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Visualizzazione post con etichetta Baruch Spinoza. Mostra tutti i post
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martedì 27 maggio 2025

Marrani

Post di Rosario Grillo
 
Rembrandt, Ebrei nella Sinagoga, 1648
“Marrano diventa la matrice dell’ebreo moderno nelle sue molteplici figure. La questione non è piú «che cosa devo fare?», l’interrogativo che nei secoli ha accompagnato l’ebreo, richiamato quotidianamente all’eteronomia dei precetti. Piuttosto, osservandosi nello sguardo scrutatore dell’altro, il marrano si chiede «chi sono io?» La coscienza lacerata dell’ebreo moderno, quel suo angoscioso oscillare tra inserimento e marginalità, deriva dalla scissione marrana.” (v. Marrani: L'altro dell'altro (Vele), di Donatella Di Cesare. Link)

Marrani. Il gruppo di ebrei, così classificato, viene comunemente ricondotto ai traditori dell’identità ebraica. Eppure c’è un modo (una ragione, una via) per cui questo senso comune non regge. Ce lo indica Donatella Di Cesare in un agile saggio con appropriato titolo: Marrani.
Punto di incidenza: la compresenza di un dentro e di un fuori.
Dentro: la segretezza dell’appartenenza alla radice ebraica; fuori: la manifestazione della libertà (di pensiero, di fede)… In definitiva la via della laicità.
Cominciando dall’origine, i Marrani rientrano in quella categoria di ebrei che, per reazione all’espulsione dai paesi occidentali (Spagna, Portogallo, Gran Bretagna…) accettano la conversione forzata (conversos) oppure usano la dissimulazione. Nella seconda modalità assumono quella veste sociale nella quale maggiormente sono codificati (in gran parte ingiustamente).
“Vilmarrano!” uscì di bocca a Francesco Ferrucci (assedio di Firenze) a redarguire il capitano di ventura che lo stava trafiggendo: era un segno della nomea pubblica di disprezzo dei marrani.

lunedì 15 luglio 2024

Ai miei studenti. Che cos'è la gratitudine?

Post di Rossana Rolando.
Immagini e dipinti di Stefano Nava (qui il sito)
 
 “Ai miei studenti.
 E anche a tutti quelli che imparano
 o già esercitano il mestiere di Socrate”
(Dedica che faccio mia, da Roberta De Monticelli).

Stefano Nava, Legami
Come ormai non mi capitava da alcuni anni, al termine del percorso liceale classico, alcune alunne particolarmente sensibili e coinvolte nelle discipline filosofico storiche mi hanno espresso la loro gratitudine attraverso lettere, messaggi, gesti di vario tipo. La commozione che ha accompagnato questi momenti è stata per me molto intensa. Che l’impegno, la passione, il desiderio di  una comunicazione profonda - sulla vita, su ciò che davvero vale, sulla bellezza della conoscenza, sul dono reciproco dell’insegnare e dell’imparare - siano colti da giovani menti, tra i mille frastuoni del tempo in cui viviamo, è cosa niente affatto scontata, degna di meraviglia.
 
Che cos’è la gratitudine? In concomitanza con questi eventi, ho terminato la lettura dell’importante e appassionato libro di Roberta De Monticelli, Il dono dei vincoli. Per leggere Husserl.¹ L’introduzione alla comprensione autentica del grande filosofo di area tedesca, di origine ebraica, vissuto nel periodo terribile del nazismo, si traduce anche nell’invito a renderlo vivo, cercando di fare filosofia secondo il suo metodo, detto fenomenologico.

mercoledì 12 giugno 2024

Rimanere vicino alla gioia.

Post di Rossana Rolando.
Immagini dei dipinti di Hilma af Klint, pittrice svedese vissuta tra il 1862 e il 1944.
 
Hilma af Klint, Evoluzione
💥 L’indizio della gioia. Coloro che cercano il significato della vita e indagano sul destino dell’uomo devono sapere che la natura avverte con un segno preciso, suggerendo – di volta in volta – che la meta è raggiunta: questo segno è la gioia.
E’ la tesi sostenuta da Henri Bergson, nella sua conferenza dal titolo La coscienza e la vita.¹ Essa porta con sé, implicitamente, alcune convinzioni niente affatto scontate: la prima riguarda l’affermazione secondo cui la vita non sarebbe un caos privo di senso, un susseguirsi frammentario di stati mentali e corporei senza alcun orientamento; la seconda stabilisce un legame tra la giusta direzione e il segno che la confermerebbe ovvero la gioia.
Come dire: quando la gioia è nell’animo o qualcosa procura gioia, allora si può essere sicuri di camminare verso la meta, quella per cui l’uomo è fatto, il suo senso e il suo destino.
 
