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giovedì 21 novembre 2013

La folla e la febbre della solitudine





Le masse inurbate e le grandi città...
 
In questo nostro mondo  le masse inurbate e le città (Albenga c’entra solo di rimessa; penso soprattutto, per restare in Italia, ai milioni di italiani che abitano a Milano, Roma, Napoli, Palermo, Torino…)  formano un tentacolare gigantesco essere, stranamente affascinante e conturbante. 

E’ l’intreccio ambivalente  di anonime storie di solitudini e  di quotidiani gesti di fraternità, la compresenza di tante disperazioni individuali e di altrettante speranze sociali, il misterioso  spettacolo di nascoste vibrazioni  e  di clamori assordanti, vortice di lutti  e di gioie spensierate, di presentimenti inconsci e di consapevoli lucide passioni. 


... un intreccio ambivalente ....

E’ l’anima  di un’umanità  anonima che  si  agita in balia  di una febbre oscura dove  “tutto passa: e sia rabbia, amore o demenza” e “varca i limiti cupi d’ogni coscienza”.  


... di anonime storie di solitudini ...

Eppure, a ben vedere, nonostante il pessimismo del poeta che scrive più di cent’anni fa, sempre, ed ancor più oggi,  ognuno di noi poteva e può aprire ampi squarci di   luce, costruire  spazi  e ritagliare tempi dove  incontrare volti non anonimi, tendere mani  per insieme sperare.   


... e di squarci di luce ...




La folla

“Nelle città d’ebano e d’ombra, dove

splendono fuochi magici, e si muove,

brulicante ed enorme,

coi suoi pianti, i suoi frutti, i suoi blasfemi,

la folla, a grandi torme;

nelle città che a volte

tra sanguigne rivolte un cupo orrore

d’un tratto empie e terrifica,

sento che in me, improvviso, si esalta e si magnifica

e brucia di fermenti, moltiplicando, il cuore.

La febbre, allora, con le sue frementi

mani mi spinge via,

come un ciottolo inerte, e mi incammina,

così, lungo una china,

all’odio, alla follia.

Ogni calcolo cade ed è soppresso:

sussulta il cuore e balza, d’improvviso.

verso la gloria o verso tutti i mali;

ed io mi sento come se, diviso

da me stesso, trascorra oltre me stesso

verso il brutto richiamo di forze universali.

E tutto passa: e sia rabbia, amore o demenza,

tutto passa, con volo

fulmineo, varca i limiti cupi d’ogni coscienza:

e tutto si  presenta e s’indovina

prima che affondi in cuore, come spina

dritta, d’un colpo solo”.

(Emile Verhaeren 1855-1916, da Orfeo, trad. G. Regini, Fi, Sansoni).

Tutte le immagini riproducono opere di Georges Seruat. 

 Chi desidera intervenire può consultare il post del 22/10/13 oppure semplicemente andare qui sotto su "commenta come", nel menù a tendina selezionare "nome/URL", inserire solo nome e cognome e cliccare su continua. Quindi può scrivere il proprio contributo sul quale rimarrà il suo nome ed eventualmente, se lo ritiene opportuno, può lasciare la sua mail.

6 commenti:

  1. Patrizia Pezzuolo21 novembre 2013 15:05

    Solo l'altro ci può salvare. La sfida che oggi dobbiamo affrontare è migliorare la qualità delle nostre relazioni, stabilire dei legami

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  2.  Cara Patrizia, innanzitutto un caro saluto a te e a Giuseppe. Non è scelta per gente tranquilla quella che proponi. In questi giorni di lutto per i disastri alluvionali e le morti in Sardegna abbiamo dovuto subire fin troppo la pietà generica delle lacrimucce da telegiornale di uomini e donne in pantofole. Forse per prima cosa non dovremmo consentire a noi stessi di starcene ciechi, muti e sordi in un angolo. Forse - e sarebbe già qualcosa contro la potenza del male - si potrebbe tutti iniziare o continuare ad offrire, senza esclusioni, a coloro che quotidianamente incontriamo - amici, conoscenti e conosciuti, ma soprattutto sconosciuti - la nostra presenza fraterna. Un modo concreto di “migliorare la qualità delle nostre relazioni e stabilire dei legami”.

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  3. PATRIZIA Pezzuolo21 novembre 2013 19:01

    Mi permetto ancora di dire che credo di sapere di cosa parli.di alluvioni nella mia famiglia mio papà' ha vissuto quella del Polesine che lo ha costretto poi ad emigrare in Piemonte e poi io ho vissuto l'alluvione del '68 . Grazie alla forte solidarieta'imparata dalla mia famiglia paterna posso ancora ribadire com più' forza che solo se impariamo a collaborare, ad aiutarci,ad ascoltarci, possiamo sperare di migliorare la qualità' della nostra vita.

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  4. Rossana Rolando21 novembre 2013 19:25

    Grazie Patrizia! Per quello che hai scritto e condiviso con noi. Un abbraccio.

