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Visualizzazione post con etichetta solidarietà. Mostra tutti i post
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domenica 13 agosto 2023

La porta per uscire.

Post di Gian Maria Zavattaro.
Illustrazioni di Giulia Pintus (qui il sito instagram)
 
Giulia Pintus, L'anima della festa
Nessuno è solo
“In questo stesso istante c’è un uomo che soffre,
un uomo torturato solo perché ama la libertà.
Ignoro dove vive, che lingua parla,
di che colore ha la pelle, come si chiama,
ma in questo stesso istante, quando i tuoi occhi leggono
la mia piccola poesia, quell’uomo esiste, grida,
si può sentire il suo pianto di animale perseguitato
mentre si morde le labbra per non denunciare
i suoi amici. Lo senti?
Un uomo solo grida ammanettato,
esiste in qualche posto.
Ho detto solo? Non senti, come me,
il dolore del suo corpo ripetuto nel tuo?
Non ti sgorga il sangue sotto i colpi ciechi?
(José Augustin Goytisolo,1928-1999, poeta e scrittore spagnolo del “Gruppo catalano”, traduttore di Pavese, Quasimodo, Pasolini).
 
In questo nostro mondo miliardi di persone viventi formano un tentacolare gigantesco turbinio, stranamente affascinante e conturbante: intreccio ambivalente  di anonime storie di solitudini e di quotidiani gesti di fraternità, compresenza di tante disperazioni individuali e di altrettante speranze,  misterioso  spettacolo di  vortici di lutti e di gioie spensierate. Umanità  che si agita in balia  di una febbre oscura dove tutto passa: guerra, pace, amore, rabbia, speranza, disperazione…
Eppure, a ben vedere, ognuno di noi  può sempre aprire squarci di luce, ritagliare spazi e tempi dove  incontrare volti non anonimi, tendere mani  per insieme sperare. 

giovedì 9 aprile 2020

La quarantena che stiamo vivendo.

Post di Gian Maria Zavattaro.

Fotografie dal deserto, 
autore Charlie Fong
“La passione di  Cristo in sé riassume la lunga striscia di sangue, di violenza, di odio, di dolore disseminata nella storia. L’appuntamento pasquale che la liturgia ci propone si vela, perciò, di lacrime: ci sembra di essere ancora nella Passione, una lunga serie di ore di sofferenze di torture che il Cristo ha vissuto e continua a vivere nel corpo martoriato dei suoi fratelli. Sono vere le parole del grande Pascal: Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire fino a quel momento (Pensieri 736)” (1).
“Diamoci appuntamento nella categoria della speranza,  che non è rimozione del dramma o attesa statica del lieto fine,  ma certezza di vedere il passaggio di Dio” (2).

Non so come andrà a finire, ma  so che vorrei condividere con mia moglie e tutte le persone a me care la memoria della speranza quaresimale in questa quarantena che stiamo vivendo non più come interregno ma come imprevisto indesiderato appuntamento di un possibile affrancamento da un’esistenza di “routine”, come esperienza di un dover e poter essere altrimenti, come prova generale - singola e collettiva - di nuovi modi di vivere, di relazionarci con noi stessi e gli altri, di rapportarci con il mondo e, per me credente, di sentire la quotidiana presenza di Dio. Con la consapevole certezza che tutti, volenti o nolenti, siamo allo spartiacque di una scelta: cogliere o rifiutare un imprevisto tempo di inattesa passione, espletata nell’interdizione o isolamento o romitaggio o clausura. Tempo che hic et nunc ha richiesto un cambio di direzione, che non consente a nessuno di proseguire nel cammino di comportamenti abituali, che costringe a nuove consapevolezze e richiede a tutti, a ciascuno di noi  - come costrizione o libera dedizione nel dono di se stessi - di condividere il peso di altri fratelli.

domenica 10 maggio 2015

Gli amici di facebook e l'amicizia.



