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martedì 22 maggio 2018

Inno alla primavera.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagine del dipinto di Claude Monet, Tempo di primavera. 

Primavera non bussa, lei entra sicura, 
come il fumo lei penetra in ogni  fessura. 
Ha le labbra di carne, i capelli di grano
che paura, che voglia che ti prenda per mano, 
che paura, che voglia che ti porti lontano
 (Fabrizio De André, Un chimico).

Claude Monet. Tempo di primavera, 1872.

“Tu cosa fai veramente?”.
L’eremita rispose:
“Vivo qui”.
Vivere qui è una chiamata, l’opera di una vita,
ma anche la cosa più basilare che si possa immaginare.
Prima di ogni altra cosa noi viviamo sulla terra;
viviamo nell’ambiente che ci attornia.
(E. Theokritoff, Abitare la terra).

La natura ogni anno, ogni primavera, si risveglia umile e silenziosa. Si ripresenta nella sua veste più delicata: splendore di gemme, di fiori, di intensi colori. Vorremmo trattenerla questa stagione in cui tutto rinasce e germoglia, vorremmo fermarla, rimanere in questo incanto. Ma è come un battito d’ali.

sabato 19 maggio 2018

Su Sciascia, L'affaire Moro.

Post di Rosario Grillo.

La coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive d’immaginazione
(Oscar Wilde).

Leonardo Sciascia, 
L'affaire Moro
Comincio con il commento dell’epigrafe: è il ritratto del “bacchettone”, colui che radicalizza un principio estrapolandolo dal flusso della vita reale, anche se la norma serve appunto a dirimere la vita reale.
La dialettica deve avere corso… ed è la soluzione!
Nel suo pamphlet, Leonardo Sciascia, quasi in diretta lasciò epigrafica ed acuta memoria “dell’intelligenza della storia”. Parlo della storia che si fa, mentre essa diviene, confutando la tesi crociana circa l’impossibilità della “storia contemporanea”.
Io arrivo, dopo molto tempo, spinto dalla commemorazione del 40° anniversario di quel tragico episodio, motivato dalla ricostruzione che Ezio Mauro ha fatto di recente e dal ricordo personale di Raniero La Valle, uno dei pochi a battersi allora per la liberazione di Moro.
Per me è anche occasione per omaggiare Sciascia: la sua lucidità, la straordinaria vena narrativa. Per questo motivo ricordo, prima di cominciare il tema principale, le sue caratteristiche: pubblicista, autentico suscitatore dello studio della mafia e della mafiosità intrecciate con la sicilitudine, testimone politico dell’Italia dagli anni sessanta a quelli novanta.

domenica 13 maggio 2018

Elogio del 'non finito'. Rilke su Rodin.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle sculture di Auguste Rodin (1840-1917). 

Auguste Rodin, 
La Pensée, particolare, 1886-1889
🌟 Il ‘non finito’, contrapposto al finito, indica generalmente qualcosa di non completo, di cui si avverte ciò che manca: per esempio un’opera che deve essere portata a termine o un progetto parzialmente realizzato. Per questo i filosofi antichi (i Pitagorici in particolare) ponevano nel finito la perfezione e nell’infinito – inteso come ‘non finito’ – l’imperfezione. Anche il linguaggio comune suggerisce questo significato di manchevolezza proiettando la conclusione di un’azione nel tempo futuro: “non ho ancora finito”; “domani lo finisco”, “quando avrò finito”. 
🌟 C’è tuttavia un luogo in cui il ‘non finito’ ha “la pienezza di un tutto” ed è quello rappresentato dall’opera d’arte. Lo dice poeticamente Rainer Maria Rilke nella stupenda monografia dedicata ad Auguste Rodin (1903), con riferimento alle statue senza braccia del grande scultore francese¹.

martedì 8 maggio 2018

Il '68 in chiave geopolitica.

Post di Rosario Grillo
Fotografie di autori vari (nel pubblico dominio).

