la prassi del camminare insieme, che esige reciproca fiducia e  corresponsabilità.  Volete esempi di questi fatti, segni del tempo?  Li ho scelti in base alla mia soggettiva sensibilità e forse ciascuno di voi con la sua fresca capacità di discernimento ne potrebbe trovare ad iosa di migliori e più significativi:

La carta del coraggio.
1.1.a. La   vostra “carta del coraggio”: in particolare la pagina sulla scuola, ben consapevole delle sfide dell’emergenza, le azioni da intraprendere, gli impegni da assumere. E, nella premessa, il vostro sguardo  tenerezza verso il mondo creato che  voi dichiarate “terra da abitare” nella dimensione globale e locale. Qui, concretamente, terra da abitare non è forse la scuola? Dichiarazione fantastica e terribilmente impegnativa, perché suona come appello, promessa, impegno  per una   comunità educante.

L'alluvione di Genova.
1.1.b. “Gli angeli del fango” non solo a Genova, a sfidare l’alluvione e spalare fango, come generazioni di giovani prima nel Belice-Firenze-Friuli-Campania-Aquila… E Iacovello, il vecchio prof. di musica, ex scout, che non ha tempo di scegliere cosa salvare e riesce solo ad abbrancare dal tavolo le posate. E poi arrivano i giovani: “Per me, che vedevo la mia casa sprofondare, sono stati come una grazia, un segno del cielo. Il cuore c’è ancora”. 
Premio Nobel Malala.
1.1.c. Il premio Nobel a Malala, la giovane 17enne pakistana che ha sfidato  gli estremisti islamici in nome dei piccoli (“Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo” dice). E’ in classe, ora di chimica, quando riceve notizia del premio: nonostante l’emozione rimane a scuola, segue l’ora di fisica e inglese e solo dopo, al suono della campanella, va a casa a godersi la festa: un inno all’intensità delle lezioni.

I vandali di Bari 
e l'esempio dei genitori.
1.1.d. In questi ultimi mesi in tutta Italia si sono moltiplicati gli episodi di vandalismo nelle scuole, sintomi di un male, di una rabbia che rode dentro e che esplode ed imperversa soprattutto nelle periferie delle grandi città. A Bari vandali hanno letteralmente distrutto di notte un asilo ed una scritta beffarda ”siamo stati qui”. Cosa fanno i genitori? I protestatari in piazza, accuse al preside e alle maestre? No: si  incontrano, decidono di creare un gruppo su facebook proprio con lo stesso nome  “siamo stati qui”. Guardate che sono tanti i gruppi di genitori  che in tante scuole coltivano  il “noi  siamo qui” e  vivono in prima persona il destino della scuola dei loro figli. E non perché considerano il loro agire una terapia politicamente corretta all’assenteismo istituzionale. Non lo è per nulla. Ma non è questo il punto, perché non è solo l’emergenza che innesta questi comportamenti e queste esperienze che parlano una lingua diversa, quella della responsabilità  di cittadini che non si limitano a  rivendicare ciò che altri dovrebbero fare, ma danno l’esempio di una scuola bene comune che è proprietà di tutti e che dunque spetta a tutti curare. Tutti esempi interessanti di rinnovato rapporto scuola-città-famiglia.

Il sinodo dei vescovi.
1.1.e. Il sinodo dei vescovi sulla famiglia, su cui possiamo dare il giudizio che vogliamo: troppo? Troppo poco? Non c’è dubbio però circa il trionfo dell’accoglienza nella verità, l’ascolto delle persone, la valorizzazione del positivo ovunque si trovi, specie nelle varie situazioni di crisi e la fede proposta con misericordia. Il che significa per la  scuola laica che la cultura sta nell’ascolto, nell’accoglienza e nella valorizzazione di ogni singolo studente soprattutto di chi è in situazione di svantaggio - con rigore certo e fermezza, perché a scuola non si vendono caramelle - ma con magnanimità, grandezza d’animo, con empatia.

2. La scuola e la sfida educativa: le emergenze.

E' capace la scuola di educare?
La sfida nuova ed antica di cui voglio parlare  è quella che ogni giorno affrontano docenti studenti, le loro famiglie: è capace la scuola di educare, cioè promuovere processi di trasformazione personale e incidere sul sociale? Sfida obnubilata dai tanti volti dell’emergenza educativa. Mi soffermo su tre.

