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martedì 20 agosto 2019

Prima la libertà, poi la sicurezza. L'ultimo messaggio di Àgnes Heller.

Post di Rossana Rolando
Fotografie tratte dalla pagina facebook di Francesco Comina, scrittore e amico di Àgnes Heller (con gentile autorizzazione).

Àgnes Heller e Francesco Comina
Ad un mese dalla morte di Àgnes Heller (19 luglio 2019) è stato reso noto il documento inedito da lei consegnato all’European Forum Alpbach e letto il 18 agosto, in quella stessa sede, con il titolo “Libertà e sicurezza” (qui il link). Lo scritto, elaborato dalla grande filosofa ungherese, trae forza non solo dalle argomentazioni che porta e dall’estrema attualità del messaggio, ma anche dalla sua coerenza con un’esperienza biografica che ha conosciuto  le pagine più buie del Novecento (dai ghetti antisemiti ai regimi comunisti dell’Est europeo) mantenendo intatto il coraggio di vivere e lottare per il libero pensiero, svincolato da ogni omologazione (per una breve ed efficace presentazione della vita si può leggere l'articolo di Cristiana Dobner su "Prospettiva Persona".).

sabato 17 agosto 2019

"Grande spazio" e competizione geopolitica. Dietro le quinte di un'indagine.

Post di Rosario Grillo
Vignette di Stefano Rolli

Vignetta di Stefano Rolli
Se non si è stati distratti dal divertissement estivo, si conoscono di sicuro i contorni della indagine moscovita sui “lati obliqui” della diplomazia leghista.
Lasciando liberi il lavoro della magistratura e della ipotizzata commissione d’inchiesta, a noi è demandato il compito di entrare nello scrigno dei reconditi disegni culturali (o semi culturali) agitati da quell’esponente russo, Aleksandr Dugin, protagonista assiduo degli incontri sia in Russia che in Italia. Si viene così a sapere (1) che l’intesa tra il suddetto Dugin e l’americano Steve Bannon, promoter della rivoluzione conservatrice e suprematista, è molto forte e può costituire il sottofondo di una vocazione sovversiva a carattere geopolitico.
È bene chiarire con cura i presupposti, che si devono far partire dalla dottrina di “grande spazio” enunciata da Karl Schmitt.

martedì 13 agosto 2019

Fermiamo il cinismo che avanza.

Post di Gian Maria Zavattaro
Vignette di Stefano Rolli (con gentile autorizzazione).

Vignetta di Stefano Rolli
Premessa. Il cinismo è entrato prepotentemente nella politica italiana: un modo di vivere (essere-pensare-agire) la relazione con gli altri nell’ottica strumentale del dominio.  E’ un comportamento che si può e si deve giudicare ed a mio avviso ripudiare alla luce dei principi costituzionali, lasciando ai singoli cittadini il giudizio sulle persone che oggi in Italia, anche in seguito alle ultimissime vicende politiche (probabile crisi di governo dagli esiti ancora imprevedibili), visibilmente lo stanno incarnando.

