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mercoledì 25 febbraio 2015

L'allegrezza del cuore.



Ogni uomo è affamato di gioia e di felicità 
(J. Moltmann).
Il desiderio della gioia ...


Potrei credere solo in un Dio che sappia danzare 
(Nietzsche).


Moltmann nelle pagine iniziali del suo aureo libretto “Sul gioco” si chiede come si possa giocare quando nel mondo i bambini muoiono di fame, quando donne ed uomini vengono torturati, quando innocenti vengono uccisi; come si possa ridere vivendo in una terra straniera, in una società alienata e alienante, dove ogni giorno i volti di migliaia di persone sono inondati di lacrime; come si possa gioire in mezzo a gente ferita dalla miseria ed irrimediabilmente umiliata dall'altrui indifferenza.

Si può cantare, danzare, gioire... 
nonostante il dolore che ci circonda?
Per prima cosa liberiamoci dagli equivoci. Non ci interessa la presunta gioia commercializzata che da ogni parte ci viene propinata: inganno delle diverse forme alienate di divertimenti, diversivi, passatempi.

Quale gioia?
Ci interessa il sentimento autentico e liberante della gioia, che scaturisce dall’incontro con una persona o con un avvenimento e che  immediatamente viviamo come un dono che si presenta con un volto particolare o con una luce tutta speciale.

La gioia dell'incontro .... 
con un volto.
Se non siamo capaci di godere questa gioia con semplicità nella felicità dell’istante forse è perché siamo diventati persone piatte, individui rattrappiti, soffocati nella tristezza e nella depressione. Certamente le circostante esterne, felici o infelici, condizionano in misura essenziale la nostra capacità di consegnarci all’esperienza della gioia. Ma molti adulti sono incapaci di gioire semplicemente perché hanno ucciso il bambino che portavano in sé.

La gioia fanciullesca di un bambino.
Anche se si può piangere di gioia, l'ineffabile espressione della gioia è nel sorriso e nel  riso,  i cui confini si estendono dallo scherzo innocuo allo humour e si oppongono al cinismo di chi non ha più gioia di vivere.

La gioia di vivere.
Amo lo humour - “ilarità della serietà”, come lo definisce H. Rahner – perché esso avverte della vita non solo il carattere di dono, ma anche la difficoltà ed  il  peso:  mai completamente libero da tristezza non rinuncia  tuttavia alla gioia di vivere sconosciuta al cinico. Nello humour, sospeso ed ondeggiante in una leggera melanconia per il travaglio del mondo, si dispiega un’allegrezza del cuore che  riconosce  che si può vivere e gioire anche in una società imperfetta.

La leggerezza 
dello humor ....
Forse solo chi ha provato il sapore della libertà soffre quando essa viene meno, solo chi ha conosciuto l’amore si ribella all’odio, solo chi è capace di piangere può vivere momenti autentici di gioia, catarsi liberatrice nel nostro contradditorio quotidiano.

La polifonia della vita.
Certo non è gioia piena né imperitura alla quale può forse aspirare solo la speranza che scaturisce dalla fede nella “lieta novella”: ”Io vi vedrò di nuovo, e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi strapperà la vostra gioia” (Gv.16,22).

Una gioia anticipatrice?
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venerdì 20 febbraio 2015

Il sentimento della gratitudine. Video.


Grazie alla danza 
di una foglia d'autunno...
“Io sosterrò sempre che il ringraziamento è la più alta forma di pensiero
 e che la gratitudine non è altro che una felicità raddoppiata dalla sorpresa…
Tu ringrazi prima dei pasti. Bene. Ma io dico grazie
 prima del concerto e dell’opera, prima del gioco e della commedia,
quando apro un libro, disegno, dipingo, nuoto, faccio scherma e pugilato,
 cammino, gioco, ballo e dico grazie quando tuffo la penna nell’inchiostro”.
(G.K. Chesterton)
 
“Alziamoci in piedi per ringraziare per il fatto
 che se non abbiamo imparato molto, almeno abbiamo imparato un po’,
 e se non abbiamo imparato un po’, almeno non ci siamo ammalati,
e se ci siamo ammalati, almeno non siamo morti.
Perciò siamo grati. Ci sarà sempre qualcosa
per cui vale la pena di ringraziare “.
(Buddha).


Il segno di un grazie...
(J. Miró, Danzatrice)
Grazie [s. f. pl.di grazia (lat. gratia; gr. χάρις) e interiez.], gratitudine  [dal lat. tardo gratitudo-dĭnis, der. di gratus «grato, riconoscente»]: parole oggi per molti desuete se non insignificanti, che meritano  una riflessione. Che cosa è mai la gratitudine, questa sconosciuta? Che cosa significa veramente “grazie”? Secondo i dizionari “gratitudine” evoca riconoscenza e ringraziamento, indicando però un sentimento positivo più intimo e profondo, che si esprime di solito verbalmente attraverso il “grazie”: tante grazie! mille grazie! grazie di cuore!

