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sabato 16 novembre 2013

Derelizione.



La solitudine dell'isolamento e della chiusura, vissuta come frattura e lacerazione  nei confronti degli altri uomini, è una tentazione ed una prova per tutti, un’eventualità che può cogliere ognuno di noi.

La tentazione dell'isolamento.

Rimando agli psicanalisti e agli specialisti la trattazione “scientifica” della sua genesi e della sua matrice. A me interessa sottolineare l’aspetto profondamente umano dell’isolamento: la paura del mondo, il ripiegamento su se stessi, l’indifferenza, l’amarezza, l’angoscia repressa, perché comunque da soli non ci si sente di  esistere. 



L'angoscia repressa...

In questo  abbandono si vive una contraddizione lacerante: non si riesce a stare soli e neppure in mezzo agli altri.  E’ l’angoscia della derelizione, del deserto, dei muri invisibili: si comprende di essere impotenti di fronte al fluire degli avvenimenti, tutti i giorni ci si accorge di non essere padroni del nostro destino. 


... dei muri invisibili.

Questa  solitudine   invade il campo della coscienza con il terrore paralizzante del vuoto, dell’esistenza inutile ed assurda; e il mondo non è più indifferente ma ostile, greve di inesorabile minaccia. 



La notte della solitudine.

Può essere solo un momento passeggero della vita, una delle tante notti dell’esistenza; e poi la vita riprende, prorompe il grido, l’invocazione,  l’implorazione che la vita torni a dare un senso, che magari un volto amico giunga, perché un margine rimane e non è la disfatta della speranza.  
   

L'implorazione che la vita riprenda...
... torni a dare un senso.

E’ il mistero terrificante della libertà dell’uomo di cui parla Mounier ne “Il Personalismo”: “Si parla oggi troppo di angoscia, davvero troppo […]; un’angoscia essenziale legata all’esistenza personale come tale, al mistero terrificante della sua libertà, alla sua lotta aperta”. 


Il mistero della persona ...
Io posso fare e farmi del male, posso tornare indietro o andare avanti, posso amare o posso tradire, costruire o demolire, dividere, odiare, distruggere: ognuno di noi può davvero optare per l’intensità della vita o per  la  gioia nera della morte,   per l’amore o per l’odio, per la fraternità o per la divisione. 

Afferma Mounier: “Il tempo spirituale è fatto di salti violenti, di crisi e di notti interrotte da rari istanti di pienezza e di pace. Assomiglia [più] al tempo del poeta, che non a quello dell’ingegnere. Si potrebbe  scrivere sul suo frontale: alla certezza attraverso l’ambiguità,  alla gioia attraverso la desolazione, alla luce attraverso la notte”. Solitudine questa come passaggio obbligato per ogni esistenza autentica.  


Alla luce attraverso la notte.

La solitudine dunque è quella legata alla  struttura della società in cui viviamo, ma è anche quella ineliminabile il cui volto è legato alla condizione umana. La soppressione delle solitudini storiche è nelle mani dell’uomo, ma vi è una solitudine  insopprimibile, che è un dato di fatto, che vive l’ambivalenza dell’uomo tra eros e thanatos. Non è né disgrazia né maledizione né realtà che fa paura o che non ha senso. I suoi rischi e possibilità sono l’isolamento e l’intimismo oppure il riconoscimento di sé e degli altri e la decifrazione del rapporto con la solidarietà.


La solidarietà
Il riconoscimento di sé e degli altri.
Tutte le immagini riproducono opere di Picasso, periodo blu.

Chi desidera intervenire può consultare il post del 22/10/13 oppure semplicemente andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail.

2 commenti:

  1. Caro Professore,
    la Sua interessante e profonda trattazione di questo tema dal punto di vista filosofico mi ha portato a riflettere su alcune implicazioni di natura religiosa, che toccano nel profondo: osserviamo come, nella vita di molti santi, o di luminose figure anche contemporanee, essi abbiano attraversato un c.d "inverno dello spirito", sentendosi soli rispetto alla comunità umana e abbandonati da Dio, a partire dallo stesso Gesù, nell'Orto degli Ulivi.
    Cercando un esempio nel secolo scorso, non posso non pensare alla solitudine sperimentata negli ultimi anni del cammino terreno da Paolo VI (emblematica, per quel che concerne il rapporto con Dio, è la preghiera, struggente, recitata dal Pontefice alle Esequie di Aldo Moro).
    Gli interrogativi, a cui tendo a dare risposta positiva, sono:
    - la strada per la perfettibile (perfetta ?) identificazione della vita del cristiano con quella di Gesù- "per me vivere è Cristo"- passa attraverso la Croce? ( E fin qui la risposta mi pare palese). La Croce si manifesta anche attraverso quel che prima definivo "inverno dello Spirito"?
    - Facendoci sperimentare ciò che ho chiamato "inverno dello Spirito", Dio, come l'oro con il fuoco, ci forgia nel suo amore?
    - La vita del cristiano passa necessariamente attraverso una fase come quella poc'anzi delineata?
    - Vi è, dunque, un fondamentale risvolto di bene in ciò?

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  2. Caro Sig. Marco, ho pensato e ripensato in questi giorni al rapporto tra solitudine e fede e volutamente non l’ho inserita in uno specifico post, non certo per una neutralità che non mi appartiene, ma per rendere trasparente ed aperto a tutti, anche a coloro che la pensano molto diversamente da me, il pluralismo di ricerca che questo blog vuole assicurare. La ringrazio perciò cordialmente per l’opportunità che mi offre di esprimere qualche riflessione indotta dal suo intervento, che trovo quanto mai stimolante per un credente. Naturalmente non ho ricette per rispondere ai suoi tre interrogativi. Mi limiterò a riprendere alcuni suoi spunti.
    La Bibbia chiama “deserto” “l’inverno dello spirito”, il tempo in cui ci si pone senza confortanti sostegni di fronte al Dio della Vita: l’ora della solitudine totale (“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”), dell’abbandono da parte di tutti (“Simone, tu dormi? Non hai potuto vegliare un’ora? Vegliate e pregate”), dei tradimenti, del processo, dell’agonia, della Croce, come Ella ben rammenta. Il rapporto tra la solitudine e la preghiera nella Bibbia è segnato dunque dal deserto, luogo e tempo della tentazione e della prova, ma proprio per questo anche luogo di assiduità con Dio, tempo privilegiato per l’incontro con Lui. Forse occorre rimanere soli per morire in noi stessi, aprirci a Dio ed udire la Sua Parola.
    “Padre, rimetto il mio spirito nelle tue mani”: è la “plenitudine tragica del cristianesimo”, il cadere nelle mani del Dio vivente. Ciò non significa trasformare il non senso della mia solitudine e delle mie sofferenze in un senso superiore a me precluso ma consolatorio, bensì – come magistralmente ci ha descritto Dostoevskij - puntare al paradosso per cui “Terribile è la salvezza”. Salvare da “servare”, conservare in Dio perché prenda su di sé non senso - solitudine – sofferenze che, tanto più sono insensate e perciò atroci tanto più richiedono di essere considerate per quello che sono e di non essere tradite o sublimate in fittizie razionalizzazioni.

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