Circa due anni fa, iniziando con mia moglie l’avventura del blog, ho scoperto che, per entrare in comunicazione in rete ed interagire su facebook, occorreva dare e ricevere “amicizia”. Visto il valore ed il peso che le attribuivo e continuo ad attribuirle - è nell'amicizia che i rapporti interumani si manifestano in tutta la loro meravigliosa gratuità - a me profano è subito nato qualche sospetto. 


Mi erano infatti oscure ed equivoche - e lo sono tuttora - le implicanze psicologiche del dare-richiedere amicizia, le relazioni simmetriche implicite, le metacomunicazioni sottese, il valore simbolico ed il  significato strategico o tattico da attribuire ai “mi piace” o addirittura la disinvolta ed ardita richiesta “metti mi piace”, i debiti od obblighi o condizionamenti reciproci che ne scaturiscono. 


Forme inconsce o lucidamente consapevoli di una sorta di voto di scambio? Espressione invece di autentica solidarietà e condivisione? Oppure addirittura affermazione narcisistica del proprio esserci nel mondo virtuale?


L’amicizia è, presumo per tutti, un’avventura impegnativa ed esclusiva: non si concede al primo venuto, non è né semplice cameratismo né incontro al bar virtuale né accordo su fini ed interessi comuni o su semplici modi di vedere né banale scambio di opinioni gusti sensazioni emozioni, dove le persone scoprono solo un lembo di se stessi. Non è neppure una forma di scaramanzia per uscire dal proprio isolamento oppure pretesto per rendere invisibili agli altri le proprie mire nascoste.


Ebbene facebook è sicuramente anche queste cose (che non mi piacciono per niente) e non mi interesserebbe più di tanto se non fosse anche altro.
Fino a due anni fa, nella mia ignoranza pressoché totale della rete, pensavo all’amicizia come un dischiudersi così profondo da esigere giocoforza per prima cosa l’incontro dei volti, degli sguardi e delle voci. E perciò non poteva assolutamente avere cittadinanza nella rete.


In parte sbagliavo, perché l’esperienza di questi mesi ha messo in forse le mie certezze e mi ha fatto ricredere, pur con molti distinguo e perplessità. La via principe, se non unica, dell’amicizia rimangono sicuramente l’hic et nunc spazio-temporale, le nostre vicissitudini esistenziali e soprattutto quel sesto senso impalpabile ed indefinibile che ti fa scegliere l’amico o l’amica.


Eppure in questi mesi ho incontrato in progressione tante persone, con le quali ho pattuito “amicizia secondo facebook”, con centrali e comuni respiri di ideali, sapori di valori, condivisi orizzonti: il tutto in un pervasivo atteggiamento di empatia, un sentimento forte di reciproca bene-volenza e sollecitudine.


Mia moglie ed io abbiamo scoperto interessi comuni a tante persone apparentemente anonime, comuni aperture ad ambiti di riflessione a noi cari, disponibilità a pensare e ad approfondire, il gusto reciproco di ancora meravigliarsi ogni giorno, la passione di una inquieta ricerca inconclusiva - senza cadere nell’astrattismo accademico e nel patetico – che non è detto si trovino sempre nel proprio ambiente e che si rendono possibili anche tra persone fisicamente lontane, ma partecipi di una comunità ideale e spirituale.

E lì che si annida l’embrione di quella che si può a buon diritto chiamare amicizia: come crescerà ed a quali livelli si svilupperà non è dato sapere, ma è possibile che essa nasca e cresca.


Insomma il valore dell’amicizia “virtuale”, anche se ancora tutto da scoprire,  può volteggiare nella rete e lo si riconosce quando ti impone di uscire dalla prigionia del tuo io, quando supera la costrizione dei rapporti utili ed interessati per rivolgersi unicamente a quelli interessanti, quando (parlo per me) ti accorgi che è possibile  liberarsi delle proprie maschere difensive e dei ruoli che sei costretto a recitare nel mondo dei cinque sensi, per riscoprire quello che sei e quello che sai di dover essere.