Uliano Lucas, 
Manifestazione con eskimo
Entrare nel ‘68 da una porta insolita? È un modo per tenere la distanza critica e forbire le antenne ricettive sull’ampio arco delle sollecitazioni insite nel movimento.
Scelgo appunto questa definizione per tenere presente l’asistematicità ad esso connessa. In essa la sua forza e il suo limite.
La forza: legata alla molteplicità delle istanze nella latitudine dell’estensione spaziale.
I limiti: contraddizioni interne che ne inficiano l’evoluzione e che, per certa parte, spiegano le vie d’uscita inappropriate confluite nel terrorismo.
La chiave di lettura allora, da me scelta, è quella geopolitica.
Il ‘68 è stato letto principalmente come culmine. Vertice di un progresso che parte dalla fine della seconda guerra mondiale e contiene sia guerra fredda sia sprazzi di speranze di rinnovamento (Kennedy, Kruscev, Giovanni XXIII e il Concilio, il Welfare State e il programma di Bad Godesberg).

sabato 5 maggio 2018

Il '68 minore.

Post di Gian Maria Zavattaro.


“Io non difendo qui la nostra giovinezza, non quella determinata dall’età della carne, ma quella che trionfa sulla morte delle abitudini ed alla quale accade che si pervenga se non lentamente, con  gli anni. E’ questa che fa il pregio dell’altra giovinezza, che  ne giustifica, di quando in quando, la sua irruzione un po’ violenta nei ranghi calmi degli adulti. […] Se a quest’età l’uomo che nasce non nega con tutte le sue forze, non s’indigna con tutte le sue forze, se si preoccupa  di note critiche e un po’ troppo di armonie intellettuali prima di aver sofferto il mondo in se stesso, fino  al grido, allora è un povero essere, un’anima bella che già odora di morte”. (E. Mounier, Rivoluzione personalista e comunitaria, Milano, edizioni di  Comunità 1945, pp-8-9).

“Questo è un libro a tesi. La tesi è questa: sul Sessantotto sono state dette un sacco di bugie. E’ esistito un Sessantotto Minore che tutti hanno snobbato. […] quel Sessantotto Minore “che non ha mai avuto l’attenzione che ha meritato, e che invece ha rappresentato nei confronti delle categorie deboli un modo di stare con di carattere assolutamente innovativo, e ha anche contribuito a bonificare certe zone equivoche del volontariato.”” (A. M. Fanucci, IO PADRE SESSANTOTTINO NON PENTITO il sessantotto minore, Cittadella ed., Assisi,1999, p.5).

In questi ultimi mesi, in cui i media di ogni colore e parte ci bombardano continuamente di rievocazioni, demonizzazioni ed esaltazioni  del ‘68, ero incerto se valesse davvero la pena aggregarci al coro mediatico. Poi l’amico Rosario  (che dopo questo post mi seguirà con la sua “memoria del ‘68”) mi ha convinto ed ho deciso di narrare della mia partecipazione alla contestazione 68ina e soprattutto fare riferimento ad un libro provocatorio di p. Fanucci, edito nel 1999 (citato in epigrafe). Ne condivido innanzitutto la tesi di fondo: le rievocazioni hanno ignorato“il sessantotto minore, contestazione che da subito si saldò all’impegno radicale con i poveri, più che per loro. “Minore”: quando il tempo avrà cancellato del tutto i volti inutilmente pensosi dei capocomici del Sessantotto che si presume maggiore, allora risplenderà il contributo forte e discreto che nell’associazionismo, nelle grandi battaglie civili, nel rinnovamento delle più tradizionali tra le scelte di vita, la militanza di milioni di persone serie ha dato alla storia di questo paese”(1). Pur con qualche riserva sull’eccessiva  ed a volte liquidatoria semplificazione delle vicende 68ine, condivido le sue riflessioni graffianti, senza sconti eufemistici per nessuno, in alcuni casi forse ingenerose, controbilanciate e temperate dal “controcanto” nella postfazione critica di G. Pinna, al quale rimando in nota (2).

martedì 1 maggio 2018

Dialogare con il mistero, Edgar Morin.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle opere di Davide Peiretti (qui articolo di presentazione: Les Règions inconnues).

