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sabato 30 novembre 2013

Appello per la vita, contro la pena di morte. Video.


E’concepibile una legge che per punire il delinquente e l’omicida, a sua volta impone l’omicidio? Ma che Stato è quello che uccide chi ha ucciso per dimostrare che non bisogna uccidere?


Accogliamo l'invito ad accendre le nostre luci a favore della giornata per la vita ... (Giotto, Cielo stellato).


A partire dal 2002, ogni anno il 30 novembre si celebra la “Giornata Mondiale delle Città per la Vita - Città contro la Pena di Morte”. L’anno scorso hanno aderito più di 1.600 città sparse in 90 paesi del mondo. Nella nostra provincia la città di Savona vi partecipa sin dalla prima edizione. Si tratta di una corale manifestazione di alta civiltà, condivisa da donne ed uomini dalle differenti culture, ma tutti uniti nel difendere e proclamare l’inviolabilità della vita umana e condannare l’ingiustizia delle leggi scritte che, stabilendo la pena di morte, con sfumature di rappresaglia, vendicano e non concedono redenzione. Riporto in proposito il bel video della Comunità di S. Egidio.

Si consiglia di mettere in pausa la musica del blog prima di avviare il video.




Chi desidera intervenire può consultare il post del 22/10/13 oppure semplicemente andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail. 


venerdì 29 novembre 2013

Il rifiuto e/o l'accoglienza degli sguardi.


  « L'arte non riproduce ciò che è visibile, 
ma rende visibile ciò che non sempre lo è. » (Paul Klee)


... gioco di sguardi...

Lo sguardo è soprattutto apertura  agli altri. Ogni persona con lo sguardo esce da sé, può  prendere in sé l’altro o rifiutarlo; può assumerne anche solo per un momento  gioie e dolori,  aprirsi  all’"ottica" del dono che è essenzialmente l’"ottica" dell’amore oppure rifiutarsi; può partecipare  alla costruzione della "comunità" o  limitarsi alla  "collettività". 


Polifonia: la comunità non è la semplice collettività.


Con gli occhi noi comunichiamo un  linguaggio di contenuti e di relazioni. Lo sguardo non è mai neutrale: qui veramente  vale l’assioma che è impossibile  non comunicare e che  non comunicare vuol dire semplicemente  comunicare di non voler comunicare. 


Molte vie possono unirci o separarci dagli altri

Succede quando a scuola sistematicamente ignoro un mio alunno o quando per strada evito gli occhi dell’altro e faccio finta di non veder il poveraccio che mi importuna per l’elemosina o nello scompartimento del treno pieno di persone il mio sguardo vaga dappertutto ma non sui volti degli altri o nell’ascensore all’ospedale il mio occhio si posa insistentemente sui pulsanti per non incontrare gli altri.

Per alcuni addirittura - e questo vale anche  per me in determinate circostanze – è insopportabile sostenere lo sguardo di chi ti è alle spalle: non si riesce  a lavorare con qualcuno dietro, perché  chi,  in qualche modo, mi osserva, in qualche modo mi affronta ed entra nel mio campo d’azione, come promessa o minaccia.

... lo sguardo insopportabile ...
C’è una particolare luminosità e limpidezza dello sguardo che io vorrei tener sempre presente: il rispetto come possibilità di vedere di più. Senza il rispetto si vede di meno, perché la mancanza di tale sentimento - intrisa com'è  di  egocentrismo e stolida mediocrità - finisce per oscurare gran parte di ciò che si offre a noi. Credo che lo sguardo  riguardoso in questi tempi di privazione, in  cui  la mancanza  di rispetto è divenuta norma  di tutti i giorni e connotato dominante nelle relazioni sociali, sia gesto ed atteggiamento singolare. Anche per questo  mi piace  il garbo empatico che scorre tra il  mio  e l'altrui vissuto. 
Il garbo ...