Il perché della gratitudine ... 
(R. Magritte, Il riconoscimento infinito)
Diciamo  così tante volte grazie nella nostra vita quotidiana che spesso questa parolina rischia di diventare un flatus vocis abitudinario, inconsapevole come un riflesso condizionato o, peggio, un inavvertito stereotipo che intenzionalmente  non comunica nulla. E’ il grazie anche spesso ipocrita delle buone maniere o dell’automatismo professionale (penso al “prego”- la cui ricchezza semantica si perde nel buio dei manierismi - del cameriere quando serve un piatto, prima ancora del mio “grazie” che segue precipitosamente a ruota).

Il grazie come frutto 
di una convenzione sociale 
(Juan Gris, Pierrot)
No, la gratitudine è ben più che un rituale delle buone maniere: è  sentimento più profondo di ogni possibile parola, che spesso risulta del tutto inadeguata, e allora sentiamo prepotente il bisogno di comunicare in termini non verbali, con il calore di una stretta di mano, il sorriso di uno sguardo, il gesto più personale dell’abbraccio e più intimo del bacio; è il rendere grazie che presuppone uno stile, un orientamento di amabilità verso il mondo e le persone che lo abitano, un benedire che è bene – dire.

Il grazie verso il mondo... 
(M. Chagall, Violinista sul tetto)
Io credo che tutti noi – e sfido chiunque a contraddirmi – abbiamo provato o proviamo o potremmo comunque provare gratitudine per chi ci ha dato la vita, per chi ci ha educato e preso cura di noi,  per chi ci ha protetto e fatto dono del suo tempo e del suo amore, per chi ci ha aiutato a divenire autonomi e perciò quelli che siamo, per chi ci ha sorretto nelle difficoltà,  confortato anche solo con un gesto uno sguardo un sorriso.

Il grazie "naturale", 
verso chi ci ha amato e protetto 
(P. Picasso, Maternità)
Eppure la gratitudine è molto più che un sentimento reattivo di riconoscenza-riconoscimento per un gesto, un dono o un evento particolare. Può (o dovrebbe?) essere un sentimento permanente, una disposizione d’animo, un abito virtuoso, un atteggiamento di fondo.

La gratitudine come atteggiamento di fondo 
(R. Delaunay, La gioia di vivere)
Giuliani nel suo aureo libretto sulla “responsabilità di essere grati e riconoscere che l’essenziale nella vita è dono”, dichiara che “la virtù della gratitudine non è né religiosa né laica, semplicemente umana; imparare a dire grazie rafforza la nostra dignità e rafforza il grado di giustizia della società in cui viviamo” (cfr. De Benedetti–Giuliani, Dire grazie l’hallelujah della gratitudine, Morcelliana, Brescia, 2014, pagg.77-78). Gratitudine dunque per la vita e il tempo che ogni giorno trascorriamo, per ciò che abbiamo e non abbiamo,  per ciò che siamo e desideriamo,  per le persone a noi care e le infinite persone a noi sconosciute, per la bellezza del mare e dei monti, ”il cinguettio degli uccelli e lo sbocciare dei fiori” (De Benedetti!),  per lo stupore delle albe e dei tramonti,  per la verità e la bontà che con fatica ricerchiamo in ogni incontro e relazione umana.

Gratitudine per la vita ... 
(P. Klee, Paesaggio con uccelli gialli)
Ma anche indubbiamente gratitudine del credente: inno di lode al Creatore per il dono della vita, della luce, dell’amore, nel riconoscimento della finitezza come sentiero di salvezza; inno di lode che si eleva nel “Gloria” della messa domenicale, nel “Te Deum laudamus” di fine anno, negli innumerevoli osanna ed alleluia ripetuti nel tempo, nel “Cantico delle creature” di  S. Francesco; inno di lode infine del “Nunc dimittis servum tuum”  a Colui che fa tornare in vita i morti, “grato per il mio passato ed il mio futuro ed anche per il passato e il futuro degli altri, il cui destino io metto con la preghiera, per così dire,  nelle mani di Dio. Sono poi grato anche al mio prossimo, umano e non umano, penso anche agli animali domestici, che hanno condiviso la nostra casa, i nostri cani e i nostri gatti…” (De  Benedetti, pagg. 77-78).