Davide Peiretti, 
Ulricht, 1987
🌟L’ignoto. Un termine giganteggia e si impone nel libro di Morin - uscito per Cortina Editore all’inizio di quest’anno - già a partire dal titolo Conoscenza, ignoranza, mistero, ed è, appunto, il termine “mistero”. Morin attraversa gli ambiti e i rami della conoscenza - con ampi riferimenti alla cosmologia, alla fisica, alla biologia, alla chimica - e mostra come la complessità cespugliosa del reale superi di gran lunga ciò che di essa com-prendiamo. Quanto più si espandono le conoscenze, tanto più si acuisce la consapevolezza dell’invisibile nascosto in ciò che si vede, dell’ignoto racchiuso dentro il noto, dell’enigma oltre l’apparente banalità del dato. Il progresso del sapere scientifico sfocia nel non sapere relativamente all’origine, alla fine, alla sostanza di ogni realtà¹. L’uomo stesso, intreccio prodigioso di mente (pensiero, sensibilità, linguaggio) e cervello (base elettrochimica), rimane “il più favoloso dei misteri”². Il cammino della conoscenza non ha quindi esaurito, secondo Morin, la domanda originaria della filosofia, nata dalla meraviglia di fronte alla realtà, nel duplice volto di stupore e terrore, ma l’ha resa anzi più autentica e profonda. Riconoscere e avvicinare il mistero, entrare in dialogo con esso è l’avventura che Morin propone a se stesso e al lettore³.

sabato 28 aprile 2018

Variazioni su antifascismo.

Post di Rosario Grillo
Le immagini riproducono il simbolo antifascista sullo sfondo di alcuni articoli della Costituzione italiana, i cui valori (pur non essendo il semplice risultato dell'antifascismo, come il post chiarisce) rappresentano un rovesciamento radicale delle categorie che connotano il fascismo¹.

Non va mai bene declinarsi in chiave anti.
Ti spinge a pensare ad una ripicca, nell’ipotesi maxi alla mancanza di iniziativa, di “motu proprio”.
C’è di mezzo, in aggiunta, lo snobismo di certe categorie sociali che dietro ad “anti” vedono subito gruppi sociali antagonisti ed idee  di derivazione “sessantottina”.
Potremmo poi risalire al periodo dello scontro, dell’opposizione al Fascismo, e ritrovare la nominazione in positivo delle correnti e dei gruppi che condussero l’opposizione. Si chiamavano comunisti, socialisti, liberali, democristiani, repubblicani.
Avevano i nomi cioè delle correnti politiche già nate e, come tali, si presenteranno agli elettori.
Si può ovviare altrimenti alla necessità di trovare il “collante” della molteplicità di sentimenti, etici e politici e culturali, che normalmente si codificano sotto il nome di “antifascismo” .

martedì 24 aprile 2018

Rifare la Resistenza. Omaggio a Luisito Bianchi.

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini delle xilografie sulla Resistenza recuperate e riportate alla luce  a Ferrara (qui il sito).