Il cinismo in politica non è che il sintomo e l’espressione del generale vuoto nella cultura e nella società: segno terribile della tragedia di un popolo ingannato e di una gioventù preda di false guide. "Tutto è permesso" è la sua  formula: nella ridda di maschere che indossa e cambia può dire tutto ed il contrario di tutto, non si riconosce sottoposto a nulla, tranquillamente  vive la convertibilità degli opposti, ogni atto viene giustificato perché mai contraddittorio rispetto al nulla.  
Chi è dunque il cinico? Un millantatore: vende i suoi calcoli di parte come bene comune; non crede nei consensi ottenuti attraverso la ragione, ma attraverso l'occulta manipolazione dei social media e del sondaggio teleguidato; alla ragione sostituisce la seduzione delle pulsioni pilotate,  alla verità intera l'inganno delle menzogne e delle mezze verità, la  brutalità impudente che irride l'avversario, la violenza verbale che allude-prelude a ben altre violenze (1) e persino la spudoratezza di esibire il rosario o l’invereconda invocazione alla Vergine Maria. Perché tutto fa brodo e tutto, comprese le persone, è strumentale ai propri interessi ed ambizioni. 
Vignetta di Stefano Rolli
Obiettivo: mettere le mani in modo permanente sul maggior numero di voti da sfruttare. Per questo va bene il sarcasmo come modalità relazionale, va bene il linguaggio lubrico (scurrile triviale volgare), va bene il continuo frastuono seduttivo in perenne campagna elettorale, va bene la martellante manipolazione dei “professionisti dell’inganno” per imporre i propri slogan ed oscurare i veri decisivi problemi del vivere sociale. Così addomestica il popolo e trasforma il governo democratico in “signoria politica” (dei “pieni poteri”!).
Attraverso il sarcasmo: modalità relazionale di noncuranza e  disprezzo degli “altri”, i nemici, verso cui si convogliano sentimenti irrazionali di astio rancoroso (l'U.E., l'opposizione...) e, nel caso dei migranti, si emanano drastiche radicali soluzioni, distorcendo con toni concitati la realtà e distogliendo l’attenzione dai veri problemi.   
Attraverso il frastuono delle parole e delle menzogne. Le uniche parole che conosce sono quelle che fanno rumore, contrabbandate come linguaggio che elimina le distanze tra la gente ed i nuovi governanti; linguaggio dai  meccanismi sapientemente dosati da seduttori e manipolatori di mestiere; linguaggio malioso, che incide sulle pulsioni profonde dell’irrazionale e dell’inconscio e conquista l’opinione pubblica più fragile; linguaggio del dire senza dire, nella odierna situazione di  grande incertezza; linguaggio che non solo distoglie dal guardare in faccia la realtà, ma fa in modo che  un linguaggio diverso sia rimosso per autocensura collettiva, respinto da un indotto riflesso condizionato.
Vignetta di Stefano Rolli
La menzogna diventa difficilmente smascherabile: la notizia falsa, ripetuta miriadi di volte nello stesso giorno, assume per ciò stesso veridicità nel continuo fluire di messaggi e immagini. La reiterazione martellante non solo conferisce veridicità a notizie, promesse e propositi ma li fa percepire come fatti realizzati. Non solo: anche la ripetizione enfatizzata di una notizia in sé vera (es. delitto reale compiuto  da  “un clandestino”) diventa falsa quando si trasforma in “tutti i clandestini  sono delinquenti”. E non importa la parallela notizia del delinquente “italiano”…
Menzogna è indurre a credere come esistente una realtà che non esiste; sondare gli umori della propria maggioranza, scegliere quanto risponde alle sue attese e spacciarlo come bene ed interesse  nazionale; trasformare  con retorica prosopopea iniziative di corto respiro o al limite della costituzionalità in successi clamorosi; stordire i creduli con promesse irrealizzabili; canalizzare rabbia e rancori sociali contro capri espiatori impossibilitati a difendersi (es. i “migranti”!). Sistema menzognero che fa leva su due fattori: accettazione sociale della menzogna politica assicurata da truppe cammellate compiacenti verso la menzogna amica; la complicità dei media: di qui il loro controllo e progressiva colonizzazione. Si aggiunga l’incorreggibilità della notizia falsa nell’attuale sistema dei media. 
Così si diffonde la percezione dell’insicurezza, si approva e si celebra “il decreto sicurezza bis” senza colpo ferire.   
Vignetta di Stefano Rolli
Ma la vera tragedia nazionale è l’affermarsi della “signoria politica”, il cui segno ben visibile sono: l'agonia-esautoramento fattuale del Parlamento, non più luogo dove si legifera, si progetta e si costruisce insieme la casa comune nella ricerca di nobili compromessi  che tengano conto di tutte le parti in causa, ma non-luogo, strumentalmente  attivo solo per il voto di fiducia (il che significa essere ostaggi nelle mani di chi deciderà dei candidati prossimi); lo stravolgimento della divisione dei poteri legislativo esecutivo  giudiziario a favore della volontà di chi comanda; l'oltraggio ed il disprezzo della Costituzione, dei “doveri inderogabili di solidarietà” e delle norme del diritto internazionale.
Tragedia emblematicamente espressa giorni fa dall’annuncio della fine del governo espletato in un comizietto preelettorale di parte, in spregio alla Costituzione e al Parlamento, unico luogo legittimato. Dietro le nuove probabili imminenti elezioni è ben visibile il disegno di un fatidico 2022, in cui sostituire all’ingombrante Presidente della Repubblica, il  gentiluomo Mattarella strenuo difensore della Costituzione, un'accomodante figura.
Dossetti  nel 1994  uscì dal suo silenzio monacale con un accorato appello ai cattolici in difesa della Costituzione, in quella che non esitò a chiamare la “notte” della politica italiana. Nel citare Is 21: 12, la sua proposta era ricostruire le coscienze "in tanto baccanale dell'esteriore" e riscoprire “l'uomo interiore”, che vive secondo le virtù cardinali della fortezza temperanza prudenza e giustizia e, per il credente, “l'uomo salvato e potentemente rafforzato dall'azione dello Spirito di Dio” (2).
Vignetta di Stefano Rolli
Non esistono scorciatoie per uscire dalla “notte” oggi ancor più profonda: “notte” della  perdita del senso della comunità, del dilagare della  cultura dello scarto, della corruzione dilagante, della metamorfosi del potere di governo in “signoria politica”.  Non c'è scampo. 
Occorre attendere l’alba non come  sforzo generoso  di pochi, ma in unione con tutte le persone di buona volontà, al di là delle appartenenze politiche, ognuno testimoniando nel quotidiano la realtà della comunità e fraternità, parole obsolete in questi giorni di privazione, praticando la scelta di accogliere ogni persona, qualunque sia la sua condizione.
Attendere l’alba nel ripudiare la violenza ed ogni forma di sopraffazione, nell’indignarci sino alla collera ben sapendo che l’amore, più forte dell’odio, va oltre la giustizia e sa  perdonare, dimenticare, ricominciare.
Attendere l’alba nel  continuare a credere e sperare in un mondo nuovo dove far regnare la vera pace che riconcilia ed unisce le persone, senza sottrarsi agli inevitabili conflitti, ma  lottando  con cuore puro e mani pulite, centrati sul bene degli altri, sulla sorte dei poveri e delle sterminate folle dì diseredati e migranti.
Attendere l’alba, per me credente, è ascoltare e diffondere  la voce profetica di papa Francesco, che troppo spesso si ha l’impressione che  non venga vissuta né intesa  come libera attenta e profetica voce del Vangelo da professi cristiani immersi nel silenzio o, peggio, nel rifiuto mortale.   