Certo ho ben presente i non pochi rischi ed i pericoli dell’ambivalente facebook, peraltro insiti in ogni vicenda umana: il raffinato egoismo velato da maschere altrettanto raffinate, il narcisismo che si vale del “mi piace” altrui come strumento di affermazione del sé, la mancanza dell’ombrello protettivo e della censura conseguente che la comunità visibile dei viventi assicura. Così come mi turbano la smodata popolarità dell’effimero, la frequentazione della cronaca pettegola e della banalità insulsa od il mettere in piazza parolacce e volgarità senza tanti problemi.


Non sono per nulla giovane, ma non abbastanza troglodita da non saper scorgere le infinite potenzialità che la rete offre a nuove forme di comunicazione ed anche persino a possibili autentiche amicizie, etsi non videntur. Senza mai illudersi che per comunicare basti “messaggiare”. Io posso stabilire infiniti contatti virtuali con l’altro e tuttavia, nel mio solipsismo narcisistico, non  partecipargli un solo istante di vero dialogo con lui.


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domenica 1 febbraio 2015

Essere cattolici oggi. Un punto di svolta?

“Un vento nuovo soffia sulla Chiesa,
 anche se è ancora una brezza leggera”.
 (Card. Georges Marie Martin Cottier)

Un vento nuovo soffia nella Chiesa...
“Alcuni giornalisti mi chiesero: “E’ soddisfatto del Concilio?”:
questa la mia risposta: ”Sì,  è una primavera per la Chiesa,
 ma una primavera sul finire di febbraio e l’inizio  di marzo;
 ci saranno ancora piovaschi e gelate notturne,
 ma stiamo procedendo”.
(Card. Léon-Joseph Suenens)

“Credo che se il Concilio non ha raggiunto
 tutte le mete prefissate, o stenta a conseguirle,
 ciò significa che la nostra conversione è di là da venire”.
(Card. Loris Capovilla)

... sarà ancora troppo presto?...
Descrivere in poche righe le sfide che i cattolici oggi vivono non è possibile: la fuga nel presente di una società liquida pervasiva, il deserto spirituale della post-secolarizzazione, le forbici spaventose tra povertà dei molti e ricchezze dei pochi, le persecuzioni dei cristiani in Asia ed Africa, “la globalizzazione dell‘indifferenza”  di fronte all’alluvione di violenze di ogni genere,  gli eventi che dappertutto  incalzano e la Chiesa che non cessa di sorprendere: dal “gran rifiuto” di papa Benedetto alla tenerezza e misericordia di papa Francesco che  guida con fermezza tutto “il popolo di Dio” in nome del paradosso dell’Incarnazione e della Redenzione, sapendo bene che deve fare i conti con l’ostilità esterna di un becero laicismo ma anche con il “fuoco amico”.

... un rinnovamento che deve fare i conti 
con il fuoco amico...
Stiamo vivendo un profondo trapasso epocale, al quale il Vaticano II aveva dato una brusca accelerata. E’ forte la sensazione dell’imminenza di un punto di svolta, di una corsa contro il tempo, senza saper bene quale sia  la strada giusta.

...con le resistenze interne 
alla chiesa stessa...
Forse a tutti è richiesto  un supplemento di fatica e di fiducia, evitando il rischio del genericismo dei buoni propositi: lo spazio del possibile non è quello dell’assumersi il presuntuoso compito di salvare il mondo ma di compiere i due-tre passi di cambiamento concreto che vicino a casa è possibile realizzare assumendo ognuno la sua quota di responsabilità verso chi  è prossimo.

... per mettere in atto 
un cambiamento concreto...
Non molto tempo fa qualcuno sosteneva di voler proteggere e difendere  i cattolici “medi”.  Non so - e non mi interessa - che cosa voglia significare “cattolico medio”, ma so invece, anzi mi sforzo ogni giorno di capire, che cosa voglia dire il coraggio di essere cattolici laici oggi.