2.1 La scuola e l'integrazione.


La scuola laboratorio di integrazione.
La scuola è il primo laboratorio di integrazione interculturale, nel quale la globalizzazione e l’interdipendenza diventano una realtà che porta studenti provenienti da ogni parte del mondo ad abitare gomito a gomito e l’insegnante ha il difficile compito di essere mediatore culturale per far sì che ciascuno possa in pieno diritto imparare a comunicare e dialogare in termini di reciproca accoglienza ed ospitalità di ogni identità e diversità. La scuola è il luogo dove si gioca in buona parte il destino dell’integrazione culturale.

2.2 La scuola e l'emergenza edilizia.

La scuola e l'emergenza edilizia.
L’emergenza edilizia. A fine novembre si è svolta la XII  Giornata Nazionale della Sicurezza nelle Scuole: andate a leggere i dati riportati da Cittadinanzattiva… Beh, certo Albenga sta decisamente meglio, ma se l’Italia piange Albenga non ride…. La sicurezza è ovvia condizione elementare ed inderogabile di vita, ma la qualità della  struttura scolastica è la prima condizione materiale del fare scuola, elemento stesso del processo e del successo educativo.. La scuola è la prima istituzione pubblica sociale che lo studente, il bambino,  dopo la famiglia, vive: immaginate come possa essere segnato da un imprinting di un ambiente inadeguato, degradante ed estraneo e come questo segno negativo  possa per associazione contaminare la percezione di tutte le altre istituzioni pubbliche e statuali.

2.3 La scuola e l'abbandono scolastico.

L'abbandono scolastico.
2.3.a. Alcuni dati rilevati dal rapporto Eurydice. 
Il rapporto (realizzato dal network educativo europeo Eurydice), presentato un mese fa a Montecitorio mostra che in Italia il 17,6% dei giovani abbandona il ciclo scolastico prematuramente e troppi bocciati vanno ad ingrossare le file degli sconfitti: 115.00 ogni anno fra i 14 e 17 anni  lasciano la scuola, (i cosiddetti early school leavers) con tassi decisamente più elevati al Sud e negli istituti tecnici e professionali. Gli abbandoni avvengono prevalentemente nel primo biennio delle superiori, in genere a seguito di bocciature: “un massacro didattico. Non è più solo allarme educativo, è allarme sociale, dramma culturale e socioeconomico: il NEET (not engaged in education, employed  or training), ossia  i giovani tra i 15-29 anni che non studiano, non lavorano e non svolgono attività di formazione, è passato dai 1.946.000 del 2004 ai 2.435.000 del 2013. Già don Milani denunciava la scuola ospedale che cura i sani e respinge i malati, quel don Milani di cui tutti ci riempiamo la bocca a proposito ed a sproposito, anche a Montecitorio. 

... la scuola ospedale che cura i sani 
e respinge i malati?
2.3.b. Il mal di scuola e l'origine degli insuccessi.
Perché si abbandona la scuola? Il mal di scuola è spesso un enigma, un messaggio opaco. Il soggetto dell’insuccesso, secondo gli esperti, non è facile da individuare. Sicuramente sono i giovani che si arrendono, ma attorno al loro insuccesso si rispecchiano gli insuccessi della società nel suo insieme, soprattutto laddove i giovani vivono in contesti sociali disagiati, in quartieri ed in periferie lasciate allo sbando.

Una generazione di sdraiati?
Insuccessi delle famiglie e dei genitori che in questi tempi di crisi non riescono a reggere l’onere del mantenimento né la capacità di sostenere emotivamente e moralmente i propri figli. Insuccessi della scuola, quando la didattica polverosa di certi approcci rigidi di non pochi docenti, asservita ad un pensiero “predittivo (il ben noto ”effetto Pigmalione” per il quale  ciò che uno oggi è lo sarà anche nel futuro), pregiudica il singolo studente, condannandolo alla sfiducia in se stesso e ad essere facile preda di un’indotta “impotenza acquisita”. Scuola che  non mantiene le sue promesse formative, distribuisce indiscriminatamente il sapere ad alunni che hanno diversa cultura personale e familiare, trattando i disuguali in modo uguale,  come ben denunciava don Milani.

Il ruolo dell'insegnante.
2.3.c. I dati dell'Istituto G. Toniolo.
La ricerca dell’ISTITUTO G. TONIOLO (in libreria in questi giorni  “La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2014” ed. il Mulino) ci presenta un ritratto multidimensionale ed articolato dei giovani di oggi. Sempre più complicato trovare la propria strada: il percorso di transizione all’età adulta è simile ad un labirinto nel quale è facile trovarsi disorientati; il tutto aggravato dalla cronica congiuntura economica negativa, dalle differenze sociali sempre più marcate e dalle opportunità  sempre più scarse per chi ad esempio ha entrambi i genitori solo con la scuola dell’obbligo, rispetto a chi  ha almeno un genitore laureato.