Vignetta di Stefano Rolli
Note
1. cfr. La violenza è vicina di Raniero La Valle in http://ranierolavalle.blogspot.com/2019/07/la-violenza-e-vicina.html . La conclusione che se ne deve trarre è che l’intera azione di governo, se sopravvivrà, è fondata sul falso conclamato di una fiducia che non c’è. Essa viene simulata solo ai fini del calcolo sulle tattiche più utili per la conservazione del potere. Naturalmente secondo le regole formali governo e democrazia possono funzionare lo stesso, quello però che dai vertici del sistema si diffonde e discende fino ai rami più bassi della società è il senso di una corruzione profonda per cui tutto è lecito e ogni cosa, ogni “difesa”, è legittima per il proprio tornaconto, nella vita privata non meno che in quella pubblica. In questo contesto assume valore fortemente simbolico l’abbandono, da parte del magistrato che ne era stato incaricato, dell’ufficio di Autoritá per la lotta alla corruzione: quel tempo in cui la si credeva possibile, egli dice, è passato, la cultura è cambiata, la corruzione è il nostro destino. Ma noi possiamo accettare questo? Attenzione, su questa strada la violenza è vicina”.
2. cfr. qui: “Mi gridano da Seir: Sentinella quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?  La sentinella risponde: viene il mattino, e poi anche la notte; se volete domandare, domandate,  convertitevi, venite". (Indice: La sentinella interpellata,1 Nessun rimpianto per il giorno precedente, 3  - La notte va riconosciuta per notte, 7 - La notte delle comunità, 12  L’illusione dei rimedi facili e delle scorciatoie per uscire dalla notte, 18  - Convertitevi!, 25  - L’uomo interiore, 29 -  L’uomo nuovo e la Città dell’uomo, 33). Cfr. pure G. Dossetti, Sentinella, quanto resta della notte? (Isaia 21, 1-12), Commemorazione di G. Lazzati nell’anniversario della morte, Milano 18/5/1994, ed. S. Lorenzo, RE 1994. Cfr. inoltre Saluto di don Giorgio Scatto, priore della comunità monastica di Marango di Caorle…….. qui

venerdì 9 agosto 2019

Cancellare per salvare. Emilio Isgrò.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle opere di Emilio Isgrò (per gentile autorizzazione). Qui il sito.

Emilio Isgrò, 
Libro cancellato, 1964
Emilio Isgrò e la parola. Afferma Pascal: “I nostri sensi non percepiscono nulla di ciò che è estremo: il troppo rumore ci assorda, la troppa luce ci abbaglia, troppa distanza e troppa prossimità impediscono la vista, troppa lunghezza e troppa brevità del discorso lo rendono oscuro...” (Pensieri, 72). La notazione riguarda ogni dimensione esistenziale e si applica in modo particolarmente efficace nell'ambito della comunicazione odierna. 
Il troppo non permette di riconoscere più nulla. Una marea di immagini produce assuefazione e incapacità di vedere.  Un profluvio di parole impedisce di leggere o ascoltare, rendendo vano il discorso.  Per salvare la comunicazione è necessario eliminare l’eccesso, scarnificare il linguaggio, come fanno i pittori e i poeti. La visione e la parola allora diventano nuovamente significative, parlano davvero, riemergono dall’abitudine dello sguardo e dal rumore di fondo. In questo orizzonte si pone il gesto artistico delle cancellature di Emilio Isgrò, artista siciliano di fama internazionale che ha fatto del linguaggio della cancellatura l’idea portante di tutta la sua produzione. In particolare la crisi del linguaggio verbale ha costituito il motivo ispiratore delle cancellature.

martedì 6 agosto 2019

L'arte della narrazione. Walter Benjamin.

Post di Rosario Grillo.