... un rinnovamento 
che coinvolga tutti ...
Si sa che laico e laicità sono parole ambigue: secondo il linguaggio comune  nella società  è chi non ha religione o la contesta; nella chiesa cattolica  chi non appartiene al clero. Nel secondo capitolo della Lumen gentium (”popolo di Dio”) i laici non sono più compresi a procedere dal riferimento al loro rapporto subalterno e costitutivo nei confronti della gerarchia ma compresi a procedere dalla vocazione comune a tutto il ‘popolo di Dio’. Anzi, commenta  Roberto Mancini in “Sperare con tutti", la laicità non si definisce per contrapposizione, perché laici sono tutti, compresi i presbiteri ed i vescovi, in quanto appartenenti al ”laòs”, al “popolo” non contrapposto al popolo profano o pagano, ma in quanto coincide  con esso, poiché tutta l’umanità è chiamata a diventare popolo di Dio in un mondo partecipe della redenzione dell’uomo e che impegna tutti alla responsabilità per la vita comune.
 
... tutto il popolo di Dio...
La laicità non è un’ideologia, ma “consapevolezza che si fa carico dell’universale condizione terrestre, della corresponsabilità, dell’ospitalità, del dialogo come dinamica di gestazione delle decisioni collettive, della giustizia verso chiunque”. Laici dunque  sono coloro  che decidono di farsi carico della condizione umana e di “amare la terra come noi stessi” (E. Bianchi, che a "laici" preferisce "fedeli"), che "abitano ciascuno nella propria patria ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno, dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo" (Lettera a Diogneto).

... per farsi carico 
della condizione umana...
Mi sovviene l’accusa di Péguy ai cattolici "languidi e senza carne”: Perché non hanno forza e grazia per essere della natura, credono di essere della grazia. Perché non hanno il coraggio temporale, credono di essere entrati nella comprensione profonda dell’eterno. Perché non hanno il coraggio d’essere del mondo, credono d’essere di Dio. Perché non hanno il coraggio di scegliere tra i partiti dell’uomo, credono d’aver scelto il partito di Dio. Perché non amano nessuno, credono di amare Dio”.

... ognuno nel proprio ruolo 
e con la propria responsabilità...
In altre parole ad ognuno di noi spetta la responsabilità del discernimento della nostra esperienza storica concreta: la valutazione dell’appello che Dio rivolge nella situazione concreta e la decisione che ciascuno di noi assume per rispondere a Dio che chiama. Si deve ricorrere alla preghiera, ma anche qui non ci sono ricette per un corretto discernimento: è un atteggiamento di ricerca soprattutto richiesto nel decodificare le zone oscure del nostro quotidiano locale e globale, abituale disponibilità ad accogliere l’imprevisto, habitus mentale intriso di speranza che si impara praticandolo, sapendo che si può sbagliare. Ma è possibile solo  se si ha l’audacia di affrontare il rischio della storia.

... per trovare la strada giusta.

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sabato 3 gennaio 2015

Figure del Natale. Ottava figura, Riposo durante la fuga in Egitto.


Caravaggio, Riposo 
durante la fuga in Egitto.
Questo dipinto del Caravaggio del 1595-96  rappresenta la nota scena del vangelo di Matteo, 2, 13-15 in cui si narra: «Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode…». Caravaggio interpreta la scena immaginando un momento di riposo, un attimo di sollievo e di conforto nel lungo peregrinare di Giuseppe, di Maria e del bambino. Un angelo suona per loro una musica celestiale: sullo spartito è la parte del cantus del mottetto Quam pulchra es et quam decora del fiammingo N. Bauldewijn, ispirato al Cantico dei Cantici.

