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mercoledì 27 novembre 2013

Il primato della vista.



L'Occidente, figlio della cultura greca, si caratterizza per il primato della vista, rispetto ad altri sensi. Se da Gerusalemme e dalla radice ebraica viene il richiamo all'ascolto, e quindi all'udito come organo della conoscenza, da Atene deriva l'importanza del vedere, come attesta tutta la produzione - ricchissima - dell'arte occidentale, interpretata quale via di accesso alla verità, via semplice e aperta a tutti.
L'Occidente e il primato della vista...


Lo sguardo interiore.  
Lo sguardo segna in modo irripetibile il nostro stare al mondo e i significati di fondo con cui,  consapevoli o passivi, lo abitiamo: è segno conoscitivo centrale per eccellenza. Ma non guardiamo solo fuori di noi:  volenti o nolenti, per prima cosa vediamo noi  stessi, prima di tutto c’è il nostro sguardo interiore (intus-legere), “il conosci te stesso”, l’apertura a noi stessi, consapevole  od inconscia, immediata o riflessa,  sicuramente   distorta se non diviene   movimento che caratterizza l’interiorità della persona, un ri-prendersi e ri-possedersi, condizione – se ne è  parlato in un precedente post – dell’abitare    il mondo e di socializzare senza infingimenti. 

... guardare dentro ...

Lo sguardo sul mondo.  
Allora  lo sguardo si fa propriamente apertura  alla realtà esterna: è il primato della vista   che si identifica da sempre con il conoscere, come attesta  il lessico greco del vedere.
Per Platone  è «filosofo» chi ama «lo spettacolo della verità», chi esercita  la visione del bene culmine della conoscenza, liberandosi dalla zavorra delle opinioni inautentiche. Per Aristotele il desiderio di sapere nasce dalla meraviglia di ciò che si vede.
... guardare fuori: la meraviglia della realtà ...

Lo sguardo sedotto.  
Ma lo sguardo può essere offuscato dall’abbagliamento della seduzione: come nel racconto di Medusa, figura bellissima quanto perversa, che riesce ad affascinare quegli uomini che si voltano a guardarla, trasformandoli in pietra o come nel mito  di Narciso che si lascia sedurre dal proprio riflesso nell'acqua rivelando tragicamente il cortocircuito dell'ego.


Medusa - la realtà tentacolare -  che seduce e spaventa...
Narciso: la malattia dell'ego ...

Lo sguardo che non vede.  
Già Pascal affermava: "troppa luce abbaglia", ad indicare la debolezza dello sguardo umano, impossibilitato a vedere fino in fondo. E che dire del mito platonico della caverna - metafora della condizione umana -,  in cui il prigioniero crede di vedere la realtà, mentre intravvede solo ombre? O della cecità tragica di Edipo, o  di Tiresia che proprio perché cieco   ha preveggenza aperta al futuro, mentre gli è negata la percezione del presente? 

... troppa luce abbaglia ...

I miti rivelano, nella declinazione dello sguardo-conoscenza, la natura originaria di uno sguardo che non può essere mai esaustivo, che è sempre parziale,  che può però sempre indicare nuovi indizi di avvicinamento alla realtà esterna, in una reversibilità degli sguardi tra l’uomo e il mondo che rende possibile l’esistenza del visibile e dell’invisibile: anche in mezzo al deserto ci sentiamo guardati, anche nella solitudine più assoluta possiamo sentire la compagnia di uno sguardo. 


... l'invisibile (in questo quadro il fascio di luce che non proviene dalla finestra) è condizione del visibile (in questo quadro la scena).

Lo sguardo oggi. 
Oggi viviamo in un contesto sociale  e culturale dedito alla fobia dello sguardo, alla miopia:  vediamo solo quello quello che vogliamo vedere  - non vidi  ergo non est…  - oppure ci fanno vedere solo quello che vogliono e c’ è chi si industria  a non farci vedere, a distrarci,  a velare lo sguardo, ad impedirci ogni stupore e meraviglia che muove ed incita lo sguardo. Mai chiudere gli occhi di fronte  alla realtà al mondo. Mai essere ciechi per non vedere volutamente: poiché chiudere un occhio è permissivismo, chiudere entrambi gli occhi è complicità viltà servilismo. 