Walter Benjamin, Il Narratore, 
Einaudi, 2011.
La maestria - intendo l’arte di incantare - non è di tutti.
Fa specie riconoscerla in  W. Benjamin, autore il più delle volte ostico ed oscuro.
C’è necessità, prima di tutto, che sia intesa non come ricercata tecnica, ma come una dote naturale. Volendo ancora soffermarci sopra: è un tratto comune alla intellighenzia ebrea.
Benjamin, volle il caso, si muoveva tra la necessità di “scrivere per vivere” e l’intuizione di improvvisi bagliori: immagini e concetti gravidi di profonda verità.
Improntata nel 1936, un’operetta, Il narratore, nel pieno di una riflessione da cui scaturiranno le Tesi sulla filosofia della storia e i Passages.
L’opera è addirittura commissionata, e deve essere un saggio sul romanziere russo Leskov.

venerdì 2 agosto 2019

Ieri “Fu la cristianità”. Oggi il tempo della metanoia spirituale.

 Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini dei dipinti di Edvard Munch (1863-1944)

Edvard Munch, 
Golgotha
“Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo, etsi Deus non daretur”. Si pone allora “il problema che non mi lascia tranquillo: quello di sapere cosa sia veramente per noi oggi il Cristianesimo o anche chi sia Cristo” (Dietrich Bonhoeffer).

Sulla via del crepuscolo della vita, nella mia inquieta esperienza di fede, mi sforzo di capire l’identità di questo tempo di satura secolarizzazione, cogliere la mentalità delle generazioni più giovani, penetrare nelle loro attese e speranze, vivere le ansie teocentriche e gli aneliti autentici dei cristiani di oggi, essere compagno di strada in qualche modo di chi soffre, nel coraggio e nello sforzo di “sapere cosa sia veramente per noi oggi il Cristianesimo o anche chi sia Cristo”. 
Dal punto di vista politico - relativamente alla situazione italiana - questo tentativo di capire si trova di fronte  all'interrogativo di tanti: come si concilia la fede di un cristiano con le posizioni di una destra sovranista, populista, xenofoba e quant'altro?

domenica 28 luglio 2019

Primo Levi con Repubblica. Non solo un fumetto.

Post di Rossana Rolando.

Repubblica, 26 luglio 2019
E’ uscito laltro ieri per Repubblica il “graphic novel” - sorta di “fumetto” - dedicato a Primo Levi, in occasione del centenario della sua nascita (31 luglio 1919). Il testo – già edito da BeccoGiallo nel 2017 -  è stilato con intima partecipazione da Matteo Mastragostino, scrittore e sceneggiatore lecchese, e le tavole grafiche sono affidate alla sapiente matita di Alessandro Ranghiasci, disegnatore romano.

La scelta di Repubblica è felice per diverse ragioni:

⭐ In primo luogo, perché il graphic novel si ambienta in una scuola elementare di Torino – la Rignon - frequentata da Levi nella sua infanzia e rivisitata nella finzione del racconto: egli ritorna lì, chiamato dalla maestra, per narrare la propria storia, in un periodo che precede di poco la sua morte (11 aprile 1987).
La scuola è il luogo privilegiato della memoria, della resistenza all’usura del tempo e alla banalizzazione del passato. Ad un bambino che in un primo momento paragona il lager alla scuola, in mezzo alle risatine  inconsapevoli dei compagni, Primo Levi rivolge un deciso, severo “No”. E rimette subito in chiaro le dimensioni e le distanze: da un’aula si entra e si esce; si hanno libri, vestiti, cibo; in un’aula si impara ad essere liberi, ad aprire la mente e il cuore: a questo servono le lezioni. Il lager è il luogo dei vestiti a righe che riducono tutti al numero impresso sul braccio, delle scarpe dure e spaiate, del freddo e della fame; soprattutto è lo spazio chiuso delle recinzioni - fisiche, mentali, spirituali - oltre le quali non vi è nulla.

giovedì 25 luglio 2019

Wittgenstein spiegato con Pulcinella.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle illustrazioni di Gennaro Vallifuoco (qui il link).

Gennaro Vallifuoco, illustrazione a 
"Le Guaratelle", di Roberto De Simone
Leggendo il libro di Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, si incontra un capitolo intitolato Il filosofo e Pulcinella in cui si racconta il percorso di uno tra i più influenti pensatori del Novecento: il filosofo e matematico austriaco Ludwig Wittgenstein (1889-1951)¹. Tullio De Mauro sa parlarne con semplicità - nonostante la difficoltà delle teorie legate alla filosofia del linguaggio - da vero maestro, preoccupato di farsi capire, come dice subito, senza cedere a tentazioni accademiche di sapore  narcisistico.
Il filosofo viene presentato a partire dal suo Tractatus logico-philosophicus (1921), quindi dalla sua prima fondamentale opera sul funzionamento del linguaggio, quella in cui la lingua viene considerata alla stregua di un calcolo. In questa concezione le proposizioni sono simili ad operazioni aritmetiche dal momento che le parole sono paragonate ai numeri e gli altri simboli (le preposizioni, congiunzioni ecc.) sono assimilati ai segni che permettono il calcolo (+; -; =; ; ecc).  Tutti coloro che calcolano si intendono con certezza se conoscono i meccanismi delle operazioni e i numeri cui sono riconducibili tutte le possibili entità aritmetiche: “Forse uno può non avere mai visto il numero 386.789,43. Ma le regole di formazione delle cifre arabe ci consentono di capire al volo quanto vale questo numero perché tutti coloro che conoscono l’aritmetica possiedono un numero ben delimitato di cifre (quelle che vanno dallo 0 al 9) che tutti conoscono e usano allo stesso modo”.² Se il parallelismo è valido questo dovrebbe accadere anche nell’uso delle parole.