Dobbiamo scegliere nell’incontro con le persone tra  lo sguardo imperativo o captativo o seduttivo oppure oblativo, quello appunto del rispetto e del garbo. Se gli  occhi sono specchio dell’anima,  il mio sguardo verso gli  altri  dovrebbe  essere sempre aperto al loro cuore. Le difese nel  faccia a faccia (vis à vis, face to face) cedono e le maschere che solitamente portiamo possono sfilacciarsi e far intravedere il vero volto di ciascuno.   


Il vero volto dietro la maschera ...

E’ il fascino tutto speciale dello sguardo: mai neutrale, specchio per mandare un’immagine di accoglienza, di fraternità, di condivisione, accompagnata da un sorriso e da una  metacomunicazione. 
E anche la rottura e lo strappo possono far  parte di un gesto ospitale e non ostile se la persona   prende possesso di sé e del suo orizzonte, se si rifiuta di sommergere  se stesso nell’anonimato o nell’apparenza estatica. Anche il no può essere parte della personalizzazione, come frutto di una scelta fatta con tutta la totalità del proprio essere, premessa di un dialogo autentico.


La rottura, lo strappo ...
... può anche essere premessa di un dialogo autentico ...
Per strada quando incrocio il mio sguardo con quello di amici, conoscenti, sconosciuti, mi sforzo di  tenere sempre  presente che  “non possiamo aspettarci di raccogliere i fiori che non abbiamo mai piantato”  (Vaclav Havel).


L'intensità, il calore di uno sguardo ....
Tutte le immagini riproducono opere di Paul Klee.

Chi desidera intervenire può consultare il post del 22/10/13 oppure semplicemente andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail. 

giovedì 28 novembre 2013

La parabola dei ciechi ieri e oggi.






Pieter Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi.


"La parabola dei ciechi”  è uno degli ultimi quadri che Pieter Bruegel  il Vecchio (1525–1569) dipinse, un anno prima della morte. E’ conservato alla Galleria nazionale di Capodimonte e ne esistono numerose copie sparse per il mondo, dovute a Pieter Bruegel  il Giovane. Il quadro si  ispira  ai Vangeli di Luca (6, 39:  “Disse loro anche una parabola: Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?”) e  di Matteo (15,14: "Se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nella fossa”).
In realtà la parabola è stata ben presto interpretata come  metafora non solo della condizione umana presente ai tempi di Bruegel, ma della vita collettiva di ogni tempo,  messaggio universale che travalica i secoli, monito che oggi grida  a tutti noi.


... lo sguardo perso nel vuoto...

La scena raffigura un gruppo di sei ciechi, lo sguardo perso nel vuoto: il primo già è caduto nel fossato,  il secondo lo sta per seguire, trascinando tutti gli altri quattro che  procedono in fila indiana, appoggiandosi con la mano o col bastone a chi li precede. 


... il primo è già caduto nel fossato ...


Ciechi che guidano altri ciechi: era impossibile per la critica non vedere simboleggiata, nella raffigurazione, la cecità spirituale (culturale, sociale, politica,  economica…) degli umani.


... ciechi che guidano altri ciechi ...

Ciechi che guidano altri ciechi nei rapporti familiari ed interpersonali,  nelle relazioni sociali, nel chiedere sacrifici alla gente ma non a se stessi, nella guida delle istituzioni, nel controllo dei media, nel chiudere gli occhi ad ogni anelito critico, nel far camminare gli altri, gregge asservito da illusioni, frottole, panzane che media compiacenti e servi prezzolati diffondono a piene mani o con i bastoni.


... guardate il secondo cieco ...

Guardate il secondo cieco, quello che sta per cadere e  rivolge  a noi  il terribile suo sguardo che  non è uno sguardo, perché non ci sono che  orbite vuote! Pochi istanti, pochi passi e tutti seguiranno il primo  nella  stessa fine.
Il succo della parabola non è solo “la terribile verità dei poveracci" (Grossmann); anche, certo. E’ che quando uno o più ciechi guidano  un paese  e si perdono, tutto il paese si perde con loro e precipita  nel baratro. 