Il difficile percorso verso l'età adulta.
E’ un universo giovanile che si sta polarizzando sempre più: da una parte coloro che in qualche modo reagiscono; dall’altra quelli che si sono arresi: scivolano sempre più ai margini ed oltre la sfiducia nelle istituzioni e nella società, perdendo fiducia in se stessi e nel proprio futuro. La linea di demarcazione tra i due poli è data soprattutto dal sostegno umano ed emotivo fornito dal cerchio magico della famiglia, degli amici, della scuola. 


Come aiutare i giovani 
ad uscire dalla sfiducia... dalla paura?
La ricerca vuole dimostrare come sia importante assumere lo sguardo dei giovani stessi e cercare di veder la realtà in trasformazione con i loro occhi per capire le sfide che si trovano davanti e per dotarli di strumenti efficaci. Se nessuno può vincere per loro, nessun giovane può farcela se abbandonato a se stesso.

Nessuno può vincere per loro ... 
nessuno può farcela se abbandonato a se stesso.
2.3.d. La scuola come non-luogo.
E' che la scuola per troppi giovani è un non-luogo, a cui non sentono di appartenere, non sono legati né intellettualmente né ancor meno affettivamente perché non riescono a vederla come strumento per crescere, capire il mondo, se stessi, gli altri. Si aspetta che passi la giornata, si va a casa e se qualcuno ti chiede, se c’è qualcuno, che cosa hai fatto tu rispondi “niente”: la scuola votata al nulla, perdita di tempo dove si imparano cose inutili e alla fine dell’anno inesorabilmente sei espulso.

La scuola come non-luogo.. 
per troppi giovani.
Tutto ciò  esigerebbe una complessa decifrazione che esula dalle mie competenze. A me preme ricordare che l’emergenza educativa, il mal di scuola, riguarda tutti, bambini, giovani, adulti, anziani, donne, uomini. Nella nostra società interdipendente e globalizzata, - “società liquida”, suggestiva connotazione metaforica di Bauman - le nostre “vite di corsa” sembrano ormai la condizione umana generalizzata, tutti presi in un perpetuo e trafelato presente in cui tutto è affidato all’esperienza del momento, appunto  liquida.

La società liquida... le nostre vite di corsa.
3. Quali risposte possono essere date dalla società, dal mondo adulto, dai genitori, dagli insegnanti?

3.1 Il rapporto Censis sulla nostra società.
Il 48° rapporto Censis del dicembre 2014  descrive la nostra società stremata da sei anni di crisi e un’Italia della solitudine segnata dalla diffidenza: solo il 20,4% degli italiani pensa che gran parte della gente sia degna di fiducia, mentre il 79,6% è invece convinto che bisogna stare molto attenti. Domina la paura: il 60% degli italiani ritiene che "a chiunque possa capitare di finire in povertà", mentre permane la solitudine del singolo, che non sa dove andare in una società profondamente “asistemica", spaventata, impoverita e ripiegata su se stessa, cinica nel rispondere alla domanda su quali siano i fattori più importanti per riuscire nella vita: non l'intelligenza (solo il 7%), all'istruzione va meglio (, 51%), ma battiamo tutti i Paesi europei sulle risposte relative alle “conoscenze giuste” ( 29%) e alla provenienza da  famiglia benestante (20%). 

...società stremata dalla crisi...
3.2 Gli adulti disorientati.
Uguali risultati ci offre l’indagine Demos 2014: adulti spiazzati dalla crisi, dal fisco e dalla corruzione, spaesati, senza riferimento, frustrati dai problemi economici, dall’inefficienza e dalla corruzione politica, senza illusioni nel futuro. Trionfo della sfiducia e del senso della solitudine: i cittadini che non si sentono soli di fronte allo stato  sono il 15%, hanno fiducia nella politica e nei partiti il 3%, nel parlamento il 7 %, nella magistratura il 33% rispetto al 50% dello scorso anno; resistono la scuola con il 53% e la chiesa, 49%. Unica eccezione papa Francesco: lui  è a quota 90%... Insomma una generale assuefazione alla sfiducia. In questo quadro allarmante  si pone la scuola, un quadro che rivela che  noi adulti siamo il vero problema.

... adulti senza riferimenti... 
in crisi di identità...
Formare gli adulti dovrebbe essere una delle scelte da inserire nei compiti più urgenti con i quali dobbiamo confrontarci. E dove sono i genitori, i docenti, gli studenti?