domenica 21 luglio 2019

Discorrendo del background culturale di Carlo Levi.

Post di Rosario Grillo.

Mont Subdury, Illustrazione raffigurante 
un lupo mannaro nel bosco, 1941
Nel retaggio delle mie paure infantili c’era posto per il lupo mannaro, figura classica di uomo mutato in lupo, al plenilunio.
La leggenda è molto diffusa nelle contrade dell’Italia meridionale, a partire dal Molise, ed ha il suo ascendente nella mitologia greca, dove si parla del castigo comminato da Zeus a causa del pasto, con carni di bambino, che gli era stato preparato da Licaone, re d’Arcadia. (1)
Dal Meridione arrivò all’orecchio e ad una “raccolta di tradizioni” di Carlo Levi, che, come noto, fu mandato dal fascismo al confino nella Lucania.
Non fu solo curiosità pseudosociologica la sua e, difatti, come acutamente analizzato da Giorgio Agamben (2), l’interesse del noto torinese fu mosso dalla sua propensione per la filosofia, la sociologia e la psicologia, discipline che egli aveva studiato a fondo. (3)
Da esse pensava, infatti, di ricavare maggior fama anziché dal romanzo Cristo si è fermato a Eboli, per il quale è più conosciuto.

mercoledì 17 luglio 2019

"Chiamatemi Tiresia". Andrea Camilleri.

Post di Rossana Rolando.

Henry Fuseli, 
Tiresia e Ulisse (1780 circa)
E' morto oggi, 17 luglio 2019, Andrea Camilleri.
Lo scrittore siciliano, nato a Porto Empedocle, vicino ad Agrigento, nel 1925,  è entrato nel cuore della gente - come attestano i numerosissimi interventi sui social - non solo per il suo Montalbano e la variegata produzione artistica, ma anche per la lucida e umanissima presenza di osservatore, capace di guardare dentro la contemporaneità, illuminandone i lati più oscuri, attraverso l'occhio critico e acuto dell'intellettuale.

Proprio sullo sguardo si è giocata l'ultima sua opera: il monologo Conversazione su Tiresia, scritto dallo stesso Camilleri e da lui interpretato, nel Teatro greco di Siracusa, l'11 giugno dello scorso anno: Chiamatemi Tiresia, sono qui di persona personalmente. E finalmente, dopo secoli, persona e personaggio si sono ricongiunti. 
Tiresia, come tutti sanno, è l'indovino cieco dell'Odissea - vero e proprio archetipo, ripreso nella letteratura e nel cinema - che predice il futuro e “vende cerini per strada” (Woody Allen, nel film La dea dell'amore). Proprio la sua cecità fisica, infatti, diventa la condizione per profetizzare.

lunedì 15 luglio 2019

Bicicletta e libertà.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini delle illustrazioni Riccardo Guasco.

Riccardo Guasco, 
Illustrazione per la rivista Cycling Plus Uk,
Ciclismo
“La moda della bicicletta è legata senza dubbio, almeno in parte, a un fenomeno  di opinione, ma, appena siamo in sella, cambia tutto, e ritroviamo noi stessi,  riprendiamo possesso di noi […]   come spazio di libertà intima e di iniziativa personale, come spazio poetico, nel pieno e primo senso del termine” (M. Augé, Il bello della bicicletta, Bollati Boringhieri, To, 2009, p. 64).

“La bicicletta richiede poco spazio. Se ne possono parcheggiare diciotto al posto di un’auto, se ne possono spostare trenta nello spazio divorato da un’unica vettura. Per portare quarantamila persone al di là di un ponte in un’ora, ci vogliono dodici corsie se si ricorre alle automobili e solo due se le quarantamila persone vanno pedalando in bicicletta.”(Ivan Illich, Elogio della bicicletta, Bollati Boringhieri, To, 2011, p. 58).