... chiudere gli occhi è complicità ...
Ritrovare uno sguardo lucido. 
Solo in un caso, ci suggerisce Derrida,  vale la pena chiudere gli occhi: quando non è un assentarsi dal mondo ma  vederlo meglio per  meglio viverlo  ed abitarlo, perché – aggiunge -  non bisogna semplicemente vedere con gli occhi, occorre anche pensare con gli occhi a costo di doverli chiudere per ritrovare anzitutto se stessi. Destino della finitudine umana tra presenza ed assenza.  

... prendere distanza, per vedere meglio ...



Tutte le immagini riproducono opere di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

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4 commenti:

  1. Caravaggio è forse il mio artista preferito. Nonostante la vita sregolata, ha saputo vedere più in là di molti altri. E' un veggente che nello squilibrio riesce a trovare il massimo equilibrio artistico. I personaggi profani raccontano frammenti di storie sacre. I personaggi sacri sono uomini "da taverna e da postribolo" (si pensi alla prostituta affogata nel Tevere e presa come modello per "La morte della Vergine", del 1604). Poi la luce: nessuno ne ha fatto mai un uso più appropriato. La luce rivela il senso dell'opera, elimina ogni dubbio sulla realtà, pur mantenendo la molteplicità dei messaggi inviati all'osservatore. Ecco l'osservatore, la vista che diviene fondamentale nella comprensione. I nostri occhi osservano il mondo attraverso quelli dell'artista, con la luminosa fiducia che il bene si nasconde anche nei luoghi più oscuri. Così Matteo viene scelto tra i peccatori e Paolo, persecutore dei Cristiani, viene accecato dalla Verità. Quanto è importante la vista! Occhi esteriori ed interiori vengono combinati dal nostro animo per generare la conoscenza. E i pittori, come Caravaggio, sanno immortalare nelle loro opere la perfetta armonia tra interiorità ed esteriorità. Un incontro sublime, perfetto ed eterno!

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  2. E’ anche tra i miei preferiti, per la sua giovinezza inquieta e ribelle, le sue fughe, le sue amicizie ed inimicizie, le sue contraddizioni, le sue accorate grida di libertà, la sua vita di esasperate ricerche e soprattutto – Lei ha perfettamente ragione – “l’incontro sublime”, “la perfetta armonia tra interiorità ed esteriorità”, nell’esplodere dei chiaroscuri, nella potenza dei volti e forza degli sguardi.

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  3. Aggiungerei: ogni sguardo non è un cominciamento di prospettiva, ovverosia non è mai distaccato. Se il primato dello sguardo è il primato del conoscere (Theoran- lo sguardo degli theoroi), del contemplare, non dobbiamo mai dimenticarci che già esso è prospettico, già esso è ermeneuticamente pregnato e pregnante. Non vi è mai uno sguardo distaccato dalla propria esperienza, dunque, generalizzando, dalla nostra finitudine. E forse è proprio questo sguardo decentrato che ci pone sull'orizzonte insuperabile e fa filtrare quella luce (scorcio d'eternità) nella nostra Lichtung rendendola un dominio terribilmente instabile, ma altrettanto degna della posta che essa mette in gioco. Ma la luce non è mai un possesso, è piuttosto un orizzonte che rende possibile la manifestazione di ciò che è più autenticamente umano. Nella teologia dello Pseudo Dionigi la luce è il tramite attraverso il quale la Ierarchia si diffonde verso il mondo: nulla di più ambivalente se considerata come orizzonte di senso in quanto derivazione, ma soprattutto in quanto mistero ineffabile a cui l'occhio umano non può tendere.

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  4. Impeccabile, sig. Andrea. Bella e profonda la considerazione sulla luce in chiave teologica.
    Parallelamente a quello che lei dice potrebbe essere interessante imboccare anche un sentiero di riflessioni legato alla psicologia e alle nostre quotidiane esperienze, circa la nostra finitudine, condizionata dalla percezione che ognuno di noi ha della propria immagine sempre in gioco a seguito dello sguardo interattivo dell’altro, rivisitando ad es. P. Waztlawic ed E. Goffman: cosa che mi propongo di fare in una prossima rubrica. A proposito, cari auguri di buon onomastico.

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