💥 Piacere e gioia. 
Bergson si premura subito di operare la distinzione necessaria tra piacere e gioia, due stati d’animo ben diversi, i cui scopi sono differenti. Il primo è funzionale alla conservazione della vita, il secondo indica la direzione verso cui è lanciata la vita: “la gioia annuncia sempre che la vita ha avuto successo, che ha guadagnato terreno, che ha riportato una vittoria: ogni grande gioia ha un tono trionfale”.²

lunedì 26 dicembre 2022

L'esperienza estetica. Gianluca Corona.

Post di Rossana Rolando.
Immagini delle opere di Gianluca Corona (qui il sito).
 
Gianluca Corona, Piatto con fragole, omaggio a Coorte, 2022, olio su tavola, cm 25x35
Contemplare un dipinto di Gianluca Corona – per esempio un piatto di fragole rosse, poste su un tavolo di marmo, sporgente da uno sfondo indefinito - è un’autentica esperienza estetica, nel significato greco di aistesis (αἴσθησις), sensazione, in cui tutti i sensi sono coinvolti nel sentire il profumo fragrante delle fragole, nel supporne il sapore tra il dolce e l’asprigno, nell’osservare il rosso che si insinua nei singoli interstizi, nel toccare “con mano” le piccole gibbosità… I critici letterari chiamano sinestesia la collaborazione tra le diverse sensazioni che concorrono a formare la realtà percepita. Si parla, in campo artistico, di iperrealismo, per indicare l’estrema veridicità sensoriale della figura dipinta.
 
Immagine e spiritualità. Eppure il genio artistico, immediatamente evidente, non sta “solo” nell’abilità del disegno (che pure è la base indispensabile, oggi spesso dimenticata, della grande arte), capace di riprodurre con estrema esattezza la realtà, ma nel sentimento che risveglia in chi osserva. Come insegna Hegel, l’arte pittorica – attraverso la materia colta sensibilmente nella figura e nel colore – trasmette un messaggio immateriale, spirituale.¹ In questo caso è lo stupore di fronte ad un “oggetto” che non abbiamo mai visto con questo nitore, in questa sua forma assoluta (ab-soluta), sciolta dal tempo e dallo spazio, potremmo quasi dire “sacrale”, per l’elevazione e la venerazione che è in grado di suscitare.
 

sabato 2 aprile 2022

“Signore, disarmali. E disarmaci”!

Post di Gian Maria Zavattaro
Immagini del "Regno della pace" di Edward Hicks (pittore americano, 1780-1849), in diverse versioni. 

Edward Hicks, Regno della pace
-
“La pace non è assenza di guerra, è una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia” (B. Spinoza, Trattato teologico - politico, Einaudi, 2007).
- “La pace è il più grande bene umano, perché è la somma di tutti i beni messianici. Come la pace è sintesi e simbolo di tutti i beni, così la guerra è sintesi e simbolo di tutti i mali. Non si può mai volere la guerra per se stessa, perché è sistematica violazione di sostanziali diritti umani.” (Card. Martini, omelia in S. Ambrogio a Milano del 6.12.01, estratto La Repubblica del 7.12.01).
- “Per superare l’idolo dell’odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell’altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l’odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente al sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell’altro, dell’estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l’inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace.” (Card. Martini, “Ogni popolo guardi il dolore dell’altro e la pace sarà vicina” dall’articolo del Corriere della sera 27.08.2003).

Non ho nessuna chiave di lettura da proporre, nessuna dichiarazione  pro o contro. Semplicemente manifesto l'incondizionata disponibilità a tessere insieme con chiunque “legami di pace”; a potenziare insieme le “fabbriche della pace” in opposizione ad ogni fabbrica di guerra; ad invitare all’ascolto di tutti senza pregiudizi, comprese le parti belligeranti; ad imparare a cogliere la distanza siderea tra ritenere di avere delle ragioni e avere ragione; a parlare e parlarsi senza nascondere la propria identità; a continuare a convivere nel rispetto dell'altro, accanto a noi con la sua diversa cultura, lingua, esperienza di fede. E soprattutto condividere gioie e dolori degli altri “per capire che cosa fa gioire e soffrire l'altro, che cosa spera, che cosa desidera, perché così si può conoscere realmente concretamente l’ "altro" e insieme “prendere apertamente le parti contro l'odio e la violenza, riconoscere la differenza di ognuno, ma anche le affinità, pur con significati diversi”.  