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  5. Gentile Prof. Zavattaro,

    innanzitutto la ringrazio per lo splendido servizio che lei offre alla nostra comunità col suo blog, un'occasione del tutto unica per poter riflettere ancora una volta insieme sulla fitta rete del mit-sein. Credo che il leitmotiv della folla possa mostrare la dialettica calcinante che attraversa l'io in quanto oscillazione tra perdita come individuo e ritrovamento come persona. Le città sono pervase da questa antinomicità profonda: autenticità e dispersione, l'io e l'indeterminatezza del "man". Pirandello lo intravide nel gioco di maschere, Seneca domandava capziosamente a Lucilio: "Quid tibi vitandum existimem praecipue quaeris?". Ma siamo forse sicuri che la folla sia ciò che deve essere evitato, o essa può mostrarci, come un campanello d'allarme come possiamo agire? La chiamata all'educazione non può costringerci a rimanere indifferenti al volto dell'altro: una fenomenologia dell'inautenticità e della sofferenza non deve riuscire a ipostatizzarci in quanto soggetti puri ed avulsi dalla nostra natura vocazionale. Bisogna innanzitutto creare legami, con tutti. Avere fiducia che ciascuno possa trovare il suo io nella comunità. Paradossalmente, se ciascuno vivesse autenticamente la propria esistenza, nessuno farebbe più caso alle nostre forme di governo, alle nostre forze politiche, ai giochi di potere. La folla obbedisce a queste logiche spicciole, ma la persona che trova se stessa non può essere succube di tale teatro, e soprattutto non può permettere che gli altri possano recitarvi ogni giorno. Sicuramente più si vive in una grande realtà, più questo compito si fa difficile. E' per questo che bisogna farsi testimoni del dialogo tra amici, le nostre comunità più strette, tra consorti, tra colleghi. La criticità permette di distanziarsi dal man della folla. Ma è soprattutto attraverso il riconoscimento di un sostrato comune che si possono porre delle fondamenta per un dialogo a più ampio respiro (tra scuole, istituzioni, enti culturali, imprenditori, lavoratori...), cioè storico-culturale. Il dialogo avverrebbe non solo tra singoli, ma si verrebbe a creare una comunità che è proiettata in un orizzonte di senso accettato e condiviso. E' solo in questo modo che possiamo sanare questo smarrimento: ritrovare la nostra storicità in quanto esserci, ma anche essere-con. Le città diverrebbero immensi cantieri di cultura in cui poter essere comunità in senso autentico e quindi anche in quanto signoli. Imperocché vi sia la necessità di porre le fondamenta dalla nostra piccola vita di tutti i giorni, finché questo disegno non avrà preso piede, verremo oppressi dalla folla e dalla sua solitudine, così come la nostra. Ma fino al momento in cui vi sarà folla, potrà esservi anche una chiamata che dilania e sprona colui che si fa servo della comunità, chi in sostanza ha già fatto del servizio la propria vita. La sua ambiguità deve farci ricordare che l'essere umano è estremamente debole, che deve essere compreso ed accudito nella sua sofferenza. Concludo citando il mio amato Spinoza: "Humanas actiones non ridere, non lugere neque detestari, sed intelligere".
    Rinnovo il mio ringraziamento per questi suoi interventi. E' solo in questo modo che possiamo sperare di ritrovarci in questo paese che non ha più volto.

    Cordiali saluti

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  6. Gent. le Sig. Andrea, la sua lucida, argomentata ed insieme appassionata disamina della dialettica individuo/ folla e persona/comunità - ben consona con gli studi che sta compiendo ed altrettanto coerente, per quel che ricordo e so, con la sua esperienza liceale e il suo impegno sociale - spero sia letta da molti. L’integrità intellettuale, l’entusiasmo che Ella fa respirare anche a noi attraverso le Sue righe vorrei che fossero pane e companatico di tutti i giovani. Rivivo i miei anni universitari a Torino, l’amore per la sofia indotto dalle lezioni di Abbagnano - Pareyson – Bobbio - Chiodi - Riconda – Vattimo .., il fervore delle discussioni sublimi con alcuni compagni di corso e, naturalmente, il 68, non quello degli slogan e dei sei politici, “l’altro 68” ( penso al libro di A.M. Fanucci, Io prete padre sessantottino non pentito, il sessantotto minore, Cittadella, Assisi 1999), quello dell’impegno solidale verso il prossimo, vicino e lontano, gli ultimi ed i penultimi. Perché a questo punto non invitare giovani come Lei, Luca, Raffaele, Martina … e tutti coloro che intendono venire allo scoperto, a partecipare, a far tavola rotonda, - ogni tanto, senza gravarsi di pesi cadenzati - direttamente pubblicando su questo blog, quando urge e stringe l’avvenimento, post da loro stilati, assumendoci ovviamente insieme ogni responsabilità... Senza alcuna pretesa, in piena libertà di opinioni, da persone libere come siete e siamo. Anche questo forse potrebbe essere un modo per contribuire a ritrovare innanzitutto ognuno il suo volto ed aiutarci a riscoprire quello del paese.

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