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domenica 8 dicembre 2019

Verità e bellezza. L'ideale di una duplice salvazione.

Giorgio Agamben, Gusto. L'esperienza estetica custodisce il "significante eccedente", rispetto ad ogni verità scientifica.
Post di Rossana Rolando.
Immagini delle opere di Jean-Baptiste-Siméon Chardin.

Jean-Baptiste-Siméon Chardin, 
I contrassegni dell'arte
La conclusione dell’Ode sopra un’urna greca di John Keats concilia il mondo della conoscenza (la verità) con la sfera estetica (la bellezza), nella convinzione che l’arte sia in grado di introdurre nel mondo vero, al di là dell’immediato e del contingente. La verità, sottratta allo sguardo superficiale, si rivela nell’opera d’arte, uscendo dal suo nascondimento:
“«Bellezza è Verità»,
«Verità è Bellezza». Questo a voi,
sopra la terra, di sapere è dato:
questo, non altro, a voi, sopra la terra,
è bastante sapere.”
Lo stesso legame si ritrova nella celebre poesia di Emily Dickinson, laddove bellezza e verità costituiscono i due lati della stessa realtà (“loro sono una cosa sola”), due volti dell’unico ideale per cui val la pena vivere e morire (“Morii per la bellezza – ma non m’ero ancora abituata alla mia tomba quando un altro, morto per la verità – fu adagiato nel sepolcro vicino”).
La suggestione dei versi lascia intatti molti interrogativi.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin, 
Il calice d'argento
Già Platone pone il problema dell’unità e, insieme, della differenza tra l’evidenza attraente della bellezza (l’unica idea visibile agli occhi sensibili) e l’invisibilità della verità (di cui si nutre la scienza, episteme). Nello stesso tempo, la bellezza “rimanda all’invisibile” (idea) e la scienza assume il vocabolario della visione (intellettuale).
A partire da questa distinzione si muove il saggio di Agamben, Gusto, pubblicato da Quodlibet¹: “il nesso verità-bellezza è il centro della teoria platonica delle idee. La bellezza non può essere conosciuta, la verità non può essere vista”². La prima è oggetto del desiderio (eros), inteso come tensione verso ciò di cui si è privi (il bello nella sua interezza), la seconda è prerogativa della ragione.   
In questa frattura originaria si innesta il discorso sul gusto e sul bello, così come si sviluppa nell’estetica occidentale a partire dal XVI secolo fino alla trattatistica settecentesca: “Il gusto appare infatti fin dall’inizio come un «sapere che non sa, ma gode» e come «un piacere che conosce»”³.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin, 
I contrassegni della pittura e della scultura
Scrive Montesquieu: “Il gusto naturale non è una scienza teorica; è l’applicazione pronta e squisita di regole che neppur si conoscono… è la prerogativa di scoprire, con finezza e prontezza, la misura del piacere che ogni cosa deve dare agli uomini”. E ancora: “Talvolta nelle persone o nelle cose vi è un’attrattiva invisibile, una grazia naturale che nessuno ha saputo definire, e che si è chiamata «un non so che»”.
Ecco qui inteso il dilemma di un gusto che sa, senza sapere, di un’attrazione rivolta a qualcosa di indicibile, di un sovrappiù contenuto nelle cose, oltre la loro semplice presenza. L’esempio di Rousseau, relativo ai suoni a ai colori, risulta esemplare: “I suoni, nella melodia, non agiscono soltanto su di noi come suoni, ma come segni… I colori e i suoni possono molto come rappresentazioni e segni, poco come semplici oggetti dei sensi”.
Le cose non sono solo cose, racchiudono un mistero non esauribile nella loro descrizione classificatoria.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin, 
Strumenti musicali e cestino di frutta
Ma è soprattutto Kant a fare chiarezza sui termini della distinzione, considerando “il piacere estetico come un eccesso della rappresentazione sulla conoscenza”. Il vero è oggetto del sapere scientifico, gestito dall’intelletto. Il bello, affidato al sentimento, non rispecchia una qualità delle cose, ma risiede nel sentire del soggetto, nel suo piacere disinteressato: “Che vi sia la bellezza, che vi sia un’eccedenza del fenomeno sulla scienza, ciò equivale a dire: c’è un sapere che il soggetto non sa, ma può solo desiderare”, c’è “un significante eccedente (il bello)” che “la scienza non può colmare né ridurre”. Le cose non sono solo conosciute nel loro funzionamento, ma si danno come oggetti di contemplazione, capaci di suscitare un sentimento di piacere (da non confondere con l’immediato godimento), rispetto al quale, per esempio, si ammira la bellezza di una rosa, si coglie la grazia di un volto, si avverte la fascinazione di un’opera d’arte.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin, 
I contrassegni delle scienze
L’esperienza estetica custodisce il “significante eccedente”, “il sapere che non si sa”, “il sapere dell’Altro”⁸, che non si riduce, anzi si allarga, con il progredire della conoscenza scientifica.
Per questo Agamben conclude affermando la necessità di un ideale sapienziale per il quale: “la bellezza deve salvare la verità e la verità deve salvare la bellezza. In questa duplice salvazione si compie la conoscenza”.