Caravaggio, Riposo 
durante la fuga in Egitto, 
particolare.
Nel video che di seguito proponiamo Luigi Ceccarelli presenta  una splendida interpretazione del dipinto e del ruolo che in esso sembra essere attribuito all’arte, sorta di “salvezza” dalle fatiche, dai dolori, dalle pesantezze di questo mondo: «la musica come regalo divino per la dolorosa umanità di sempre».
Si consiglia di mettere in pausa la musica del blog prima di avviare il video.



«Ma» - continua Ceccarelli - «quante famiglie nella storia dell’uomo saranno costrette all’umiliazione dell’Esodo, in fuga da tiranni sanguinari, dalla miseria, dal destino di sopraffazione …»
La fuga in Egitto diventa così metafora di un destino che si ripete, nelle miriadi di persone costrette oggi a fuggire dai loro persecutori. E allora, accanto al sollievo dell’arte, vi deve forse essere il richiamo alla responsabilità etica, al gesto umano e umanizzante della compassione, intesa nel senso etimologico del com-patire, del sentire con l'altro e del portare il dolore dell’altro. 
In Caravaggio il tema del com-patire viene espresso potentemente nella scena della Deposizione (1602-1604) e nella partecipazione che le diverse figure esprimono attraverso la loro stessa fisicità, il loro protendersi verso il centro.

Caravaggio, La deposizione di Cristo.

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giovedì 10 aprile 2014

L'immagine e lo specchio.

Dicono che ogni favola abbia una sua “morale”, 
esplicita od implicita. 
Quella esplicita? Non la conosco. Quella implicita? Se c’è, chi legge la ricavi.

Gian Maria contemplò soddisfatto 
la sua immagine nello specchio ... 
Il suo IO era solido ...

Gian Maria si era preso due ore di permesso, deciso a festeggiare l’aria della primavera girando a zonzo per la città senza una meta stabilita e lasciandosi guidare dalle circostanze. Come d’abitudine, si alzò prestissimo, fece tutto ciò che si deve fare per rendersi presentabile al pubblico ed  in ultimo, prima di uscire,  si contemplò allo specchio, soddisfatto della sua immagine, né bella né brutta, ma solida ed onesta, almeno così la vedeva. Di buon mattino camminava lungo la marina per godere a lungo la meraviglia del sorgere del sole, che a sorpresa nell’alba rosseggiante spuntava dall’orizzonte marino e si librava sul  mare infuocando il cielo, mentre i colori trasecolavano in tenui sfumature, per poi perdersi nell’azzurro splendente.

... camminò lungo il mare ... 
il suo IO era tutt'uno coi colori ... 
... con tutto il creato ...
Ferie o non ferie, era l’appuntamento quotidiano che non cessava di stupirlo ed al quale non intendeva assuefarsi, lui montagnino, immerso nella visione dell’isola, delle barchette sperdute nella bruma delle onde, incantato dal suono cadenzato della risacca che pareva fermare per qualche istante  lo scorrere del tempo. Non era il momento della parola: era il tempo panico delle beatitudini, della lode e del ringraziamento, prima dell’immersione nella frenesia giornaliera. 
  
... l'ALTRO venne a turbare quell'armonia... 
l'ALTRO era quel vecchio silente ...
Passò un’ora: ancora pochi passanti, auto frettolose sull’asfalto, due pescatori sul molo, con le loro canne pazienti in attesa di un insperato bottino; un anziano in panchina a contemplare il mare o forse il suo passato. Per un po’ gli si sedette accanto, senza parole, a ripensare anch’egli i suoi trascorsi. Un ultimo sguardo al vecchio silente ed al mare sommesso e subito, appena raggiunto il viale alberato, il primo impatto: lo straniero,  giovane, scuro di pelle, occhi ardenti e sfuggenti, a tracolla il borsone di cianfrusaglie. “Ciao. Ho fame, hai un euro? ”. “Senti, se vuoi ti offro un caffè ed una brioche, lì al bar; soldi no”. Ma il giovane, sgraziato, era già scomparso.