Riccardo Guasco, 
Illustrazione per la rivista Cycling Plus Uk,
Concentrato e pedalare
Il programma del candidato Tomatis  a sindaco di Albenga prevedeva - tra priorità, urgenze e cose da fare - anche la decisa ripresa della pista ciclabile (in particolare il tracciato Albenga-Leca-Bastia): programma che ha trovato conferma concreta nella prima seduta del Consiglio comunale con Tomatis sindaco. Le promesse diventeranno fatti. Buon segno!

giovedì 11 luglio 2019

Riflettendo su un lavoro di Mauro Ceruti.

Post di Rosario Grillo

Sputnik 1, il primo satellite artificiale
 in orbita intorno alla terra.
Immagine Nasa.
Tommaso Kuhn usò il termine “paradigma” per racchiudere il codice di lettura predominante, in grado di dare una “visione del mondo” conforme al sapere complessivo di un’epoca. Ne parlò per rappresentare la cognizione scientifica dei moderni, dove principio di inerzia, meccanicismo e rivoluzione copernicana avrebbero dominato... e fu dal mondo del pressappoco all’universo della precisione  (Koyrè).
Mi domando se non sia il tempo di parlare di un nuovo cambio di paradigma, con la consapevolezza della crisi che ha interessato i capisaldi della fisica newtoniana, della epistemologia e in generale delle scienze all’inizio del ‘900. Nell’annuncio c’è la volontà di comprendere nel fascio delle novità destabilizzanti l’area delle scienze sociali ed umane. (1)

domenica 7 luglio 2019

La persona e l’io profondo per Hannah Arendt.

Post di Rossana Rolando.

Hannah Arendt (1906-1975), 
Premio Sonning 1975
«Lasciate che vi rammenti l’origine etimologica della parola “persona”, che deriva dal latino persona e rimane pressoché immutata in tutte le lingue europee… Persona definiva originariamente la maschera che ricopriva il volto “personale” dell’attore e serviva a indicare agli spettatori quale fosse il suo ruolo nel dramma. Nella maschera, imposta dal dramma, c’era però una vasta apertura, più o meno all’altezza della bocca, attraverso cui la voce dell’attore poteva passare e risuonare, nella sua nuda individualità. Ed è proprio da questo “risuonare attraverso” che deriva il termine persona: il verbo per-sonare, “risuonare attraverso” è quello dal quale deriva infatti il sostantivo persona, “maschera” […] I romani furono i primi a usare il termine in un senso metaforico: nel diritto romano persona indicava chiunque fosse in possesso di diritti civili, a differenza del semplice homo» usato per designare chi non godeva di protezione giuridica  (Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio)¹.

Questo passo è ricavato dalla prolusione tenuta da  Hannah Arendt, nel 1975, a Copenaghen, in occasione del premio Sonning (vedi qui), conferitole per il contributo dato alla cultura europea. Il discorso, oggi pubblicato come prologo a Responsabilità e giudizio, diventa l’occasione per riflettere sul rapporto tra la persona – maschera, ruolo – e l’io profondo.

domenica 30 giugno 2019

Elogio di Nicodemo.

Post di Gian Maria Zavattaro.

Crijn Hendricksz Volmarijn (1601-1645), 
Cristo e Nicodemo
“Guardando l’eclettico andirivieni dei nostri giorni guicciardiniani, si può nutrire nostalgia  per uno che “andò a trovare Gesù di notte” nell’intimità e nel silenzio di una ricerca veritiera che, proprio perché autentica e sofferta, può sentirsi appagata solo nella calma serena di una preghiera. Lo abbiamo lasciato all’opera pietosa del sepolcro nell’ora della morte e della desolazione. E non conosciamo altro di lui. Solo Dio sa la sua sorte. A noi è consentita l’ipotesi, l’illazione, la congettura. Ed è rassicurante - per noi poveri cristiani - pensare che abbia attraversato il varco della salvezza. Nell’incontro con Gesù gli era fatalmente apparsa una speranza più alta di quella che aveva cercato. E poiché la sua ragione era umile, aveva imparato, in quell’incontro, che la ragione sa tutto ma non sa nient’altro.” (M. Martinazzoli, La legge e la coscienza. Mosè, Nicodemo e la Colonna infame, La Scuola, 2015,p.65-66)

L’ “Elogio di Nicodemo”, scritto da Martinazzoli nel 2002 (1), non vuole essere l’esegesi di una “memorabile pagina” del Vangelo (Giovanni 3,1-21), si limita a “proporre qualche ragguaglio” intorno a Nicodemo.

martedì 25 giugno 2019

Il loro sguardo buca le nostre ombre.