Edward Hicks, Regno della pace
Noi, cittadini senza alcun potere, in questo momento abbiamo solo la forza della parola e dell’ascolto. Soprattutto la necessità di un linguaggio pulito, chiaro, non inquinato, oltre i sofismi degli intelligentoni, oltre la grandine di falsità, oltre il gioco disonesto delle ambiguità semantiche e delle ipocrisie concettuali di pace e di guerra, parole chiave che rischiano di essere solo suoni o rumori o peggio strumenti piegati per servire mortiferi interessi noti ed ignoti. 
Pace? Il deserto dei cimiteri (ricordate Tacito!)? Il silenzio delle città distrutte dalle bombe  e le fosse comuni? Eppure in tutte le lingue, al di là dei molteplici significati, c’è un’esperienza comune, un comun denominatore molto vicino allo SHALOM ebraico: integrità santità buon ordine stato di compiutezza e di perfezione. Un concetto positivo, riempito di qualcosa: non assenza ma presenza!
Guerra? Difensiva, aggressiva,totale, globale, preventiva, legittima? Giusta? Quando mai?
Spinoza afferma che “la pace non è assenza di guerra”: mi pare voglia farci capire che non basta dire ciò che la pace non è, ma ciò che è o deve essere. E’ certamente assenza di guerra: essere per la pace significa essere contro la guerra, non accettarla come fatalità, rifiutare tutte le guerre soprattutto oggi, quando le modalità distruttive sono talmente imponderabili che non c’è nessuno in grado di controllarle e di impedire che l’umanità precipiti nella “pace” dei cimiteri. Spinoza sapeva bene che la parola pace (Shalom) è concetto  positivo, riempito dalla presenza di uno stato d’animo virtuoso. Riguarda non solo i popoli ed i loro governanti, ma ognuno di noi, come ci avverte la “Pacem in terris”: “A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale”.
Edward Hicks, Il Regno della pace
La pace non c’entra niente con i parolai dei salotti virtuali. Non ci interessano né il pacifismo della paura, dell’astensione e della propria tranquillità disturbata, né i salotti virtuali 
su chi ha torto e chi ha ragione, spettacoli di alterchi sprezzanti di chi non è in guerra ma fomenta litigiose incomprensioni, il livore uccide il dialogo ed ognuno fa il suo gioco.
Rivendico piuttosto il dovere silente di essere operatore di pace!
Ogni giorno siamo invasi dalla mortale tragedia di un mare di persone. Che cosa possiamo fare in concreto noi, cittadini inermi, oltre che non stare zitti e gridare la nostra rivolta morale, per fermare una spirale che non si sa dove finirà?
Scriveva Paul Ricoeur: “Dentro lo spessore del male introdurre la follia della compassione. Ho la responsabilità di far diminuire il male con la giustizia e la poetica dell'agape”. Scriveva Aziz Fuad: Faccio ogni giorno quello che posso perché l'assurdità della guerra scompaia dalla vita di ogni uomo”.
Quante volte ci siamo detti che la pace dipende anche da ognuno di noi, dalla nostra quotidiana relazione con noi stessi prima di tutto e con gli altri, dalla nostra capacità di accoglierci ed ospitarci reciprocamente! E’ vero, terribilmente vero, ma non basta a mutare a ciò che succede ora in Ucraina e in tante altre parti del mondo. 
L’invocazione “Signore, disarmaci e disarmali!”(1) è preghiera e  insieme grido che si fa voce delle vittime, appello urgente a chi può “fermare immediatamente l’inumana tragedia”. Penso alle incessabili suppliche invocazioni gesti di papa Francesco! Anche a noi compete il precipuo  dovere della preghiera, che interpella la nostra coscienza di cristiani. Anche noi dobbiamo dare voce al dolore altrui, premessa di ogni futura politica di pace, non cedere all'assuefazione-rassegnazione fatalistica o a fugaci effimere reazioni emotive, non  cadere nelle trappole della guerra-spettacolo, delle informazioni manipolate e del verminaio di contrastanti interessi noti ed ignoti.  