Gratitudine per il nostro prossimo, 
umano e non umano ... 
(F. Marc, Il cane bianco)
Tuttavia anche la gratitudine, come ogni ambivalente aspetto umano, può essere contraffatta, contrabbandata, tradita, banalizzata in operazioni di trasformismo: da assertiva espressione di libero (gratuito!) consenso, da moto spontaneo e sorprendente di ringraziamento e lode può trasmutarsi nell’ironico sarcasmo di certi grazie (grazie tanto!...), può rivelarsi strumento per accattivarsi l’altro o per pareggiare e saldare conti e debiti con gli interessi.

Gratitudine senza maschere 
(G. de Chirico, Le maschere)
Il grazie della gratitudine non è dunque di tutti e per tutti: è un segno di profonda umanità, di sguardo amorevole verso  chi  è prossimo, di esaltazione della loro esistenza, della loro diversità, del loro lavoro e servizio; è partecipazione al bene che è la vita di tutti;  è il contrario del risentimento perché sintomo di benessere interiore, di empatia, di congruenza con se stessi, condizioni indispensabili per il suo esprimersi; è il grazie del malato e del sofferente, il volto di una solitudine non più sola, la consapevolezza che l’amicizia l’amore la solidarietà sono più forti della morte.

La gratitudine presuppone armonia, 
benessere interiore 
(H. Matisse, Armonia in rosso)
Molti psicologi sono convinti che dire “grazie” non significa solo rispettare le buone maniere, ma fare del bene a noi stessi, migliorare il nostro benessere psicofisico e rafforzare le nostre relazioni sociali. Diciamolo chiaro con le parole della psicanalista Melanie Klein, citata da Giuliani: non tutti possono vivere nella dimensione della gratitudine, se permangono chiusi in se stessi ed incapaci di centrarsi sull’altro.

Gli aculei dell'ingratitudine... 
(V. Kandinskij, Punte nell'arco)
Tre blocchi psichici impediscono loro la possibilità di riconoscere e dunque provare gratitudine: l’invidia (sentimento di rabbia perché un’altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode), la gelosia (timore e angoscia di perdere ciò che abbiamo, una persona o un oggetto amati), l’avidità (desiderio imperioso e insaziabile). Forse la lista potrebbe  essere anche più lunga, ma è certo che ”il sentimento di gratitudine è una delle espressioni più evidenti della capacità di amare. La gratitudine è un fattore essenziale per stabilire il rapporto con l’oggetto buono e per poter apprezzare la bontà degli altri e la propria” (M. Klein, Invidia e gratitudine, Giunti, Firenze, 2012, pag. 26-27, citata da Giuliani a pag. 24).

La gratitudine è vietata 
agli invidiosi, ai gelosi e agli avidi 
(E. Munch, Gelosia)
Forse non ha torto Maestro Eckhart quando afferma che “se la sola preghiera che dirai mai nella tua intera vita è “grazie”, quella sarà sufficiente”.

Si consiglia di mettere in pausa la musica del blog prima di avviare il video.

                                   

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sabato 14 febbraio 2015

Dedicato ai miei insegnanti. Grazie. Video.

A Giulio Girardi,
maestro di vita e di pensiero.

Ai maestri che abbiamo incontrato 
lungo il viaggio della nostra vita 
(Odilon Redon, Barca rossa e vela blu)
Si può essere “maestro indiscutibile di una generazione senza maestri”? 
Il nostro tempo non è che  un susseguirsi di “generazioni senza maestri”. Parlo di maestri “buoni”,  perché dei “cattivi” sono ingolfate le nostre città e le nostre istituzioni, intrise di dilaganti corruzioni, ingiustizie clientelari, diseguaglianze sociali, iniquità formalmente legali, falsità ed ipocrisie smerciate per solidarietà, ciniche seduzioni, manipolazioni contrabbandate come libere determinazioni, promesse mai mantenute, innumerevoli contraddizioni tra  il dire ed il fare…

Ai maestri di cui ci siamo accorti dopo, 
in età adulta... 
(Odilon Redon, Profilo di donna alla finestra)
Eppure è anche il trionfo - silente, nascosto, fecondo - di una fiumana di persone, donne ed uomini, che nel quotidiano hanno testimoniato e testimoniano la loro coerenza e il loro compito consistente nell’onorare il proprio servizio. Per consapevole deformazione professionale penso in particolare ai non pochi insegnanti  di ogni ordine e grado che, nella fatica e concretezza del loro impegno di ogni giorno, sono stati e sono per i loro studenti “maestri di vita e di pensiero”: consapevolezza che emerge  per lo più  quando si è diventati adulti e si vedono cose che prima risultavano invisibili. A tutti questi docenti è dedicato il video che proponiamo, lasciando a mia moglie una riflessione più personale …