...tutto il paese si perde ....

L’unico rimedio - a parte impedire con il voto democratico che siano i ciechi a guidarci - è uscire dalla spirale della caduta senza perdere tempo, non lasciarci irretire nel gregge dalle blandizie confortanti delle mani sulle spalle o dal pungolo dei bastoni, aprire  bene gli occhi, tutti e due, senza mai cessare di guardare il mondo  e gli altri con sincero amore della verità e della libertà.  

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mercoledì 27 novembre 2013

Il primato della vista.



L'Occidente, figlio della cultura greca, si caratterizza per il primato della vista, rispetto ad altri sensi. Se da Gerusalemme e dalla radice ebraica viene il richiamo all'ascolto, e quindi all'udito come organo della conoscenza, da Atene deriva l'importanza del vedere, come attesta tutta la produzione - ricchissima - dell'arte occidentale, interpretata quale via di accesso alla verità, via semplice e aperta a tutti.
L'Occidente e il primato della vista...


Lo sguardo interiore.  
Lo sguardo segna in modo irripetibile il nostro stare al mondo e i significati di fondo con cui,  consapevoli o passivi, lo abitiamo: è segno conoscitivo centrale per eccellenza. Ma non guardiamo solo fuori di noi:  volenti o nolenti, per prima cosa vediamo noi  stessi, prima di tutto c’è il nostro sguardo interiore (intus-legere), “il conosci te stesso”, l’apertura a noi stessi, consapevole  od inconscia, immediata o riflessa,  sicuramente   distorta se non diviene   movimento che caratterizza l’interiorità della persona, un ri-prendersi e ri-possedersi, condizione – se ne è  parlato in un precedente post – dell’abitare    il mondo e di socializzare senza infingimenti. 

... guardare dentro ...

Lo sguardo sul mondo.  
Allora  lo sguardo si fa propriamente apertura  alla realtà esterna: è il primato della vista   che si identifica da sempre con il conoscere, come attesta  il lessico greco del vedere.
Per Platone  è «filosofo» chi ama «lo spettacolo della verità», chi esercita  la visione del bene culmine della conoscenza, liberandosi dalla zavorra delle opinioni inautentiche. Per Aristotele il desiderio di sapere nasce dalla meraviglia di ciò che si vede.
... guardare fuori: la meraviglia della realtà ...

Lo sguardo sedotto.  
Ma lo sguardo può essere offuscato dall’abbagliamento della seduzione: come nel racconto di Medusa, figura bellissima quanto perversa, che riesce ad affascinare quegli uomini che si voltano a guardarla, trasformandoli in pietra o come nel mito  di Narciso che si lascia sedurre dal proprio riflesso nell'acqua rivelando tragicamente il cortocircuito dell'ego.


Medusa - la realtà tentacolare -  che seduce e spaventa...
Narciso: la malattia dell'ego ...

Lo sguardo che non vede.  
Già Pascal affermava: "troppa luce abbaglia", ad indicare la debolezza dello sguardo umano, impossibilitato a vedere fino in fondo. E che dire del mito platonico della caverna - metafora della condizione umana -,  in cui il prigioniero crede di vedere la realtà, mentre intravvede solo ombre? O della cecità tragica di Edipo, o  di Tiresia che proprio perché cieco   ha preveggenza aperta al futuro, mentre gli è negata la percezione del presente? 

... troppa luce abbaglia ...

I miti rivelano, nella declinazione dello sguardo-conoscenza, la natura originaria di uno sguardo che non può essere mai esaustivo, che è sempre parziale,  che può però sempre indicare nuovi indizi di avvicinamento alla realtà esterna, in una reversibilità degli sguardi tra l’uomo e il mondo che rende possibile l’esistenza del visibile e dell’invisibile: anche in mezzo al deserto ci sentiamo guardati, anche nella solitudine più assoluta possiamo sentire la compagnia di uno sguardo. 