Edward Hicks, Regno della pace
Rimane indubbiamente difficile decifrare in modo certo e non ideologico la storia complicata di odio e violenze secolari delle presenti vicende belliche (2).
Rimane l’urgenza di rischiarare,  in primis a me stesso, il dibattito “bellicisti-pacifisti”. Meditare e rimeditare, nel mio caso,  lapidarie considerazioni, nelle quali mi riconosco, di Emmanuel Mounier, che già nel 1939 poneva in discussione la guerra "giusta" e che insieme ammoniva che "una pace apparente è un male spirituale equivalente al male della guerra" (3).
Concludo con un interrogativo: la scuola? Ha il dovere della parola, contro la ridondanza frastornante e la presunzione di tanti saccenti e nuovi sofisti, contro lo smarrimento prodotto dai media, contro la guerra come puro spettacolo. Ha il dovere di educare alla pace: far comprendere che la giustizia è il vero fondamento della pace, che non è solo assenza di guerra, ma profonda esperienza spirituale e rispetto dei diritti-doveri; suscitare una corale coscienza internazionale; promuovere consapevolezza che la guerra non è l'unica trasgressione del diritto alla vita, lo sono pure povertà ingiustizia disuguaglianze; coinvolgere i giovani, al di là della retorica e delle tautologie, ad essere ognuno qui adesso costruttore di pace. E continuare a proclamare la nostra presenza a quanti soffrono le guerre: “Voi tutti  che nel mondo soffrite per la guerra non siete abbandonati: noi con voi vogliamo la pace e insieme costruirla”. 
Edward Hicks, Regno della pace
Ma le parole da sole non liberano. Ci vuole l’esempio, la testimonianza, la com-passione che si fa azione. Non si educa alla pace se non la si pratica e la si vive ogni giorno  in un contesto dove docenti e studenti respirano l'I Care della pace che trasformano insieme in  esperienza di pace. Pensate a cosa possono fare, uniti,  nelle scuole docenti studenti genitori non docenti, dove si vive l’ospitalità reciproca, l’indifferenza è bandita, ci si impegna sul versante dei diritti umani, si pratica il dono del volontariato, alla luce non solo dell’art. 11 della Costituzione, ma di tutti i primi dodici articoli. Altrimenti ci prendiamo in giro: non si può educare alla pace se non si è credibili, se non la si pratica e la si vive in contesti dove non ci si considera nemici. Se io studente sperimento con il mio insegnante la relazione di pace, farò altrettanto con gli altri, sarò spronato a volere e vivere anch’io una cultura di pace. Pensate a cosa può fare una scuola che promuove concerti, mostre artistiche, scambi con scuole italiane e di altre nazioni, pratiche di solidarietà sul territorio o nell’ambito mondiale, che difende i diritti umani e l’ambiente, che sollecita la riflessione su tematiche di grande attualità e di ampio respiro, che pratica  l’accoglienza di chi è in difficoltà o fugge dalle guerre, dalla fame, dall'orrore! Scuola che ogni giorno vive la cultura di pace e la trasforma in esperienza di pace. Ed insieme tutti contribuiscono alla costruzione del futuro, insieme tessono “legami di pace”, si curano dell’altro, s’incontrano senza sospetti, si riconoscono come persone, sognano insieme. Ognuno di noi assuma le proprie responsabilità. Solo allora potremo anche noi intonare con il card. Martini  la
 