... l'ALTRO era il solito straniero 
che chiede soldi ...
Bar e caffè andavano popolandosi, secondo codici non scritti: il “baretto” per gli anziani, il caffè dei notabili e quelli con la puzza sotto il naso, il bar preferito dagli stranieri,  il caffè per i frettolosi o i golosi. Il suo codice gli suggerì il bar degli anziani, dove era di casa; salutò i pochi avventori immersi nella lettura del giornale, due battute  con il simpatico gestore, un caffè veloce e via.   Ragazzi e ragazzini, donzelle e donzellette, a frotte, si affrettavano lentamente  verso la scuola, carichi  dei loro non lievi zaini, una puntata rapida in  focacceria,  ciarlieri, zitti, scherzosi,  musoni. Nei pressi delle elementari e della media le vie erano al solito intasate dalle auto dei genitori: baci ed abbracci, i clacson a strombettare, i vigili a sbracciarsi, la campanella che suonava. Poi il ritorno al traffico normale, qualche alunno ritardatario insieme al solito impunito insegnante e la ragazzina, furtiva, che marinava la scuola.

... l'ALTRO era quel mondo di bambini 
dal futuro incerto ...

Più avanti,vicino alla Conad, una signora molto anziana rimestava tra i cassonetti degli scarti. Forse che i gigli - ricordando De André - non possono nascere dal letame?  
 
... l'ALTRO era quella imbarazzante immagine 
della signora che rovistava nel cassonetto ... 
davvero eccessiva ... 
con buona pace di De André...
Bighellonò qua e là, a contemplare le aiuole fiorite, le prime api (o vespe?) ronzanti, la piazza del Popolo semideserta ed il caos intorno. Si fermò davanti alla sede della Caritas, affollata di persone ognuna con il fardello delle proprie miserie e speranze ed incrociò, senza essere visto, il nuovo sindaco, in jeans, lì a parlare o meglio ascoltare alcune donne velate con i loro marmocchi  e ora assentiva ora  rassicurava sempre sorridendo ai bimbi, spandendo fiducia e speranza.

... l'ALTRO era la donna velata ... 
simbolo di una cultura lontanissima ...
Davanti alla chiesa, mentre uscivano le pie donne dalla messa mattutina, stazionava la giovane zingara petulante, mano protesa. Dulcis in  fundo, al posteggio delle auto un attempato signore disabile inutilmente clacsonava, in lacrime, di fronte al posto usurpato dallo sciacallo di turno. Era la primavera in città.

... l'ALTRO era quel  signore disabile ... 
sorta di rimprovero continuo...
Velocissime si appropinquavano le dieci  e Gian Maria affrettò il passo verso il lavoro. Quante persone aveva incrociato, ognuna con la sua storia, la sua solitudine, le sue speranze, i suoi tormenti! Le avrebbe mai riviste?  Che senso aveva  questo casuale incontrarsi? Entrò in ufficio e si recò in bagno per rinfrescarsi. Poi si guardò allo specchio. 

... si guardò allo specchio e rimase esterefatto 
...la sua immagine non era più così solida ... 
non era più UNA ...
... era l'anziano che contempla il suo passato ...
... era tutta l'angoscia, la sofferenza 
che aveva visto ...
... era la gioia dei bambini ...
Esterrefatto, rimase senza parole: nessuna immagine solida ed onesta, ma la vorticosa sfilata dell'irripetibile umanità che quel giorno aveva incrociato: l’anziano silente, i pescatori,  il ragazzo straniero, l’amabile barista ed i suoi lettori, la marea di studenti e studentesse, i  genitori intasati, la ragazzina guardinga, la signora che cercava gigli, il sindaco tra la gente con i marmocchi, le pie donne, la zingara, il signore piangente … Scosse ripetutamente il capo, sbatté le palpebre per cacciar via la visione allucinatoria. Davvero quei fugaci incroci non avevano lasciato segni? E solo gli venne  da pensare che  domani sarebbe stato un altro giorno.