... l'invisibile (in questo quadro il fascio di luce che non proviene dalla finestra) è condizione del visibile (in questo quadro la scena).

Lo sguardo oggi. 
Oggi viviamo in un contesto sociale  e culturale dedito alla fobia dello sguardo, alla miopia:  vediamo solo quello quello che vogliamo vedere  - non vidi  ergo non est…  - oppure ci fanno vedere solo quello che vogliono e c’ è chi si industria  a non farci vedere, a distrarci,  a velare lo sguardo, ad impedirci ogni stupore e meraviglia che muove ed incita lo sguardo. Mai chiudere gli occhi di fronte  alla realtà al mondo. Mai essere ciechi per non vedere volutamente: poiché chiudere un occhio è permissivismo, chiudere entrambi gli occhi è complicità viltà servilismo. 


... chiudere gli occhi è complicità ...
Ritrovare uno sguardo lucido. 
Solo in un caso, ci suggerisce Derrida,  vale la pena chiudere gli occhi: quando non è un assentarsi dal mondo ma  vederlo meglio per  meglio viverlo  ed abitarlo, perché – aggiunge -  non bisogna semplicemente vedere con gli occhi, occorre anche pensare con gli occhi a costo di doverli chiudere per ritrovare anzitutto se stessi. Destino della finitudine umana tra presenza ed assenza.  

... prendere distanza, per vedere meglio ...



Tutte le immagini riproducono opere di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

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martedì 26 novembre 2013

Chi sa godere delle cose belle e fatte bene salverà il mondo.





La gratitudine per ciò che vi è di buono e di bello ... 




I GIUSTI


di Jorge Luis Borges



Un uomo che coltiva il suo giardino, 
come voleva Voltaire.



Chi è contento che sulla terra esista la musica.



Chi scopre con piacere una etimologia.



Due impiegati che in un caffè del Sud 
giocano in silenzio agli scacchi.



Il ceramista che intuisce un colore e una forma.


Il tipografo che compone bene questa pagina 
che forse non gli piace.


Una donna e un uomo che leggono 
le terzine finali di un certo canto.


 Chi accarezza 
un animale addormentato.


Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.



Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.


Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.


Tali persone, che si ignorano, stanno 
salvando il mondo.






... nel lavoro ...

... in ogni attività ...

... svolta con cura ... 


... senza prevaricare gli altri  ...



... la soddisfazione di ciò che è ben fatto... 


Tutte le immagini riproducono opere di J. F. Millet.

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lunedì 25 novembre 2013

Lo sguardo paralizza o illumina?


 
... i mille risvolti di uno sguardo ...


... dallo sguardo che supplica ...
 
... allo sguardo che penetra ....

 Ognuno di noi passa la vita a ricevere e lanciare sguardi di ogni tipo, indissolubilmente legati alla mimica facciale, che rappresentano tutte le sfumature della realtà, che comunicano tutti i contenuti e le emozioni del linguaggio verbale e non verbale. Sguardi irridenti, limpidi, sornioni, luminosi, splendenti, trasparenti, misericordiosi, opachi, crudeli, acrimoniosi, impudichi, furtivi, inquietanti, indiscreti, interroganti, supplichevoli, bramosi, glaciali, grifagni, assenti, spenti, maliziosi, perplessi, taglienti, sfuggenti, provocanti, sardonici; colmi di dono o di possesso, intrisi di amore, odio, sottomissione, dominanza, ubris, seduzione, perdono, tedio, gioia, letizia, tristezza, pianto … 
 
... dallo sgurdo sottomesso ...
 
.... allo sguardo trasparente.