  PREGHIERA PER L'EUROPA
   Padre dell'umanità, Signore della storia,
guarda questo continente europeo 
al quale tu hai inviato tanti filosofi, legislatori e saggi, 
precursori della fede nel tuo Figlio morto e risorto.

Guarda questi popoli evangelizzati da Pietro e Paolo,
dai profeti, dai monaci, dai santi;
guarda queste regioni bagnate dal sangue dei martiri
e toccate dalla voce dei Riformatori.

Guarda i popoli uniti da tanti legami
ma anche divisi, nel tempo, dall'odio e dalla guerra.
Donaci di lavorare per una Europa dello Spirito
fondata non soltanto sugli accordi economici,
ma anche sui valori umani ed eterni.

Una Europa capace di riconciliazioni etniche ed ecumeniche,
pronta ad accogliere lo straniero, rispettosa di ogni dignità.
Donaci di assumere con fiducia il nostro dovere
di suscitare e promuovere un' intesa tra i popoli
che assicuri per tutti i continenti,
la giustizia e il pane, la libertà e la pace.

(P. Carlo Maria Martini)

Note. 

Edward Hicks, Regno della pace
(
1) Preghiera diffusa dai vescovi francesi nel novembre 2015, scritta nello spirito di Tibhirine da frère Dominique Motte, domenicano del Convento di Lille. Riporto parte del testo:“Disarmali Signore: e fa che sorgano in mezzo a loro profeti che gridano la loro indignazione e la loro vergogna nel vedere come hanno sfigurato l’immagine dell’Uomo, l’immagine di Dio”. “Disarmali, Signore dandoci, se necessario, poiché è necessario, di adottare tutti i mezzi utili per proteggere gli innocenti con determinazione. Ma senza odio. Disarma anche noi, Signore[…] senza ovviamente giustificare il circolo vizioso della vendetta […]. Dacci, Signore, la capacità di ascoltare profeti guidati dal tuo Spirito. Non farci cadere nella disperazione, anche se siamo confusi dall’ampiezza del male in questo mondo”. “Disarmaci e fa' in modo che non ci irrigidiamo dietro porte chiuse, memorie sorde e cieche, dietro privilegi che non vogliamo condividere. Disarmaci, a immagine del tuo Figlio adorato la cui sola logica è la sola veramente all’altezza degli avvenimenti che ci colpiscono: ‘Non prendono la mia vita. Sono io che la dono’ ”.
 
2. Non è solo questione di guardarsi dalle false notizie o di tenersi lontani dagli spettacoli dei salotti virtuali. È molto di più, è questione di essere liberi, di essere persone  che pensano, problema di "cultura" quale la intendono le persone che sanno bene che “chi conosce tutte le risposte, non si è fatto tutte le domande” (Confucio): "cultura" che può impedire agli uomini di accanirsi l’uno contro l’altro perché coltiva il dubbio, perché seleziona i dati da fonti affidabili non inficiate da pregiudizi, conosce ed approfondisce la geografia e la storia come  come bussole di orientamento per capire meglio il mondo e i suoi abitanti e mettere in prospettiva quello che succede.
3.cfr. I cristiani e la pace, Ecumenica ed., Bari, 1978. Mounier pubblica “Les crètiens devant le problème de la paix” nel 1939, all’indomani del malaccorto imprevidente patto di Monaco. La guerra, sempre un flagello, è oggi un cataclisma sproporzionato a qualunque possibile causa ed una catastrofe spirituale totale. “È inconcepibile che il cristiano possa oggi scherzare con leggerezza sull’eventualità di un conflitto che sarebbe la confessione dello scacco della cristianità occidentale. Sarebbe intollerabile che vi pensasse come a un rimedio estremo, che l’accettasse come una fatalità, mentre la guerra non è che uno scasso, un muro di disperazione. Una nuova guerra consacrerebbe le dimissioni di questa cristianità”(cfr. pp.75-76). "La possibilità di una guerra giusta secondo la definizione scolastica è dunque sempre più contestabile" (p.73).
La guerra è abbandono dell'"ordine interiore e della giustizia visibile", abdicazione dalla "virtù cristiana della fortezza", negazione della virtù della "carità": è "dimissione". Ma per Mounier  "la guerra non è la sola dimissione possibile". Lo è anche “acquistare la pace a prezzo di un accrescimento di bassezza, di un nuovo regresso dello spirito cristiano dinanzi alle forze anti-cristiane. Il cristiano non ha il diritto di fare questa scelta. Anche davanti alla catastrofe della guerra? Sì, anche davanti ad essa” (pp.75-77). “La pace apparente, a certe condizioni, è un male spirituale equivalente al male della guerra” (p.18).
“In una situazione fatale in cui sembra che non si abbia altra scelta che la guerra ad ogni costo, anche a costo della salvezza della propria nazione, occorre esplicare tesori di energia e di ingegnosità politica per cambiare la situazione, come i grandi caratteri possono sempre fare, al fine di salvare con ogni impegno e la pace e l’onore, e cercare di non mettersi più in tali conseguenze estreme” (76-77). “In un mondo dove alcuni vogliono la guerra o alcuni non escludono di ricorrervi, il rifiutarsi a qualsiasi azione potendo correrne il rischio, significa rifiutarsi a qualsiasi resistenza, poiché tale rischio si trova ovunque, salvo che nell’avvilimento o nel suicidio deliberato. Si deve correre questo rischio mentre si deve fare uno sforzo tanto più eroico per scongiurarlo. Dio deciderà il risultato. Sarebbe vano dissimulare l’aspetto tragico di queste opzioni in un mondo in cui ogni opinione sembra carica di disperazione e di peccato. Ma, ridotto in vicoli ciechi così tenebrosi, il cristiano non può ripiegare su di una falsa pace, fatta di tradimento e di compromesso, egli passa all’assalto” (77). 
“Quale futuro? Quali strategie? Nel nostro piccolo dobbiamo rispondere. Non ci si salva da soli né spiritualmente né socialmente. Conoscere il dato storico e piegarlo al massimo del servizio cristiano. Lottiamo come disperati contro la guerra che viene, non accordiamole neppure un briciolo di complicità. Ma non arriveremo ad esorcizzarla se non come si scongiura una malattia, presentandole un’anima sana in un corpo sano. Contro “il bellicismo” questo riduttore: l’assoluto della Carità cristiana; contro la forma di “pacifismo” che serve le imprese della violenza: la vocazione terrena del cristiano, l’umiltà che è il senso della terra, una pazienza con la storia che è la stessa inesauribile pazienza di Dio” (77-78).