 🌟🌟🌟🌟🌟OMAGGIO A LUISITO BIANCHI🌟🌟🌟🌟🌟
“Partigiano è un termine già troppo insidiato da quando lo intesi per la prima volta, nel terribile ed esaltante 1944, per poterlo a cuor leggero declassare da sostantivo ad aggettivo, col pericolo che quest’ultimo lo deturpi e lo vesta di “partitico”. Oh no, partigiano non ha nulla  a che vedere con partitico, che prende i suoi legami clientelari dai partiti. Partigiano è figlio della Resistenza, ed esiste solo dove sussiste Resistenza, ma è anche condizione e annuncio di Resistenza. E la Resistenza è un fatto di gratuità. La vera: la Resistenza al potere, non per instaurare un altro potere ma per la libertà dell’uomo. Quella che  nel 1944-45 viveva nelle baite bruciate, che portava le sue insegne sui corpi penzolanti degli impiccati, che disseminava di speranze ovunque il suo potente soffio sciogliesse nevi e cuori. Non la Resistenza contro qualcuno  o in favore di qualcuno, ma quella, di vivi e di morti, perché il potere perdesse la sua punta velenosa, distruttrice della libertà, e, quindi, dell’uomo. Per questo Resistenza è gratuità, e Partigiano l’uomo gratuito. Il Dio Gratuito non è forse il Dio partigiano, che prende le parti di chi, in un modo o nell’altro, è perseguitato dal potere? La Resistenza del 1944-45, dei morti e di quei vivi che non l’hanno mai svilita ad instaurazione di nuovi poteri, fu la grande parola laica di gratuità, che ha generato e genera ancora figli ogni qualvolta si resiste al potere dell’uomo in nome dell’uomo. […] E’ la voce dei morti che hanno dato la loro vita gratuitamente, senza nessun contraccambio; e dei vivi che stanno morendo senza avere visto il mondo nuovo che doveva uscire dalla Gratuità” (Luisito Bianchi, MONOLOGO PARTIGIANO SULLA GRATUITÀ, Appunti per una storia della gratuità del ministero nella Chiesa, ed. il Poligrafo, Padova, 2004, pp. 224-225). 

Don Luisito Bianchi, autore de La Messa dell’uomo disarmato: v. qui

Carlo Rambaldi, 
Ore d'angoscia
In un  tempo nel quale sembra prevalere ciò che Bellow definiva “l’inferno della stupidità” parlare della Resistenza nel senso indicato da don Luisito ha significato solo se insieme ci si interroga sul nostro resistere quotidiano. 
Ogni generazione ha la sua resistenza da praticare, di cui la Resistenza con la R maiuscola è il riferimento ideale per capire che cosa essa significhi. Resistere era opporsi al fascismo ed al nazismo, alla guerra, alla violenza, alle leggi razziali, alla mancanza di libertà, alla sopraffazione ed usurpazione. Non solo opporsi: resistere per ri-esistere, ridare vita alla democrazia, riaffermare i diritti-doveri intangibili di ogni persona,  la pace, la libertà, la giustizia, l’uguaglianza, la fraternità universale…

sabato 21 aprile 2018

Creazione. La mano di Dio.

Post di Rosario Grillo 
Immagini delle opere di Auguste Rodin (1840-1917).

Auguste Rodin, 
La mano di Dio
“Si può partire dallo studio dell'universo oggettivo, e porre in luce come il modo personale di esistere sia la più alta manifestazione dell'esistenza, e come l'evoluzione della natura preumana converga nel momento creatore in cui sorge questa suprema realizzazione dell'universo. Si potrà dire che la realtà centrale dell'universo è un progredire verso la personalizzazione [...]” (v. Mounier, Le personnalisme, 1949, in Oeuvres, 1962, III; tr. it., p. 9).


La creazione può essere o il più semplice o il più difficile tema da spiegare.
La semplicità sta nella azione diffusa e comune del creare: il fabbro crea le forbici e mille altri oggetti metallici, anche la cuoca può attribuirsi la dote di creatrice dei suoi piatti succulenti.
La difficoltà riguarda lo spostamento dell’asse temporale verso un’origine più o meno a-temporale, fuori del tempo.
La prima specie, moltiplicata per il numero dei potenziali artigiani, è alla portata di tutti e va fatta rientrare nella virtù tecnica della produzione.
In ogni caso, l’etimologia della parola contempla il fare. Aggiungo la mia opinione, che invita a mettere in risalto la res (cosa) implicata e la relazione realtà-creato.