Post di Rosario Grillo.
Scambio epistolare 
tra Jiulia Kristeva e Jean Vanier.
Imbarazzo è l’atteggiamento che di solito assumiamo al cospetto di una persona portatrice di handicap. Lo spieghiamo troppo sbrigativamente con la messa a confronto tra il normale e l’a-normale.
Ma ...- la domanda non è retorica - cos’è il normale, la normalità? Dobbiamo rispondere scomodando la norma ed arrivare a concludere che essa è posta dall’uomo, nel corso delle vicende storiche. Quindi, la normalità non è un parametro assoluto, ma relativo, assai relativo. (1)
Inscritta in questo divenire, la norma ha risentito del tentativo di difesa della società dalle “insidie”, promuovendo un modello “ideale” di uomo.
Un giro di parole per descrivere l’emarginazione, la messa al bando, la ghettizzazione e via di questo passo.
Ritento l’approccio cominciando con l’ostracismo dei lebbrosi, ricordandone la raccapricciante fenomenologia... e includendo nel processo di esclusione quel gruppo sociale, che, di volta in volta, era considerato pericolo per la società (esempi tipici: le streghe, gli ebrei, gli zingari).
Quindi la maglia si allarga fino a contenere di fatto il fenomeno della discriminazione.  Ma fermiamoci, comunque, alla relazione con la diversità.

sabato 22 giugno 2019

Labirinto Luzzati. Creare con gioia.

Post e fotografie di Rossana Rolando.

“…dove si divertono i bambini,
 quello è sempre un bel posto”
(Lele Luzzati)¹.

Mostra Labirinto Luzzati
✴️ Labirinto Luzzati è il titolo della mostra che si è aperta il 1 giugno a Genova presso Palazzo Ducale, nel Sottoporticato, e si protrarrà fino al 3 novembre 2019². Un omaggio della città a questo suo artista - nato a Genova il 3 giungo del 1921 e ivi morto il 26 gennaio del 2007 - che ha considerato il capoluogo ligure la sua principale fonte di ispirazione: “Genova, dove si entra dai tetti delle case e si esce giù per le strade ripide, labirintica come un bosco, è la mia migliore musa. Tutte le volte che esco dall'ascensore del quartiere di Castelletto e guardo fuori mi stupisco, perché vedo sempre qualcosa di nuovo”³.

Mostra Labirinto Luzzati
✴️ Genova per Luzzati non è semplicemente un luogo fisico, è piuttosto una qualità dell’anima, un modo di essere e di sentire, una tensione dello spirito verso il sogno e l’immaginazione: “Uno può benissimo non uscire dalla stessa stanza e viaggiare con la fantasia. Però io ho un altro vantaggio: che sto a Genova… una città che veramente ha delle prospettive talmente diverse: io posso passeggiare sempre nella stessa strada e vedere sempre cose nuove… Genova è una città molto molto ricca di prospettive, di spunti”. Perciò essa è presente, nella sua opera, anche quando risulta apparentemente assente. La verticalità di Genova, come dice liricamente Caproni, si riflette nell’opera di Luzzati, nei saliscendi di scale e scalette, nelle raffigurazioni prospettiche di immagini che si rincorrono e si sovrappongono, facendosi racconto e animazione. La tecnica artistica che meglio la identifica e la rappresenta è quella del collage (molto utilizzato da Luzzati): composizione di ritagli, scorci, spazi, età storiche… di cui è fatta ogni sua casa, strada, piazza. Il video di animazione dedicato a Genova raccoglie magistralmente l’essenza della città e dell’estetica che ad essa si lega.

martedì 18 giugno 2019

Mosè: la libertà e la legge (Mino Martinazzoli).

Post di Gian Maria Zavattaro 
Immagini della vita di Mosè negli affreschi della Cappella Sistina.

Cosimo Rosselli, 
Mosè e le tavole della legge (1481-1482), 
Cappella Sistina
“In questa raccolta Mino Martinazzoli rivendica il diritto-dovere di accettare su di sé e di porre - in ogni tempo e al potere di ciascuno e di tutti - la domanda che dà senso alla vita, quella pronunciata da Pilato oltre duemila anni fa, all’ora sesta, poco prima che entrasse in scena il tripode con l’acqua per lavarsi le mani: “Quid est veritas?”. La verità. Quel gesto di Pilato rappresenta l’atto di estrema viltà, il rifiuto di distinguere tra il bene e il male. Mino Martinazzoli, attraverso le storie indagate in queste riflessioni, sottolinea al contrario il dovere di scelta, il primato della responsabilità individuale, lo spazio di soggettività su cui si fonda la cultura dei cattolici democratici, cui Mino rimase fedele sempre. La responsabilità soggettiva è il principio della coscienza, che non è di per sé la fonte dei valori morali, ma è lo strumento attraverso il quale i valori vengono percepiti e diventano vincolanti, per una scelta quotidiana tra il bene e il male, tra la giustizia e l’errore. La  scelta quotidiana necessaria per inseguire le utopie di libertà, giustizia, eguaglianza, aspirazioni irrinunciabili dell’umanità. La coscienza come guida del faticoso percorso di risposta alla domanda di verità” (Tino Bino, Prefazione, a M. Martinazzoli, La legge e la coscienza. Mosè, Nicodemo e la Colonna infame, La Scuola, 2015, pag.10).