venerdì 21 agosto 2020

Continuare a nascere. Maria Zambrano.

Post di Rossana Rolando
Immagini delle opere di Stefano Mancuso (qui il sito instagram).

Vivere umanamente è un'azione, 
e non un semplice lasciarsi andare nella vita 
e attraverso di essa 
(Maria Zambrano, Il sogno creatore).

Stefano Mancuso, 
La grazia
Ritorno su Maria Zambrano, la filosofa spagnola che attraversa il Novecento (1904 – 1991) e vive per 45 anni esule, dopo la guerra civile spagnola, a causa della sua opposizione al regime franchista. Una figura già per questo tratto biografico interessante, vicina da tale punto di vista - ma non solo - ad un’altra grande donna filosofa molte volte ripresa in questo blog che è Hannah Arendt. In particolare mi soffermo su un aspetto che rende affascinante la figura di Zambrano, vale a dire l’uso dell’immagine poetica.
La filosofia, già nel mondo greco, intende marcare le distanze dalla rappresentazione lirica. Il filosofo, infatti, cerca “ciò che è atemporale”, il poeta insegue “ciò che si intesse e si disfa nel tempo”¹. Così pensa Platone. Eppure, la poesia non abbandona mai Platone (l’uso dei simboli, delle immagini e dei miti e soprattutto la teorizzazione dell’amore che impregnerà di sé la poesia occidentale) ed egli finisce col salvarla ponendola al servizio della verità filosofica.²

giovedì 16 aprile 2020

Spinoza e il sentire gioioso nel tempo recluso.

Post di Rossana Rolando
Caricature di Emiliano Bruzzone (qui il sito)  

Per letizia intenderò la passione per la quale la Mente
passa ad una perfezione maggiore.
Per tristezza, invece, la passione per la quale
essa passa ad una perfezione minore 
(Spinoza, Etica)¹.

Emiliano Bruzzone, 
Baruch Spinoza
Se c’è un filosofo che può illuminare questo nostro tempo di forzata clausura, causata dalla pandemia, questi è sicuramente Baruch Spinoza.
Anzitutto perché, per il grande filosofo dell’Etica, noi esercitiamo sempre la nostra libertà a partire da un certo grado di necessità, dato sia dalla natura che ci costituisce come uomini - e non per esempio come animali o piante o minerali… -, sia dagli eventi che ci accadono. Anche quando pensiamo di avere un potere assoluto sulle nostre azioni e di essere determinati soltanto da noi stessi, senza l’intervento di nient’altro, in realtà ci illudiamo di essere liberi, semplicemente perché siamo coscienti della situazione in cui ci troviamo, ma non conosciamo le mille cause interne (relative all’indole e alle caratteristiche di ciascuno) ed esterne (date dall’intreccio delle diverse condizioni in cui si sviluppa l’esistenza) che ci hanno condotto a vivere tale situazione².
Eppure, secondo Spinoza, entro i limiti segnati dalla natura (la nostra essenza umana) e dalla fortuna - intesa come l’insieme degli eventi determinati da altro che non dipendono da noi e di cui noi non siamo padroni - si può esercitare la propria libertà.
Per comprendere questo messaggio e applicarlo alla nostra condizione di oggi è utile un piccolo excursus nel mondo variegato degli affetti, così come li intende Spinoza.

domenica 1 settembre 2019

Imparare a lasciar andare.

Post di Rossana Rolando 
Immagini delle illustrazioni di Gianni De Conno.