Note. 
1. Giorgio Agamben, Gusto, Quodlibet, Macerata 2015. Il saggio è stato originariamente pubblicato in Enciclopedia Einaudi, vol. 6, Einaudi, Torino 1979.
2. Ibidem, pp. 18-19.
3.  Ibidem, p. 22.
4.  Ibidem, p. 26.
5. Ibidem, p. 33.
6.  Ibidem, p. 34.
7. Ibidem, pp. 42 e 49.
8. Ibidem, pp. 54 e 55.
9. Ibidem, p. 58.


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6 commenti:

  1. Come sempre ricco di riferimenti il tuo post, cara Rossana, e affascinanti le nature morte di Chardin.
    Ho sempre pensato che l'attrazione per il bello sia tipica dell'adolescenza e della giovinezza, mentre l'amore del vero si radichi in età più matura. Poi, in realtà, si comprende che c'è un nesso e un intreccio profondo tra i due ambiti.
    In ogni caso interessante il discorso sul "significante eccedente" e sul fatto che "le cose racchiudono un mistero non esauribile nella loro descrizione classificatoria".
    Grazie mille e buona domenica!

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    1. "Dal bello al vero" di leopardiana memoria...
      Chardin - come poi Morandi - è capace di evocare le cose, di farle uscire dal silenzio, rendendo intensa e sorprendente la loro presenza ("significante eccedente", come tu sottolinei). Un abbraccio.

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  2. Magistrale conduzione di un tema affascinante e coinvolgente. In effetti nella filosofia è sempre un rimando dallo Stupore alla Bellezza alla Verità.
    La dottrina di Kant, forse appesantita dalla sua “ costruzione sistematica” nella Critica del giudizio mette a fuoco la “ zona luminale” ( di frontiera, intendo) tra la spinta teoretica ( a conoscere ) e la “ libertà pratica” che nel Gusto ( piacere disinteressato del Bello) si compie.
    Per altra via direi che l’Estasi verso laContemplaazione : guardare stupiti ciò che ci circonda, è Il Segno. In tono, stupente le immagini 🌹

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    1. Mi pare che Agamben sappia rendere molto attuale questa tematica: il dominio scientifico tecnologico (il vero) non è l'unica forma di sapere. Custodire il desiderio di un sapere dell'Altro (il mistero del bello) è una sfida per l'oggi. Un abbraccio.

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  3. Illuminante e 'nutriente' l'unione tra verità e bellezza, intuita dai poeti e argomentata dai filosofi. Grazie di cuore per i tuoi suggerimenti culturali, che offrono un 'gusto' speciale a testa e cuore. Buona giornata. Un abbraccio.

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  4. Gusto, nutrimento... i termini del cibo assaporato, come hai colto benissimo. Non è un caso che Agamben termini il suo saggio così: "Solo un tale piacere, in cui piacere e conoscenza si uniscono, sarebbe veramente all'altezza di quell'ideale sapienziale, cioè gustativo... fissato nel concetto di sapore". Un caro abbraccio.

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