L’altro giorno per strada ho incrociato una persona mai vista prima (forse uno straniero); per una breve frazione di tempo ci siamo guardati, ci siamo scambiati un lieve sorriso ed ognuno ha proseguito il suo cammino. Fugace incontro, come infiniti altri, che questa volta però ha lasciato il segno e mi ha sollecitato a notturne riflessioni sullo sguardo mio e dell’altro.

 
L'enigmaticità dello sguardo.

Uno dei più strani fenomeni, forse anche il più primitivo a partire dalla nostra infanzia, è la sensibilità che manifestiamo al semplice sguardo degli altri. Sensibilità che trova interpretazioni opposte. C’è chi, come il Sartre de “L’essere e il nulla”, ritiene che lo sguardo altrui paralizzi e violenti, ci cosifichi, ci conferisca una dimensione di inevitabile esistenza alienante. Nel dramma “A porte chiuse” tre persone - chiuse in una stanza, condannate ad essere ognuno schiavo della coscienza altrui, ognuno boia degli altri due - verso la fine del dramma scoprono che la porta è sempre rimasta aperta, ma non sono più in grado di lasciare la stanza, imprigionati nella rete di rapporti che hanno creato. 


La prigione dello sguardo altrui.
Sguardo contro sguardo, scacco perenne, ipocrisia sociale, solitudine, conflitto quotidiano tra le pareti domestiche e nelle relazioni sociali: "l'inferno, sono gli altri”, se noi esistiamo solo attraverso gli sguardi degli altri, se la nostra vera condanna è quella di essere dominati dallo sguardo degli altri, cui spetterà sempre l’ultima parola, mentre il mondo continuerà con o senza di noi. Sartre esistenzialista non concede sconti nei rapporti con gli altri: il loro sguardo mi fa comprendere che “mi si vede”, per gli altri sono soltanto un "me", “uno dei tanti”, un oggetto la cui evanescenza è angoscia insopportabile. 


.. dominati dallo sgurdo altrui ...
 E tuttavia  Sartre più tardi ridimensionerà non poco queste inquietanti estreme posizioni e  nelle sue ultime opere intravedrà una via di salvezza nella comunicazione interumana e nella possibilità di dissolvere “l'Alterità” nella Fratellanza di una comune radice umana.


Lo sguardo che chiama alla vita.

C’è invece chi ritiene che fin da subito  lo sguardo – a cominciare da quello della madre  sul proprio nascituro e neonato -  sia un appello all'esistenza, ‟il più sicuro rivelatore di me stesso", come dice Mounier. Il miglior specchio per il mio sguardo è lo sguardo di un'altra persona quando si posa su di me. Vi sono sguardi che agiscono lentamente, altri che in un colpo mi rivelano a me stesso. Mediocrità, preoccupazioni, convinzioni, abitudini, pregiudizi che prendevo sul serio ecco che, visti con lo sguardo degli altri, mi appaiono per ciò che sono:  sempre relativi, spesso inessenziali, a volte “grotteschi”. Lo sguardo degli altri – sia esso rimprovero o appello o promessa - è l’inaudito che mi rischiara, mi rivela nelle mie giuste proporzioni, mi scuote dalla mia sufficienza diventata zavorra: molla salutare,“turbamento delizioso di mescolarsi a una vita sconosciuta”, che è “l’inizio della saggezza”.



Lo sguardo che interroga ....
Chi ha ragione? Propendo naturalmente per Mounier e spero che la persona sconosciuta da me incontrata l’altro giorno abbia colto la metacomunicazione dei nostri sguardi e sorrisi, così come l’ho percepita io: “forse non ci incontreremo più, fratello, ma si poteva coltivare l’amicizia, capirci, apprezzarci, abbattere difese e maschere, scoprire i volti, condividere le nostre storie, stringerci le mani e, perché no?, camminare per un tratto insieme…”.

Mi piacerebbe nei prossimi post riflettere con chi vuole sul fascino tutto speciale dello sguardo, mai neutrale. 

Tutte le immagini riproducono opere di Filippo e Filippino Lippi. 




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