... era l'IO nell'ALTRO ...
... era l'ALTRO nell'IO.
  
C’è una morale? Forse sì, forse no. Chi lo sa! 
Ad ognuno di noi trovarla…


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sabato 16 novembre 2013

Derelizione.



La solitudine dell'isolamento e della chiusura, vissuta come frattura e lacerazione  nei confronti degli altri uomini, è una tentazione ed una prova per tutti, un’eventualità che può cogliere ognuno di noi.

La tentazione dell'isolamento.

Rimando agli psicanalisti e agli specialisti la trattazione “scientifica” della sua genesi e della sua matrice. A me interessa sottolineare l’aspetto profondamente umano dell’isolamento: la paura del mondo, il ripiegamento su se stessi, l’indifferenza, l’amarezza, l’angoscia repressa, perché comunque da soli non ci si sente di  esistere. 



L'angoscia repressa...

In questo  abbandono si vive una contraddizione lacerante: non si riesce a stare soli e neppure in mezzo agli altri.  E’ l’angoscia della derelizione, del deserto, dei muri invisibili: si comprende di essere impotenti di fronte al fluire degli avvenimenti, tutti i giorni ci si accorge di non essere padroni del nostro destino. 


... dei muri invisibili.

Questa  solitudine   invade il campo della coscienza con il terrore paralizzante del vuoto, dell’esistenza inutile ed assurda; e il mondo non è più indifferente ma ostile, greve di inesorabile minaccia. 



La notte della solitudine.

Può essere solo un momento passeggero della vita, una delle tante notti dell’esistenza; e poi la vita riprende, prorompe il grido, l’invocazione,  l’implorazione che la vita torni a dare un senso, che magari un volto amico giunga, perché un margine rimane e non è la disfatta della speranza.  
   

L'implorazione che la vita riprenda...
... torni a dare un senso.

E’ il mistero terrificante della libertà dell’uomo di cui parla Mounier ne “Il Personalismo”: “Si parla oggi troppo di angoscia, davvero troppo […]; un’angoscia essenziale legata all’esistenza personale come tale, al mistero terrificante della sua libertà, alla sua lotta aperta”. 


Il mistero della persona ...
Io posso fare e farmi del male, posso tornare indietro o andare avanti, posso amare o posso tradire, costruire o demolire, dividere, odiare, distruggere: ognuno di noi può davvero optare per l’intensità della vita o per  la  gioia nera della morte,   per l’amore o per l’odio, per la fraternità o per la divisione. 

Afferma Mounier: “Il tempo spirituale è fatto di salti violenti, di crisi e di notti interrotte da rari istanti di pienezza e di pace. Assomiglia [più] al tempo del poeta, che non a quello dell’ingegnere. Si potrebbe  scrivere sul suo frontale: alla certezza attraverso l’ambiguità,  alla gioia attraverso la desolazione, alla luce attraverso la notte”. Solitudine questa come passaggio obbligato per ogni esistenza autentica.  


Alla luce attraverso la notte.

La solitudine dunque è quella legata alla  struttura della società in cui viviamo, ma è anche quella ineliminabile il cui volto è legato alla condizione umana. La soppressione delle solitudini storiche è nelle mani dell’uomo, ma vi è una solitudine  insopprimibile, che è un dato di fatto, che vive l’ambivalenza dell’uomo tra eros e thanatos. Non è né disgrazia né maledizione né realtà che fa paura o che non ha senso. I suoi rischi e possibilità sono l’isolamento e l’intimismo oppure il riconoscimento di sé e degli altri e la decifrazione del rapporto con la solidarietà.


La solidarietà
Il riconoscimento di sé e degli altri.
Tutte le immagini riproducono opere di Picasso, periodo blu.

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