3.3 I genitori.
Ci sono i genitori di cui narravo prima, quelli che insieme ai docenti ricostruiscono la scuola ogni giorno. Ci sono i genitori che la crisi costringe all’impotenza,  stretti nel loro disincanto sconforto rabbia, troppo impegnati su altri versanti per accorgersi dei rischi formativi dei figli, troppo distratti dalle fatiche del vivere quotidiano per partecipare, angosciati dal presente e preoccupati del futuro ingrato dei loro figli, aggressivi o indifferenti e passivi, in  crisi di identità, senza  fiducia nella società che li circonda e li chiude nella loro individualità.

I genitori sindacalisti dei figli ...
E poi ci sono i genitori – debbo dirlo, soprattutto nei licei - dalla  petulanza assolutoria nei confronti dei figli, che percepiscono il docente come giudice incapace e non autorevole, autorità inferiore rea di presunti affronti nei riguardi dei  figli: in una spirale di reciproci rimproveri e colpe che vedono genitori contro figli e, a favore dei figli, contro i docenti; docenti contro genitori; alunni contro tutti… E così il processo educativo,  essenzialmente processo fiduciario, agonizza o muore. La sfida educativa per i genitori è questa: partecipare, dialogare, dare fiducia, riconoscere il ruolo difficile delicato dei docenti, essere meno “sindacalisti dei figli”, vivere il “Noi siamo  qui” in modo  costruttivo.

La sfida educativa per i genitori...
3.4 I docenti.
Oggi un buon numero di docenti è in crisi profonda di motivazione: sottopagati, caricati di mille oneri, senza il prestigio sociale di cui la società dovrebbe onorarli, vittime di pregiudizi  ancora dominanti nell’opinione pubblica.


Ma la crisi profonda sta nella perdita dell’anima della scuola: cambiare la scuola significa ritrovare la passione di insegnare, interrogare se stessi, chiedersi  se si è ancora capaci di emozionarsi.


Per molti docenti non più giovanissimi il pensiero dominante in questi ultimi anni è quello della pensione, andar via al più presto: secondo recenti dati OCSE nella secondaria i docenti sopra i 50 anni sfiorano il 60% e meno dell’1% è sotto i 30 anni. Comprendo, pur senza accettarla, la “libido pensionis” di molti docenti: si pensa alla pensione e invece bisogna spendersi, avere passione, prendersi cura dei propri alunni.


Non si può cambiare la scuola se non si cambia la propria vita: “non c’è nessuna astuzia che possa rendere creativo chi è sterile, motivato chi è depresso,  ricco di cultura chi è povero di essa”. Solo il docente che vive il rischio di non arrendersi, che sogna con i propri studenti un mondo che non c’è (e tutte le materie possono farlo), che oppone alla cultura della fretta l’incanto della lentezza, possiede qualcosa da dare e veramente in-segna, etimologicamente conferisce significati.

Lo studio esige lentezza, solitudine, fatica.
Sono tanti i docenti che non si arrendono qui ad Albenga. E se volete sapere il perché ve lo dirò con le parole pronunciate da Mariapia Veladiano, insegnante-scrittrice due mesi fa al Convegno promosso per i 60 anni dell’editrice il Mulino: ”Mi chiedete se è rimasto qualche buon motivo per fare il nostro mestiere. La mia risposta è che è un’attività libera, che rende liberi e che permette di trasmettere libertà, di favorire l’integrazione, E questo, credetemi, è qualcosa che ormai solo la scuola può fare”. 

3.4.a Il gap generazionale.


La sfida tecnologica.
Torniamo al gap generazionale. Agli occhi dei nostri adolescenti, che ragionano costantemente in modalità on line, i docenti ultra-cinquantenni sembrano provenire da altre coordinate spazio-temporali. Eppure il gap può essere una benedizione, opportunità irripetibile per la scuola, spazio-tempo dell’incontro tra le generazioni in un possibile scambio di dare e ricevere. Ciò vale in particolare nell’ambito telematico delle nuove tecnologie nell’uso della didattica quotidiana: adulti che sperimentano e comprendono che esiste un nuovo modo irreversibile  di comunicare e giovani "nativi digitali" (!?) che possono rendersi consapevoli del rischio di nuove patologie legate alla dipendenza da internet, sempre più diffusa tra gli adolescenti, ai disturbi di relazione indotti dall’uso eccessivo della comunicazione digitale; possono essere guidati alla scoperta e riscoperta fisico-visiva della vita e del mondo che  lo schermo fa percepire in modo differente, stravolgendo i concetti di distanza e vicinanza, trasformando le emozioni e rendendo  difficile guardarsi negli occhi. Insomma ogni giorno la scuola deve fare i conti con una fragilità profonda, che è di tutti. La scuola è lo spazio dell’imperfezione: imperfetta perché viva.

