Post di Rossana Rolando
Immagini di Andrea Ucini (qui il sito).
“Io amai in lei qualcosa di più che
il professore”
(Lettera di Cesare Pavese ad
Augusto Monti, agosto 1926)¹.
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| Andrea Ucini |
Sarebbe
stato diverso parlare di ritorno della scuola anziché di semplice
ritorno a scuola. La preposizione “della” avrebbe cambiato tutto il
significato: non soltanto ritorno “a” scuola in presenza – che è una delle
condizioni per poter davvero in-segnare, nel senso di imprimere segni – ma
ritorno “della” scuola al centro dell’agenda politica e sociale, in quanto
obiettivo prioritario per la costruzione del futuro di ciascuno e di tutti.
Non è così nella prospettiva politica,
ma soprattutto - mi sembra di capire - nel sentire di molta parte della
società.
✴️ Negli
ultimi giorni di agosto si è scatenata, su twitter (e non solo), un’ondata
d’odio nei confronti degli insegnanti descritti come nullafacenti:
«solo cinque ore al giorno, gite gratis, 7 mesi di “lavoro”, 3 mesi di vacanza
estiva, in ferie da febbraio 2020, con lo scoppio della pandemia e lo stipendio
garantito…». Sono solo alcune delle invettive rimbalzate in rete.
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| Andrea Ucini |
Non ho intenzione di confutare la
falsità di queste affermazioni, molto lontane dalla realtà della maggior parte
degli insegnanti, frutto di luoghi comuni estranei al mondo della didattica
odierna, tanto più in questo difficile periodo inaugurato dal coronavirus con
la scuola a distanza. Non è su questo tipo di accuse che vorrei soffermare
l’attenzione. Piuttosto mi concentrerei sull’idea di insegnante e di scuola che
si cela dietro queste dichiarazioni e che coinvolge anche chi non si esprime in
questo modo: tutta quella parte di società che vuole docenti sempre in aula,
sempre coinvolti in attività con gli studenti, intrattenitori cui è affidato il
ruolo di sostegno alle famiglie, funzionari di un sistema economico, fondato
sul successo che la scuola deve sempre garantire ecc… Questo si vuole dalla
scuola, questo si chiede agli insegnanti.