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Cosimo Rosselli, 
Mosè e le tavole della legge (1481-1482),  
particolare (Mosè spezza le tavole)
Cappella Sistina
Ho avuto la ventura di incontrare un’unica volta, a Biella sul finire degli anni 90, Mino Martinazzoli, “nella sua malinconica consapevolezza, un raro esempio di politico pensante” (1). L’incontro con questo “intellettuale prestato alla politica” mi segnò profondamente per quanto fossi distante dalle sue scelte partitiche, ma non dalle motivazioni che lo animavano e dalla sua passione estranea ad ogni obbedienza devota, ad ogni chiusura, sempre “un poco da un’altra parte” (2).
I tre saggi raccolti nel testo citato sono come il suo “testamento spirituale”, che trova nella Bibbia “libro dei  libri” il fondamento dell’agire politico e sociale  di un uomo alieno da ogni presunzione, nutrito di letteratura, assetato di assoluto e proprio per questo vivificato dal “rovello del dubbio” e consapevole dei limiti della politica (3).
Provo a riflettere sul primo saggio proposto dal libro sopra citato, riservandomi un'ulteriore riflessione su Nicodemo.

giovedì 13 giugno 2019

Martin Buber, Il "presente" della rivelazione.

Post di Rosario Grillo
Immagini dei dipinti di Vincent van Gogh.

Vincent van Gogh, 
Natura morta con bibbia
Riprendo il filo del discorso interrotto parlando del mistero che circonda la comunicazione di Dio: la effusione della Parola.
Lo riprendo in forza delle argomentazioni di Martin Buber, intellettuale ebreo operante nella prima metà del ‘900 (1878-1965), cantore della intersoggettività (1).
Buber ha una potente fiducia nella Bibbia, che riesce a leggere risalendo al più antico senso delle parole semitiche (2). Ne ricava una “segreta” risonanza della Parola di Dio, alfa ed omega della vicenda cosmica.
Tre i momenti salienti di una vicenda che fa tutt’uno con la Fede: la creazione, la rivelazione e la redenzione.
In tutta la vicenda cosmoteandrica (3) non va disgiunto lo spirito dalla vita (che implica la materia sensibile): ne consegue una “facies sensibile” dell’atto creativo congiunta, indisgiungibilmente, alla “facies spirituale”. Entro questo “flusso” opera il Rauch (spirito, vento) che si rivela a Mosè, che soffia su Adamo dandogli la vita, che crea il mondo nei sei giorni mitici, riposandosi il settimo.

domenica 9 giugno 2019

Il Gesù di Massimo Recalcati.

Post di Rossana Rolando.

Massimo Recalcati, 
La notte del Getsemani
Di Gesù si è molto occupata la filosofia.
Non mi riferisco alla elaborazione teologica medievale e moderna, tutta incentrata sul Dio di ragione, sulle possibili dimostrazioni della sua esistenza e sulla elaborazione dei suoi attributi.
No, penso proprio alla figura cristologica, presa in considerazione in molteplici modi da filosofi moderni e contemporanei, anche molto lontani dall’ottica confessionale o critici nei confronti del fenomeno religioso:  da Spinoza a Nietzsche, da Fichte ad Hegel, da Jaspers a Bloch… per citare solo alcuni nomi. Non a caso, su questo tema, è stato scritto da Xavier Tilliette  un poderoso libro dal titolo Filosofi davanti a Cristo¹, a testimonianza del fascino che la figura di Gesù ha saputo sprigionare nel corso del tempo. 
Non vi è quindi nulla di strano nel fatto  che Massimo Recalcati, filosofo e psicanalista a tutti noto, abbia dedicato alla figura di Gesù il suo ultimo lavoro, La notte del Getsemani, frutto di una meditazione rivolta ai monaci di Bose (cui il libro, infatti, è dedicato). Semmai può colpire - in chi non abbia familiarità con i suoi scritti - la profondità della sua visione, la freschezza del suo racconto, capace di suscitare coinvolgimento ed emozione nel cuore di chi legge, trasformando il già conosciuto in qualcosa di totalmente nuovo.  E forse può anche sorprendere la coraggiosa scelta di parlare di Gesù - da parte di chi, come Recalcati, si dichiara laico -  in un tempo indifferente e in alcuni casi ostile nei confronti di tutto ciò che richiama, in qualche misura, la storia del cristianesimo.
Illuminanti allora possono risultare, per porsi nella giusta prospettiva, le parole che  Bonhoeffer scrive nel suo Resistenza e resa e che lo stesso Recalcati cita: «l’ateo – colui che fa esperienza dell’assenza di Dio, del suo silenzio – è assai più vicino a Dio dell’uomo di fede, perché il “Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona”... essere cristiano non significa essere religioso, ma significa essere uomo»².

Chi è dunque il Gesù di Massimo Recalcati? Lo direi, sinteticamente, in tre punti.