Gianni De Conno, 
Il buon viaggio
“Imparare a vivere è imparare a lasciar andare”¹: una massima che trovo in un capitolo del bel libro di Adriano Labbucci, Camminare².
Il taglio sapienziale del monito è già contenuto nel termine ripetuto dell’ “imparare”, applicato alla totalità della vita, ben al di là dei singoli rami del sapere. Vivere, in quest’ottica, non coincide con il mero dato di esistenza, ma è piuttosto il risultato di uno sforzo, è un’arte acquisita nel tempo, giorno dopo giorno.
Perciò, a vivere, si impara.
Ma la mia attenzione è attratta dal successivo “lasciar andare” che richiama i sinonimi dell’abbandonare, trascurare, mollare la presa e associa “l’imparare a vivere” con un progressivo esercizio di sottrazione.

sabato 30 marzo 2019

Spinoza e i frantoi di Talete.

Post di Rossana Rolando.

Samuel Hirszenberg (1865-1908), 
Spinoza scomunicato
E’ sempre fonte di un certo imbarazzo, agli inizi del corso di filosofia, giustificare quell’aneddoto su Talete di Mileto, considerato il fondatore del pensiero occidentale, che viene riportato da Aristotele e che è poi ripreso da tutti i manuali:
“Siccome, povero com’era, gli rinfacciavano l’inutilità della filosofia, dicono che, avendo previsto, in base a computi astronomici un abbondante raccolto di olive, ancora nel cuore dell’inverno, disponendo di una piccola somma di denaro, si accaparrò tutti i frantoi di Mileto e di Chio, dando una cifra irrisoria perché non ce n’era richiesta alcuna: ma quando giunse il tempo della raccolta, poiché molti cercavano i frantoi, tutt’insieme e d’urgenza, li dette a nolo al prezzo che volle e così, raccolte molte ricchezze, dimostrò che per i filosofi è davvero facile arricchirsi, se lo vogliono – e invece non è di questo che si preoccupano” (Aristotele, Pol. A 11. 1259 a 6 sgg.).

L’imbarazzo nasce in primo luogo dalla possibilità, qui suggerita – anche se subito esclusa – di un uso del sapere volto a raggirare chi è più semplice e sprovveduto: il sapere come dominio e manipolazione. In secondo luogo, il disagio si accresce riflettendo sul concetto stesso di utilità, inteso qui come profitto personale, messo in atto a danno degli altri. L’equivoco si alimenta, infine, al pensiero che i filosofi non si preoccupino del guadagno – come si conclude – solo e semplicemente perché chiusi nella torre d’avorio dei loro studi, avulsi dalla comune quotidianità.

lunedì 8 gennaio 2018

Gesto e gesti.

Post di Rosario Grillo
Immagini dei dipinti di Egon Schiele (pittore austriaco vissuto tra il 1890 e il 1918).

Egon Schiele, 
Donna che danza
Gli inglesi hanno uno strano disprezzo per la gesticolazione e la considerano non decorosa e volgare: – a me questo disprezzo sembra, appunto, soltanto uno degli stolti pregiudizi della pruderie inglese. Si tratta, infatti, della lingua che la natura ispira a ognuno e che ognuno capisce; perciò volerla eliminare e proibire, soltanto per soddisfare i sullodati gentlemen, è cosa alquanto discutibile (Arthur Schopenhauer).

La gesticolazione è, in gran parte, tipica dell’essere umano e si connette alle capacità comunicative. Più facile che con il gesto si comunichi un’emozione. Quindi, va ricondotto al lato affettivo, prendendo atto di ciò che è implicito negli affetti (come dice l’etimologia: da afficio, con aspetti di registrazione in interno di quanto proviene dall’esterno).
Insomma, gli affetti rientrano nelle passioni (ancora una volta l’etimologia sottolinea il patire).

mercoledì 15 febbraio 2017

Gratitudine e riconoscenza.

🖊 Post di Gian Maria Zavattaro.
🔨 Tutte le immagini riproducono sculture di Michele Carafa, artista italiano specializzato in arte liturgica (qui il sito). Le opere che abbiamo scelto (con il gentile consenso dell'autore) hanno un valore universalmente umano e raccolgono ciascuna, in una sintesi potente di materia e spirito (idea, concetto, ispirazione), un sentimento o una condizione del nostro stare al mondo. 
Per ogni immagine abbiamo inserito, prima del titolo originale, un breve collegamento ai contenuti del post.

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(I gradi della gratitudine)
 Michele Carafa, Rifugio,
ceramica, cm 40×60, 2015
“La gratitudine ha diversi gradi secondo l’ordine degli elementi da lei richiesti. Il primo di essi è che il beneficiato riconosca  il beneficio ricevuto; il secondo è che ringrazi a parole; il terzo  è che ricompensi a tempo secondo le proprie capacità” (T. d’Aquino, Summa theologiae, II-II, nuova ed. ital. online, a cura di P. Tito, S. Centi, P. Angelo, Z. Belloni, 2009, p. 3932: ww.documentacatholicaomnia).
“Solo gli uomini liberi sono veramente grati gli uni verso gli altri” (B. Spinoza, Ethica, Sansoni, Firenze, 1963, p.541). 