Lo scambio tra giovani e adulti.
3.4.b In questa scuola imperfetta e viva che ruolo ha il docente  nella vita di ogni suo alunno? 

Il ruolo è in rapporto al suo quotidiano relazionarsi con loro. Non ci sono molte alternative:  l'insegnante o  è l’incubo persecutorio, il nemico irriducibile oppure è il compagno di viaggio che si rende disponibile a camminare insieme per un tratto della vita, dove il senso del viaggio è nel com-partecipare alla fatica del crescere, dare la possibilità ad  ognuno di dire che ce l’ha fatta a capire, ad andare oltre, a pensare, ad amarsi, a farsi capire, a fare un passo avanti nella scalata delle difficoltà, a conoscersi ed infine sentire che proprio perché tu docente lo apprezzi e lo ami, anch’egli  si può dare agli altri, perché non si dà ciò che non si possiede. 

Non si dà ciò che non si possiede.
3.4.c L'ora di lezione.
La vera sfida per i docenti  e gli alunni è nei 60 minuti di lezione per le 33 settimane dell’anno scolastico: l’ora di lezione, centro attorno al quale gravitano tutti gli altri momenti dell’esperienza scolastica perché lì avviene il passaggio dall’insignificanza  al significato, da non–luogo a luogo reale di relazioni stabili,  luogo che è tale perché ha continuità nel tempo e in quel tempo avviene qualcosa: l’intensità spesso imprevedibile  dell’ora di lezione che fa della scuola un avvenimento vivo, un’apertura senza sosta del cuore e dell’intelligenza alle conoscenze, agli incontri, alla meraviglia ed alla bellezza del vivere, per ciascuno, ragazzi e adulti, dove “una parola da nulla diventa un mondo” (don Milani), che è quel che succede quando ci si incontra per davvero e niente resta più come prima. Allora forse si capisce la lapidaria espressione di Recalcati “Un’ora di lezione può cambiare la vita”.


3.4.d La fatica della scuola.
Pensiamo a quanto ognuno di noi sia stato segnato, da certi  nostri insegnanti nel bene (ma, ahimè, se cattivi maestri anche  nel male).  E non si tratta di descrivere un impossibile idillio, perché la scuola è fatica. Scriveva un mese fa Andrea Monda, insegnante, che la scuola è “un’impresa da eroi; eroi gli studenti, i professori,  tutti coloro che si aggirano sulla scena di quel dramma quotidiano, a volte tragicomico, che chiamiamo scuola”: ragazzi sottoposti a stress molto più grandi rispetto al passato perché le tentazioni sono ben di più eppure resistono, vanno avanti, applicando l’eroica  virtù della pazienza, la più biblica virtù e più vicina alla vita degli studenti, quella che già i greci condensavano nel  pathèin  mathèin:  soffrire è apprendere.

Io ci sono... noi siamo qui.
 3.4.e Dall'io al noi.
Tutto questo richiede  un  rapporto fiduciario e la prassi del camminare insieme, senza cui non si fa niente. Nella scuola tutti insieme - docenti, alunni, genitori - ognuno secondo il proprio ruolo e responsabilità, la propria identità e differenza), si può percorrere il sentiero di un comune cammino teso a rispondere a "Che cosa insieme possiamo conoscere? Che cosa insieme dobbiamo fare?  Che cosa insieme ci è concesso sperare?" Non ho inventato io queste domande, sono le tre domande kantiane (dove però, ed è determinante, io diventa noi), perché  in ogni scuola di ogni ordine e grado, insegnare–apprendere significa porre con leggerezza queste domande pesanti e addentrarsi nel territorio della vera cultura, che Gadamer descrive come ”parola della domanda,  parola della poesia, parola del perdono, della promessa e della riconciliazione  come una prima e ultima parola”. 


Così ogni giorno il “ Noi siamo  qui” può costruire la scuola come “terra da  abitare”, in cui tutti (docenti, non docenti, giovani, genitori, cittadini che amano la scuola) accolgono l’invito, in calce alla vostra “carta del coraggio”, ad ”avere speranza e fiducia nei giovani ed essere (noi adulti) soprattutto testimoni credibili”.

Amare la scuola significa costruire insieme 
un futuro in cui abitare.
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