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La gratitudine  pare oggi assente, grande misconosciuta in una società dove la “fuga dalla libertà” - come direbbe Fromm sulla scia di Spinoza - rende impossibile essere grati.
Leggo sul Vocabolario Treccani online che la gratitudine è “sentimento e disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare (è sinonimo di riconoscenza, ma può indicare un sentimento più intimo e cordiale)”.   
(Gratitudine e tempo)
Michele Carafa, Meridiana,
ceramica, 50×60× 20, 2015
La gratitudine-riconoscenza comporterebbe tre dimensioni: nel passato, prossimo o remoto, qualcuno mi ha fatto del bene; nel presente riconosco il dono o beneficio ricevuto senza merito; nel futuro, prossimo  o remoto, desidero ricambiare in qualche modo il bene ricevuto (gratias agere, fare grazie, rendere grazie, ringraziare, anche nella forma della lode).                 
Nel 1963 Martin Buber indirizzava poche righe di ringraziamento, riportate da E. Lévinas, a coloro che  gli avevano inviato gli auguri per il suo 85mo compleanno (1). Da quelle righe  di cortesia muovono le mie riflessioni.

venerdì 27 maggio 2016

Spinoza e Vermeer: la perfezione del frammento.

L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte;
e la sua sapienza è una meditazione non della morte, ma della vita 
(Spinoza, Ethica, Sansoni, Firenze 1963, p. 535).

Jan Vermeer, 
Astronomo, particolare
Baruch Spinoza e Jan Vermeer sono contemporanei, nati nello stesso anno (1632) e nella stessa terra d'Olanda (ad Amsterdam il primo, a Delft il secondo). Al di là del dato biografico, il riferimento alla filosofia di Spinoza e, in particolare alla sua Etica, è utile per comprendere l’estetica di Vermeer e, forse, Vermeer può illuminare Spinoza (se è vero come dice  Gian Piero Jacobelli che egli è “l’alter ego filosofico del pittore”).
A titolo di semplice esempio considero i due dipinti gemelli: il Geografo e l’Astronomo (effigie dello stesso Spinoza, secondo una consuetudine interpretativa). 
Jan Vermeer, 
Geografo, particolare
In Spinoza non vi è alcuna gerarchia tra le diverse realtà. Tutto ha pari dignità. Siamo noi uomini ad introdurre la logica mezzo-fine, interpretando le cose che ci circondano come mezzi a nostra disposizione e considerando noi stessi il fine per cui il mondo esiste. Se penso che questa luce è stata creata per illuminare il foglio su cui scrivo, quindi al mio servizio, tolgo perfezione alla luce, perché la subordino a me. Ma non è così. Nella sua vera realtà – sub specie aeternitatis – la luce realizza la sua perfezione, filtra dalla finestra e illumina. Non esiste per me, anche se io me ne servo per scrivere. Liberarsi dal pregiudizio antropocentrico, significa cogliere ogni realtà per quello che è, come parte di un Tutto perfetto. Nel sistema panteistico di Spinoza ogni aspetto del mondo è, nello stesso tempo, manifestazione di una potenza infinita, che non dissolve il finito ma lo esalta. Quindi non vi è nulla di contingente, perché anche la più piccola realtà è parte della vita divina e il frammento diventa così il segno in cui rintracciare l’intero, porzione limitata della perfezione infinita di Dio. Per questo, “Quanto più conosciamo le cose singole, tanto più conosciamo Dio” (Spinoza, Ethica, cit. p. 621).
Jan Vermeer, 
Geografo, particolare
Così in Vermeer ogni oggetto è colto sub specie aeternitatis. Nei suoi  dipinti la realtà è fissata sotto una luce eterna: il singolo gesto, la singola cosa, il semplice spazio emergono dalla loro quotidiana semplice presenza e assumono lo spessore di un attimo sospeso dal tempo e reso eterno. 
Nel Geografo - come nell'Astronomo -  è la finestra a sinistra a gettare il suo fascio luminoso all'interno della stanza, permettendo la nitida visione degli oggetti. Mappe, carte, libro, compasso, globo terrestre... tutti gli strumenti del mestiere sono rappresentati nella loro particolarità, porzioni non secondarie di quella vita che pulsa nella stanza e nello sguardo assorto dello studioso.